2004
1
Ott

Mamma 3

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Noi, i miei quattro fratelli e io, eravamo accessori rispetto alle piante.

Mia madre aveva fatto costruire una libreria apposta per loro, le piante. Però le violette stavano vicino al termosifone che era stato incastonato nella libreria, con quella grata sottile di metallo, con quei piccoli buchini, che sembravano quadrifogli. Siccomme era caldo, sopra il termosifone, le violette venivano spostate una volta al giorno sul tavolo da pranzo. Anche perché lo spicchio, la lama di luce del sole, così poteva innaffiarle meglio. A casa mia non si è mai fatta colazione. C'erano le violette sul tavolo. Anche a pranzo noi dividevamo lo spazio con le violette. Solo a cena le violette tornavano sulla libreria a riposare.

Una volta sola ho visto piangere mia madre.

Quando alla villa è morto il cedro del Libano. Siamo usciti la mattina, quando ancora tutto può compiersi, e l'abbiamo visto, tutto rosso. Era morto.

Io non lo so com'è, ma riesco a far morire pure i gerani. Pure le piante sempreverdi. La mia mamma le sue piante le metteva nella vasca, le lavava con la doccia, e poi gli parlava, e le asciugava, come dei bambini. Le strofinava un po' e poi le rimetteva ai loro posti d'onore. Tutti i giorni faceva così. Tutti i giorni. Aveva il terrazzo più bello, la mia mamma. Con i fiori più strani, quelli che venivano dai paesi più esotici e lontani, e lei sapeva tutti i nomi a memoria e le chiamava anche per soprannome, e le accarezzava pure, quando le chiamava. A me, ora che sono lontana, e sono andata ad abitare in un'altra città, me lo chiede sempre, per telefono, come stanno le piante che mi ha regalato. Bene, mamma, dico. Ma ormai sono morte da tante tempo.

 
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