2004
1
Ott

Pong. Millenovecentottanta. Pong.

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Ad un tratto, i bambini della mia generazione furono catapultati dal Monòpoli al Pong. Un trauma da non sottovalutare. Anche volendo evitare tristi demonizzazioni stile Mamme Against Videogame, non ci si può esimere dal classificare tale passaggio tra il notevole e il brusco. Figli di quelli che noi ci divertivamo con poco e nipoti di quelli che noi ci divertivamo con niente, passammo dall'ingenua cupidigia degli alberghi in Viale dei Giardini all'ipnosi del primo schermo che si faceva ludico e interattivo. Tennis. Precise linee bianche su fondo nero a delimitare il campo. Una coppia di numeri da punteggio a presidiare ogni metà risultante. Due barrette verticali da manovrare con scintillanti e futuristiche rotellone in plastica. Incredibili suoni sintetici. Pong. Ponnnnggggg. Il gioco era fatto. O meglio. Il gioco ti rendeva fatto. Noi, infatti, fummo i pionieri del rincoglionimento catodico. Noi abbandonammo la cartacea creatività del gioco da tavolo per immolarci alla sacra causa dell'elettronica. Da allora, per sempre. Fu allora che i giapponesi entrarono davvero nelle nostre vite. Atari. Anche mia nonna conosceva e pronunciava quel vocabolo. Di lì a poco si sarebbero impossessati delle nostre televisioni a suon di alabarde spaziali e magli rotanti. Ma la breccia che avrebbe portato alla massiccia occupazione, si doveva al Pong. I bersaglieri dell'invasione nipponica erano travestiti da bianche lineette elettroniche. Barrette di pixel sulle quali rimbalzava una palla cibernetica. Palla, poi. Era quadrata. D'altronde, avevamo il coraggio di chiamare ping pong il gioco in cui le barrette diventavano grandi la metà e calcio quello in cui da due passavano a quattro.

 

La nostra vita era cambiata.

 

E, ora lo so, in peggio.
 
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