2004
1
Ott

La formica operaia

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Gli occhi leggermente arrossati, la bocca appena storta all'ingiù, il trucco svanito col passare delle ore.
“Un caffè.”
“…”
“Un caffè, ho detto!”
Sdegnata: “Sì, sì, arriva!”
“Anche qui, un macchiato caldo.”
Rassegnata, guardando altrove: “Sì.”

C'è un momento in cui la stanchezza le cala come un velo sopra i sensi. Ogni movimento diventa più faticoso, ogni voce più fastidiosa, ogni respiro più lungo. Probabilmente gli uomini che sbraitano, chiacchierano e pretendono non hanno mai avuto idea di cosa vuol dire stare dieci, dodici ore dietro a un bancone.
Rispondere diventa uno sforzo. Sorridere diventa uno sforzo.

UN GESTO
tocca la manopola del macinacaffè e ne lascia cadere una spolverata nel piccolo contenitore; la tocca due volte se le hanno chiesto due caffè.
UN GESTO
sistema il contenitore nelle apposite guide.
UN GESTO
lo ruota in senso antiorario.
UN GESTO
preme il pulsante.

pulisci il banco sistema lo zucchero nella zuccheriera cambia il latte nel piccolo bricco e vuota la lavastoviglie, cioè: impila i piattini infila i cucchiai nel porta cucchiai metti tazze e tazzine ad asciugare sopra la macchinetta del caffè.

C'è un momento nelle ultime ore in cui il corpo si rassegna e diventa un automa. Non sa da dove prende l'energia, sa solo che va avanti a muoversi senza farsi domande, senza sentire gioia o dolore. Tutto sfuma, tutto svanisce. Il velo della spossatezza s'è fatto così pesante che non lo sente nemmeno più.
La vedi, la barista, stravolta. Reagisce agli stimoli come un insetto.
Non è più umana.
S'è messa una maschera senza neanche volerlo, è la fatica che le è colata sulla faccia -le ha persino sciolto il trucco.
 
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