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2005
1
Ott

catch 33

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Non sentiva più nessun sapore di ruggine in bocca.

La somma del suo risveglio con la concentrazione alcalina dell’ambiente disegnava nel vuoto vortici impossibili. Li percepì inseguirsi in paradossali rivoluzioni sulla superficie viscosa dell’iride, filamenti sinusoidali caldi e molli, in qualche modo integrati in un sistema di violenza epidittica serializzata. Senza logica, come un liquido rivelatore affiorato dall’oceano elettrico del flusso mentale, ricordò la propria morte. Una discesa. Poi un ampio recesso nero, più profondo dell’universo stesso. Ammesso che l’universo abbia una profondità. Ammesso che l’universo esista.

Ricalibrò mentalmente la matrice residuale dell’epifania onirica: restava l’impressione di aver varcato una membrana molto più sottile di quanto misurasse in spessore ciò che rimaneva della propria epidermide. Che pulsava, da qualche parte, fluida vibrazione interna di un orizzonte spaziale scritto appositamente per lui, sospeso fra la spirale atemporale di un ricordo e l’imprinting di un futuro privo di forma.

Si autodeterminò come costrutto entropico di entità vivente ed entità vissuta.

Percepì un assioma di controllo. Un demiurgo.

 
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