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2006
21
Feb

Poppers

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E' in uscita il libro dell'anno
Poppers
Tubi catodici, psicofarmaci sesso e autodistruzione
Una (DE)generazione
<!--[if !supportLineBreakNewLine]--> di Luca Mainini

Prospettiva e ditrice
Collana On the Road 42 a cura di Andrea Giannasi
ISBN 88-7418-330-5 - Pagine 126 - Euro 10,00


postFAZIONE

Ho sgranocchiato popcorn. Mangiato grattacieli di Cheese-Burghers. Container di Chewingun. Fumato chilometri di sigarette. Bevuto ettolitri di Coca-Cola. Interi Laghi di Loch Ness di birra, con dentro il mostro. Ho giocato con bambole bionde tutte uguali.

Forse’ sono un perfetto figlio del mio tempo.

POPPERS nasce come una sorta di scrittura automatica, sensitiva e allo stesso tempo nonsensica, alla cui base sta l’esorcismo di un grande malessere esistenziale, un forte malcontento su un mondo confuso da decifrare.

POPPERS è una lucida ricostruzione generazionale che si sviluppa inconsciamente tramite l’arte; a tratti usata’, citata, raccolta, alterata, resa popolare, pop.

Ricordi e immagini, parole & colori inconsci che si ripropongono con un’impronta netta, dai bordi ben delineati, fotografica, quasi filmica. Un’istantanea fermata da un flash.

Una forma di dialogo tra le opere d’arte, tra pagine, fotografie, suoni e pellicole; caratterizzandosi non tanto per la contestualità storica o sociale di un’opera, quanto nell’appropriazione e la somatizzazione soggettiva dell’opera stessa.

Il fenomeno POP, la cultura popolare che ha attraversato gli anni 60, si impone massicciamente, scoprendo, oggi, la sua seconda era d’oro, si ripropone con nuovo oggetti di consumo, con nuovi miti sempre più alla portata di tutti e con nuove forme espressive. Ai linguaggi bassi’ come il divismo hollywoodiano, la fantascienza il fumetto, si aggiungono a possedere l’immaginazione e l’espressione di massa, nuovi miti’: la pillola (psicotropo più veloce), la pornografia (surrogato sentimental-sessuale), la solitudine del singolo come status symbol, un’esasperazione iperconsumistica, che consuma.

E così, come l’universo di celluloide di Hollywood ha prodotto la leggenda immortale della diva, sorta di fata-fiabesca per adulti, un universo commerciale’ fatto di plastica produce da cinquant’anni la bambola più famosa del mondo. La bambola Barbie.

Qualcuno ha scritto “la Barbificazione del mondo è giunta a buon punto”.

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(Estratto dal libro)

Kitsch fiction

KITSCH vol.1

Eccomi qui. Stritolata da un abitino inguinale. Rigida e composta. Seduta sul mio letto con le scarpe bianche lucide col tacco alto, gli zigomi arrossati, le labbra esagerate, gli occhi spalancati. Un nastro rosa infiocchettato tra i ricci neri. Pettinata a regola d’arte.

Eccomi qui. Con un drink in mano. Le unghie ricostruite in seta. Immobile come una statua di cera. Una graziosa bambolina da divano vestita di pizzi con una sigaretta ancora spenta piantata in bocca. L’aria vacua e malinconica dei volti di porcellana. Inafferrabile. Pallida. Con le pareti dello stomaco impregnate di Alprazolam. Composta. Decomposta. Compostamente stordita entro nel paese dei balocchi psichici.

Eccomi qui. A celebrare la mia tristezza.

KITSCH vol.2

Asfalto. Metri e metri di asfalto e mozziconi. E vetrine. Vetrine d’oro e manichini. Appropriatamente abbigliati. Manichini estatici dalle mani scolpite. Le unghie curate e smaltate. I polsi ingioiellati. Sopracciglia posticce e decolorate. Le labbra rosse e piene. Imbronciate, ammiccanti. Sensuali. File di ciglia nere super incurvate e delineate applicate con la colla. Lustri sandali neri indossati da caviglie sottili. Gambe in plastico accavallo. Seni pronunciati da finti capezzoli rosati. Carrè nero-lucenti applicati su teste di plastica bianca altrimenti prive di fascino chiomato. Donne con il fermo immagine. Replicanti della moda. Euforizzanti per le griffe.

Estasiata, anche il mio corpo assume una posa statica ed è immobile come un manichino che ammiro esterrefatta le vetrine perché tutta l’arte è completamente inutile.*

* Oscar Wilde - 1891

KITSCH vol.3

La luce del sole mi disorienta. Vivo claustrofobicamente rinchiusa nel mio appartamento fino al tramonto. Il mio appartamento. Santuario colorato della mia depressione. Vale la pena vivere solo dalle undici, posso solo ridere nell’oscurità.* Ovattata dal ronzio della puntina di un giradischi su vinili d’epoca. Coccolata da scotch con ghiaccio. Lunghi istanti dedicati a masturbazioni forbite; accovacciata sul water, su una poltrona gonfiabile, di fronte a uno specchio. Stressata dalla monotonia di cataste di coinquiline-barbie-svestite in qualche scatolone. Riflettere sull’universo sdraiata su tappeti a pois. Sopravvivo così. Nei minuti che intercorrono tra una sigaretta ed un’altra. Gioconda in letture decadentiste alla luce di habat jour color pastello disseminate su comodini in legno. Fiancheggiate in modo maniacalmente simmetrico da farmaci, accendini, telecomandi e sottobicchieri in metallo Coca-Cola. Sono fatta così. Riuscirei a pensare a dio davanti a un film di John Waters.

Quando mi annoio ingoio tre pillole di Zopiclone e immergo le narici nel nylon delle mie parrucche fino ad addormentarmi per qualche debole minuto.

Dopo aver spremuto voracemente un giusto quantitativo di nicotina, premo il mozzicone in un posacenere in PVC bianco stracolmo di polvere grigiastra sporcandomi un unghia.

Mi alzo silenziosa dalla poltrona di velluto blu artisticamente posizionata a fianco di un televisore 12 pollici arancio shock anni ’70 ricoperto da lumini raffiguranti gesùcristi e madonne in eterne sofferenze, souvenirs, gadgets e acquesante provenienti da Lourdes.

Seminuda in uno slip di lycra apro le ante del mio capiente guardaroba di formica foderato da pagine di pubblicità modaiole. Profumo di talco e lavanda. Appendiabiti, appendiabiti. Appendiabiti e appendiabiti. Un solo sguardo e …

Moschino Cheap & Chic. Custo. Vivianne Westwood. Prada. Roccobarocco. John Richmond. D&G. Givenchy. Blumarine. Fiorucci. Costume National. Giorgio Armani. Les Copains. Etro. Christian Dior. See by Chloè. Coccapani. Roberto Cavalli. Gucci. Massimo Rebecchi. Versace. Burberry. Louis Vuitton. Extè. Jean Paul Gaultier. Voyage Passion. Alberta Ferretti. Yves Saint Laurent Rive Gauche. Iceberg. Just Cavalli. Victor Victoria. Dolce & Gabbana. Mila Shön. Valentino. Helmut Lang. Fendi. Calvin Klein. Miu Miu. Sergio Rossi. Comme de Garçons. Fornarina. Daniel Swarovski. Gianfranco Ferrè. Jil Sander. Chanel. Ralph Lauren. Le Silla. Donna Karan. Guess. Stella McCartney. Liu.Jo. Morgan de toi. Cesare Paciotti. Luisa Spagnoli. Anna Molinari. Paul Smith. Alessandro dell’Acqua. Yamamoto. Casadei. Patrizia Pepe ... e così via, e così via ...

Con il sale delle lacrime a sciogliermi il maquillage, chiudo le ante del guardaroba. Sentendomi completamente svuotata mi lascio cadere a terra rannicchiandomi in posizione fetale tra i pois immacolati del tappeto di polipropilene.

* Tenax – Diana Est

KITSCH vol.4

La notte, quella del sabato è la migliore. Quella in cui mi lascio pervadere, trascinare dalle lusinghe profumate di una lussuria senza freni né mezze parole. Che oserei denominare trash.

Lo specchio del bagno riflette la mia immagine imbambolata che si spazzola, si spazzola, si spazzola via quella che non sono. Assomiglio ad uno scatto di Annie Leibovitz.

6 strisce bianche giacciono in fila, una accanto all’altra su un vassoio d’argento insieme a una cannuccia rossa di Mc Donald’s. Il vassoio sul lavandino. Mi sporgo. Tiro su col naso un paio di volte. Mi massaggio le gengive con l’indice. Mi lecco le labbra. Spazzolo via quella che non sono.

Una stampa de La madone an coeur blessè di Pierre&Gilles, incorniciata e appesa al muro. I muri incrostati dal vapore delle mie sedute da toilette. La madonna incoronata, impreziosita, illuminata, addobbata a meraviglia, con le mani congiunte ed il cuore infranto dal dolore dei peccatori contempla l’alto germogliando lacrime alabastrine luccicanti. Solo dopo aver tirato su col naso altre quattro volte ho spazzolato via di dosso quella che non sono. E vestita di tutto punto. All’ultimo grido, con le mani congiunte contemplo l’alto. I tubi dell’acqua che gorgogliano. La spia rossa del boiler.

Spengo la lunga fila di lampadine scoperte che fanno da cornice allo specchio. Esco dal bagno con la fermezza di essermi spazzolata di dosso quella che non sono.

KITSCH vol.5

Il taxi. Eccola qui. La mia carrozza bianca. L’unico posto in cui non ho mai fumato. Passerei la vita a bordo di un taxi se non fosse per il divieto comunicato a caratteri cubitali. Mi abbandono sul sedile. Chiudo la portiera. Dopo dieci minuti trafiggo, tremante la mia borsa di Gucci in coccodrillo tinto rame con fibbia in metallo smaltato. Mi assale un’ansia senza nome, incolore. Fremono nevrotiche le caviglie avvolte da listini in satin dei miei sandali a tacchi alti in metallo e cocco, Gucci, affondati nella moquette dei tappetini.

KITSCH vol.6

Occhi addosso. Tutti mi guardano. Occhi sulla bambola oliata. Sguardi sulla bimba facile. Sulla puttana additata. Accendo una sigaretta. Occhi fissi sulle mie labbra. Sulle mie labbra gonfie che immettono ed emettono un cilindro bianco di carta contenente tabacco.

Indosso un perizoma arancione con microgonnellino in tulle, lycra e organza. Abitino-fucsia-plastico con rifiniture in cellophane. Seni in vista. Occhi sul mio corpo. Pacchetti di sigarette, accendini, vaselina e preservativi rinchiusi in una borsa stile rètro di Christian Louboutin stretta sotto il braccio sinistro.

Bevo Martini. Bevo Gin, Scotch, Vodka, Rhum. Fumando una sigaretta dopo l’altra, una palpata dopo l’altra.

Eccomi qui. Con l’abito strappato. Il perizoma sceso, infondo alle caviglie. Rigida e composta. Seduta sul pavimento del cesso degli uomini patinato di urina con gli stivali bianchi col tacco, gli zigomi alti e arrossati, le labbra col rossetto sbavato, gli occhi semichiusi. Semiaperti. Spettinata a regola d’arte. Abbandonata in un angolo. Adagiata in un angolo.

Eccomi qui. Esteticamente deflorata. Con l’abitino sdrucito pregno di sperma. Pallida. Eccola qui. La bambola usa e getta, la barbie di tutti.

Eccomi qui. A celebrare il mio nulla.

KITSCH vol.7

Ho camminato per tutta la notte deambulando ubriaca sui marciapiedi, gravida di lacrime. Con precisa attenzione nell’evitare di calpestare per sbaglio con i miei stivali bianchi col tacco quello che assomiglia molto al mio stato d’animo.

KITSCH vol.8

Rido. Sto ridendo, rido ! non sorrido, ma rido ! Non credevo di essere ancora in grado di farlo.

Dello scotch con ghiaccio servito in un bicchiere da wiskey mi fa sorridere. Se accompagnato da due strisce bianche tirate su con la narice destra.

Il cuore che pulsa forte, eccitato dal fumo grigiastro onnipresente nei miei polmoni. Mozziconi dal filtro bianco in bilico tra le mie labbra annoiate.

Comincio con lo strappare i capelli ad una barbie bionda e riccia vestita da hostess, sniffando da una boccetta di popper. Strappo fili di nylon usurpandole la femminilità. Probabilmente si tratta della mia era d’oro del grottesco.

E rido. Rido. Rido forte, più forte che posso sbattendo la testa contro al televisore. Appoggio le pupille sulle schermo scoprendo la natura sgranata delle immagini. E con un goccio d’acqua arricchito da quaranta gocce di Xanax allontano la mia tachicardia.

Mentre barcollo esilarata per la camera e il video di Le vent nous portera dei Noir Desir mi viene scaraventato addosso dal tubo catodico mi accovaccio su un fallo di gomma tutto rosa, ridendo. È esilarante…

Ah ah ah …. Davvero esilarante !


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