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2005
14
Nov

Appuntamento serale ad Ostia con Pino Scaccia

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:: 161105 appuntamento serale ad Ostia con Pino Scaccia

                  

:: alle ore 20.30

presso Antica Pizzeria Gruppo

via della Stazione Vecchia, 9/A 00122 Ostia (Roma)

Pino Scaccia, introdotto da Francesca Chiappa

presenta “La Torre di Babele”  (Halley Editrice)

+ video realizzato da Filippo Ubaldi con le foto originali di Pino Scaccia

+ buffet gentilmente offerto dalla Antica Pizzeria Gruppo ::

 

 

::        LA TORRE DI BABELE Pino Scaccia Halley Editrice

        (2005 - pp. 272 - 18 euro)

La Torre di Babele è, insieme, un progetto e un luogo fisico. Il progetto è quello di ospitare tutte le lingue del mondo, tutte le idee, dare voce a chiunque, così da arrivare per paradosso a una parola “unica”, insomma a capirsi. Di parole, girando per i problemi del mondo, ne sento sempre tante, cerco di sentirle tutte: se c’è un po’ di confusione, è solo apparente. Perchè un coro così vario può essere invece un grande strumento per raggiungere quella verità da tutti invocata ma così varia, complicata, contorta, difficile da conquistare. Qui non dirò verità perchè sostengo da tempo, per esperienza da cronista, che la verità assoluta non esiste. Esistono i fatti, ma sui fatti ognuno ha la propria verità, ed è già fortunato ad averla.

Il luogo fisico è la torre vera, così come l'ho conosciuta a Samarra, in Iraq. Lì la chiamano “malwiya”, la spirale, splendida metafora architettonica dove è faticosissimo, sul serio, arrampicarsi in vetta superando passaggi tortuosi. L’hanno anche colpita, di recente: e sono stati i miliziani, cioè irakeni, perchè l’affronto degli americani in cima alla torre era piu’ forte del rispetto per un proprio patrimonio. Dove porta l’odio.  Dunque, la Torre di Babele mi sembrava che potesse rappresentare il senso di questo libro, dedicato principalmente alle mie esperienze (forti) in quella terra insanguinata, perchè non solo racconto i fatti ma soprattutto mi dedico alle emozioni. Un diario in continuo movimento dove anche le verità, appunto, spesso si sovrappongono, si sostituiscono, si smentiscono, si alterano.

Lì e altrove, come troverete nei racconti su altre terre e su altri popoli. Le lingue sono tante, cioè sono in molti a parlare: la mia speranza è che comunque riescano, alla fine, a capirsi.

 

::         Incipit

“Sono nato a Ninive, oggi Mosul. Dalla mia casa vedevo il sole annegare nelle acque del Tigri. Il calore evaporava l’orizzonte sulle guglie di Babele. Ora (mi dicono) si parla una sola lingua. Le maestranze sono tornate dietro i confini scavati in trincee di sabbia, basta un niente al tramonto per succhiare la miseria. Ora (mi dicono) si parla una sola lingua. Grandi fuochi incendiano l’aria, il fumo nero di catrame stringe la gola. Ora (mi dicono) si parla una sola lingua. Ed è quella di Amleto”.

La luna di Baghdad è diversa da tutte le altre Perché non è una luna, sono due. Accanto alla solita luna ce n’è un’altra, di colore rosso. È il fuoco perenne della raffineria di Al Dhora, un pò simbolica Perché rappresenta forse i motivi della guerra. La seconda luna sta sempre lì, accanto alla luna vera e illumina (e angoscia) le nostri notti. Nei momenti più brutti chiudo le tendine. È un gesto istintivo. Non so se lo faccio per nascondermi o per nascondere quello che succede fuori. Chiudo le tendine quando la botta è più forte e sai che la granata è arrivata proprio sotto di te, ha sfiorato il terrazzino. Certo nessuno di noi si affaccia più da quando quel carro armato si è girato verso il “Palestine” e ha fatto secchi due reporter. Ma Baghdad non è solo ricordi di guerra. In una notte di luna, per esempio, ho conosciuto Baldoni, l’unica volta in cui non ho chiuso la tendina, ma sono sceso sotto a vedere l’effetto della botta. L’avvio della storia di una grande amicizia cominciata scoprendo le nostre diversità. Ripercorrere quei giorni così come si sono snodati significa, forse, capire Perché Enzo è morto. Mettendo in fila i ricordi di vita (e soprattutto di morte) in presa diretta si può anche rispondere a un altro interrogativo importante: Perché dopo due anni abbondanti la guerra non è ancora finita.

(Kabul, 20 marzo 2003) - I venti di guerra arrivano fin qui. Vediamo in un televisore minuscolo e graffiato dentro una casa rattoppata l’A-day sopra Baghdad. C’è uno strano fermento fra gli americani. Gli afghani invece sono storditi. Temono ripercussioni (e forse ci saranno). Non mi piace l’idea della guerra. Shafik mi guarda incuriosito: “C’è qualcos’altro al mondo oltre la guerra? Nella mia vita non ho mai conosciuto un momento di quelli che voi chiamate pace”. Shafik è il mio driver, giovane tagik che ha combattuto per anni in montagna con il comandante Massoud. “Ma il problema non è adesso – mi dice, diventando serio -. Il problema è quando tu te ne andrai da Kabul. E io come passerò le giornate? Tornerò a guardare il muro aspettando la sera per poi ricominciare la mattina dopo, sempre uguale, devastandomi il cervello con l’erba”. ::

 

::         Per info e copie recensioni:

 

Francesca Chiappa

333.2208403

 

Halley Editrice

via circonvallazione 131 – 62024 matelica (mc)

0737.787225 (fax 0737.787963) ::

 
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