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2013
3
Gen

I Nove pilastri - Bernardino de Vincenzi

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Bernardino de Vincenzi
 
I Nove pilastri
 
Collana Electi
Roma, Armando Curcio Editore, dicembre 2012
pp. 608, cm 14x21,5, € 18,90
ISBN 978-88-97508-41-0 
 
 
  
«Io sono un templare e sono qui per portare a compimento
la vendetta di Jacques de Molay».
Charles-Henri Sanson,
boia che ghigliottinò a Parigi re Luigi XVI il 21 gennaio 1793
 
 
 
 
In libreria dal 5 dicembre 2012
Il Libro
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21 d.C. Negli anni di poco successivi alla morte di Cristo, un segreto, «la Verità che non deve essere vista», viene celato da pochi uomini che disseminano nel mondo una fitta serie di indizi sibillini.
2011 d.C. Nei nostri giorni, però, un ricco magnate americano viene in possesso di uno di questi indizi e incarica Henry Walcott, filologo e paleografo di fama mondiale, di rintracciare un segreto cruciale per la stessa sopravvivenza della Chiesa cattolica. La caccia si scatena, ricca di azione, contro una spietata e crudele concorrenza di stampo nazista. Il mix di avvincenti flashback, dedicati ad avvenimenti e personaggi storicamente documentati, si intreccia in un percorso unico e inatteso. Un’insospettabile e sconcertante scoperta archeologica attende di essere trovata, per svelare il suo sapere millenario, aprendo finalmente gli occhi all’intera razza umana.
 
 
L’Autore
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Bernardino de Vincenzi è specializzato in storia antica ed egittologia. Giornalista e scrittore, ha pubblicato saggi storici e curato l’edizione della collana Era Milano, oltre al prestigioso volume della SEA stampato per il decennale di Malpensa 2000. Ha collaborato inoltre alla realizzazione di testi didattici universitari di egittologia, analisi storica, storia antica e comparata.
 
 
Intervista all’Autore
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1) Ci parli un po’ di lei, di cosa si occupa signor de Vincenzi?
La mia principale occupazione è stata il ruolo di funzionario nel mio Comune, Vigevano. Ma da più di 35 anni mi sono dedicato allo studio della storia, particolarmente la storia antica e, ancor di più, l’antico Egitto. Ho collaborato a diversi testi didattici universitari in Storia antica, Storia comparata, Egittologia. Ho pubblicato qualche testo di analisi storica in particolare su Milano. Purtroppo due anni fa, a causa di pesanti scontri con l’amministrazione comunale, ho dovuto lasciare il mio lavoro di funzionario. Ciò mi ha per contro lasciato il tempo per dedicarmi completamente alla scrittura, ho solo anticipato ciò che avevo già programmato e, in un anno, ho scritto due romanzi, uno dei quali è appunto I nove pilastri e un saggio di Egittologia per tutti, dal titolo Egittologia facile edito da Nulla Die.
 
2) Com’è nata l’idea di questo libro?
L’idea è nata dal fatto che apprezzo molto i thriller di genere storico-archeologico e quindi ho deciso di scriverne uno io stesso. Questo anche perché, spesso, autori pur eccellenti trascurano un po’ la parte storica o ne forzano gli eventi, o addirittura se li inventano completamente. Io volevo scrivere un avventuroso romanzo, sì, ma con parti storiche totalmente veritiere e dai contenuti documentati e certi. L’animo dello storico prevale sempre, ma anche lasciar correre la propria fantasia e la propria creatività è gratificante, soprattutto per un accanito lettore. Poter essere io a decidere ciò che accade, disporre della “vita e della morte” dei personaggi e delle vicende è un divertimento assoluto e gratificante.
 
3) In cosa si differenzia I nove pilastri da altri libri simili che coinvolgono Vaticano, società laica e religiosa, storia e mistero?
Le differenze sono sostanzialmente due. La prima è, come già accennavo, la storicità dei personaggi e degli eventi che narrano la creazione e il disseminarsi degli indizi nel corso dei secoli. A parte il filo conduttore ovviamente fantasioso, che deve legare tre diversi piani narrativi per farli confluire in un’unica soluzione finale, i numerosi flashback storici disseminati nella narrazione sono a prova di studioso. E poi mi sono anche divertito a dare qualche risposta a piccoli enigmi storici del passato, su cui la storiografia ufficiale è divisa o comunque accetta versioni contrastanti in assenza di certezze. Non mancano anche le mie narrazioni di misteri leggendari, legati ad esempio ai Cavalieri Templari o ai Cavalieri Teutoni. La seconda fondamentale differenza è che il mio romanzo non segue la moda imperante in libri di questo genere, tesa a svelare sempre e comunque verità profondamente diverse da quelle che conosciamo e, soprattutto, con narrazioni che mettono sempre la Chiesa in cattiva o pessima luce, attribuendole silenzi, omertà, mistificazioni, falsificazioni, menzogne. Ho preferito invece un suo ruolo oggettivo e ragionevole, strettamente connesso alle innegabili realtà storiche che l’hanno coinvolta.
 
4) Perché per lei è importante questo libro, cosa vuole comunicare ai suoi lettori?
Per me questo romanzo è importante perché è la mia prima prova nella narrativa. Sino a oggi ho avuto buoni risultati con saggistica e didattica, voglio quindi capire se anche come narratore, come romanziere posso essere altrettanto valido. E poi questo libro è importante per me anche perché per la prima volta ho provato a mettere in connessione e in sinergia realtà storica, personaggi storici con un racconto di fantasia e personaggi parto della mia immaginazione, il tutto legato da tre piani narrativi differenti. Nella saggistica si devono dare informazioni ed elementi di conoscenza, nel romanzo invece si cerca di dare ai lettori emozioni, spunti di riflessione, divertimento, relax, il che è forse ancora più gratificante se ci si riesce. È questa la mia ambizione: dare ai lettori divertimento, qualche emozione e, magari, qualche piccolo spunto di riflessione.
 
Letture
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Henry guardò a lungo la preziosa pergamena completamente srotolata davanti ai suoi occhi e coperta da una lastra di cristallo dalla perfetta trasparenza. La grafia era minuta e spesso sfumava fino a scomparire del tutto. Se, come Mallory gli aveva detto, e non aveva motivo di dubitarne, era stata scritta con un composto di albume d’uovo e fuliggine, si spiegava perché il pigmento nero, con il passare dei secoli, era precipitato dalle parti della pergamena non perfettamente arrotolate. Lo spazio infinitesimale che si era creato tra le parti che non erano a stretto contatto tra di loro aveva permesso all’aria di penetrare e, a poco a poco, di far seccare completamente il pigmento di fuliggine legato con l’albume separandolo; i caratteri, in questo modo, si erano cancellati precipitando letteralmente sul fondo della custodia. In altre parti il decadimento era stato parziale, più o meno accentuato, per cui con un microscopio a scansione elettronica si poteva leggere con buona certezza il testo.
Del resto il laboratorio di Mallory, come aveva potuto constatare di persona, era attrezzatissimo e dotato di apparecchiature di prim’ordine. Nemmeno il Metropolitan Museum aveva attrezzature tanto avanzate e in così gran numero.
Era stato lasciato solo davanti al prezioso reperto. Due assistenti erano a sua completa disposizione nella sala accanto. Ma per il momento non ne aveva bisogno. Iniziò a esaminare attentamente il testo leggibile. La traduzione non era semplice, perché era chiaramente ebraico antico, molto inusuale in un testo del X secolo dopo Cristo. Ci vollero quasi tre ore per avere un quadro abbastanza chiaro del testo e Henry dovette consultare più volte alcuni libri che, per fortuna, la ricchissima biblioteca scientifica di Mallory possedeva. Si erano fatte ormai le sette di sera, ma non aveva intenzione di fermarsi: quel lavoro lo appassionava talmente che il tempo perdeva ogni significato e importanza per lui. Lavorò ancora a lungo, senza rendersi conto del trascorrere delle ore. Quando si ricordò di guardare l’orologio che portava al polso, si accorse che erano le due del mattino! Realizzò di avere fame e ne aveva ben donde, considerato che aveva mangiato solo un hot dog circa dodici ore prima. Provò a schiacciare il pulsante per chiamare gli assistenti e, con sua sorpresa vista l’ora, immediatamente comparve sulla porta un giovane sui trentacinque anni che gli chiese con deferenza di cosa avesse bisogno. Henry gli disse di avvisare il signor Mallory, se era ancora sveglio, che aveva completato il suo lavoro sulla parte leggibile della pergamena e, se possibile, di fargli avere qualcosa da mangiare.
Pochi minuti dopo l’assistente tornò portando un vassoio con diversi sandwich dall’aspetto decisamente invitante, una bottiglia di birra ghiacciata e una mezza bottiglia di Bollinger Grand Année in un cestello riempito di ghiaccio. I sandwich erano deliziosi: fatti con pane bianco italiano, erano farciti con caviale, salmone affumicato, prosciutto crudo e formaggio italiani, burro salato danese, carpaccio sottilissimo di pesce spada e arricchiti da delicate salse. Henry ne gustò almeno sei con grande piacere e non si fece scrupolo di stappare e bere fino all’ultima goccia la mezza bottiglia di champagne. Aveva appena finito di centellinare l’ultimo sorso di champagne, che apparve sulla porta Mallory.
«Professore, mi dicono che ha terminato la traduzione del testo leggibile: è così?».
«Sì, certo signor Mallory, ho terminato e a parte alcune piccole interpretazioni che vorrei approfondire, direi che ho un quadro abbastanza chiaro del testo, anche se così com’è è molto criptico e non ha senso alcuno o quasi».
«Esattamente quello che hanno detto i suoi colleghi. I miei complimenti professor Walcott: lei ha fatto in dieci ore circa quello che cinque suoi colleghi hanno impiegato quattro settimane a fare. E sono sicuro che, confrontando i risultati, la sua grande competenza risulterà ancora più evidente».
«Non esageriamo: il testo era in un ebraico molto antico, antecedente al passaggio all’aramaico come lingua parlata degli ebrei. Insomma, un ebraico assolutamente inusuale nell’alto Medioevo. Direi piuttosto un ebraico a cavallo tra il I secolo dopo Cristo e l’ultimo secolo prima di Cristo. Qualcosa di simile si trova nei testi sacri degli zeloti, il gruppo integralista politico-religioso ebraico, e ho trovato anche qualche parallelo sintattico con i testi ritrovati a Qumran. In sostanza è un ebraico molto complesso e arcaico, difficile da leggere; anche la grafia è molto arcaica ed è questo che mi stupisce. Una simile grafia è anacronistica nel X secolo: è molto più antica e non dovrebbe essere assolutamente possibile in un testo redatto attorno al 950. È stata fatta un’analisi per confermare l’età della pergamena?».
«Certamente, professore, e sia il metodo del carbonio 14 sia le altre analisi spettrografiche hanno confermato la data di scrittura della pergamena tra il 900 e il 1010, con la usuale approssimazione di più o meno 20 anni».
«Incredibile e abbastanza assurdo, anche. In quell’epoca persino gli ebrei più tradizionalisti non usavano da secoli né quello stile di grafia né quelle forme sintattiche e lessicali».
«Un altro mistero che spero lei sarà in grado di svelare professore. Mi vuol dire ora cosa ha letto finora nel testo?».
«Certamente, signor Mallory. Dunque la parte leggibile dice:
 
I ... della Verità sono proibiti alla stirpe di Adamo ... redenzione ... vede. Non cercherai ... se non avrai Dio al tuo fianco. Diciotto volte il sacro ha toccato la stirpe di David redenta e ... la luce dal seme al pane. Sei sono gli eletti ... e lo testimoniano e la loro prima ... La Verità che non deve essere vista. L’ultimo ... mio e il Signore ha ... servo Pltn d Sn dalla materia migrasse all’anima ... Brnn ... phl t pnt. Il Segno dell’ultimo Pilastro ... nel simbolo del perdono che scende ... David redenta, dato ... Verbo ... alla terra per suo nome. Terra e fuoco uniti lo celeranno ... sarà ancora il primo Segno del primo custode ... la stirpe di David che si tramanda. Corona ... Nove Pilastri. ... ove natura mi diede t pnt in terra di venticinque leghe a mezzogiorno ... nome ... luce che muore.
 
(da Capitolo Manhattan, 5 giugno 2011)
 
 
Karl Hoffmann era alto, robusto, biondo e portava i capelli tagliati cortissimi. I suoi occhi chiari, in un volto quadrato con un grosso naso e una mascella prominente, gli davano il tipico aspetto del militare prussiano. E in effetti aveva prestato servizio a lungo nell’esercito tedesco, passando dalla fanteria d’assalto ai paracadutisti, per poi congedarsi alla soglia dei quarant’anni con il grado di capitano. Se Henry avesse potuto vederlo, avrebbe immediatamente riconosciuto l’uomo che lo aveva svegliato puntandogli una pistola alla testa nella sua camera al podere Santa Maria. Stava andando verso la periferia della città e, quando arrivò all’altezza di una grande e sontuosa villa, compose un numero sul cellulare. Dopo pochi secondi il cancello d’ingresso della villa si aprì lentamente, senza alcun rumore, per poi richiudersi dopo il passaggio della grossa Mercedes nera. Hoffmann percorse un viale per circa duecento metri, fino a che arrivò davanti all’ingresso principale dell’abitazione. Scese dall’auto ed entrò senza suonare. Percorse un breve corridoio ed entrò in uno studio ampio e ben illuminato. Dietro una antica e bellissima scrivania in noce sedeva un uomo sulla sessantina, di statura media, grassoccio, capelli castani che tradivano una calvizie avanzata, occhi scuri, bocca sottilissima con gli angoli piegati all’ingiù. Hoffmann si sedette su una poltrona senza aspettare alcun invito e si rivolse all’altro uomo: «Buongiorno, signor Shoenbauer, come vede sono venuto non appena arrivato in città».
«Era il meno che potesse fare, vista l’assoluta incompetenza che avete dimostrato lei e il suo famoso gruppo operativo. Avanti, mi dica con tutti i particolari come avete fatto a fallire totalmente», rispose l’altro con tono gelido.
«Siamo stati colti di sorpresa, signor Shoenbauer. Avevamo preso Walcott e la sua assistente e anche il manufatto era nelle nostre mani. Putroppo Walcott aveva una seconda squadra di copertura alle sue spalle. Sono intervenuti e li hanno liberati, uccidendo anche uno dei miei uomini. Ce ne siamo accorti quasi subito e gli siamo corsi dietro, solo che mentre noi li inseguivamo, qualcun altro della seconda squadra di copertura è tornato alla casa, o magari non si era nemmeno mosso da lì, e ha recuperato il manufatto. Quando abbiamo desistito dall’inseguimento, rivelatosi del tutto inutile, e siamo tornati alla casa, ho trovato i miei tre uomini rimasti lì e il professor Haiden ammanettati, bendati e imbavagliati sul pavimento. Ovviamente siamo filati subito via dalla casa, dato che non era difficile che Walcott e soci si rivolgessero alla polizia italiana, ma da quello che poi ho saputo pare che se ne siano guardati bene. Probabilmente perché avrebbero dovuto giustificare il possesso del manufatto e non credo che ne avessero l’intenzione. Penso che a quest’ora quel maledetto pezzo di cera sia in America, al sicuro nella residenza di Mallory».
«Complimenti – disse in tono sarcastico l’altro –, avete fallito su tutto il fronte. Adesso Mallory ha sia il manufatto sia Walcott per studiarlo. Siete riusciti almeno a interrogare Walcott?».
«Sì, ma diceva che anche loro stanno brancolando nel buio. Secondo lui il manufatto poteva forse dargli qualche risposta in merito ai Nove Pilastri della Verità. Diceva anche che loro non sanno cosa siano e che forse il manufatto potrebbe essere l’Ottavo Pilastro. Il Nono pilastro è in possesso di Mallory e dovrebbe essere una pergamena che dava indicazioni criptate per trovare l’Ottavo. Walcott le ha interpretate ed è arrivato al podere Santa Maria. Nella antica cisterna romana dell’agriturismo ha trovato quel manufatto, ma ovviamente non poteva aprirlo lì e quindi non sapeva cosa contenesse».
«E lei gli ha creduto?».
«Era spaventato, prigioniero e legato, era stato minacciato lui e la sua assistente: non credo che mi abbia mentito. Tenga presente che è uno studioso, non un uomo d’azione. Era veramente terrorizzato e non credo che abbia avuto il coraggio o la voglia di mentirmi».
«E quindi lei non ha idea se Walcott sappia qualcosa della Voce degli Eletti, giusto?».
«Non saprei, signor Shoenbauer. Non ne ha fatto alcun cenno, il che però mi fa presumere che non ne sappia nulla».
«Bene, in tutto questo disastro, dovuto alla sua incapacità, almeno abbiamo una informazione in più: i Nove Pilastri della Verità potrebbero essere la strada per arrivare al Luogo della Verità, ma non coincidono con esso».
«Sì, sono anch’io di questo parere. Se la Voce degli Eletti giace nel Luogo della Verità, i Nove Pilastri della Verità dovrebbero essere il tramite per arrivare a localizzare questo luogo».
«E speriamo che realmente Mallory e Walcott non sappiano nulla della Voce degli Eletti».
«Pensandoci bene, signor Shoenbauer, mi sta venendo un dubbio».
«Ossia?».
«L’uomo che è entrato nella casa per recuperare il manufatto, dopo aver ammanettato e bendato i miei uomini, ha portato il professor Haiden fuori dalla stanza per qualche minuto. Poi è rientrato con lui, l’ha ammanettato e bendato, si è ripreso il manufatto ed è andato via. Non vorrei che il professor Haiden, mentre era fuori dalla stanza, gli avesse rivelato qualcosa sulla Voce degli Eletti».
«Ma lei ha sentito Haiden?».
«Sì, subito, appena rientrati alla casa, ma lui dice che l’uomo voleva informazioni su cosa sapessimo noi di quel manufatto e che gli ha detto il poco che sapeva, ossia che aveva a che fare forse con una ricerca che Haiden stava facendo e che sapeva solo che si trattava di qualcosa relativo ai Nove Pilastri della Verità».
«Se è così... Ma siamo sicuri che Haiden non gli abbia detto altro?»
«Vedrò di appurarlo oggi stesso, interrogando di nuovo il professore, e stavolta in modo un po’ più approfondito».
«Si faccia dire tutto quello che può, ma lo voglio vivo, mi raccomando, e in grado di lavorare: è uno dei migliori esperti mondiali nel suo ramo e non posso rischiare di fare a meno della sua collaborazione».
 
(da Capitolo Bamberga, 27 giugno 2011)

 

 
Il cardinale Spada aveva nelle sue mani la preziosa pergamena, inserita sotto una lastra di cristallo. Accanto a lui Lichstaier e il cardinale Ferretti la stavano osservando con lui. Il segretario di Stato vaticano aveva in mano un foglio con la traduzione del testo dal greco. Dopo qualche minuto di silenzio, Lichstaier disse: «Come vedete, eminenze, la pergamena corrisponde esattamente alla scannerizzazione che Bareschi ci aveva fatto avere. E il testo non lascia dubbi».
«Sì – replicò Ferretti –, non ci sono dubbi. Il documento è originale e ci conferma la verità che temevamo. I Vangeli originali erano sei e non quattro. Questo è un problema molto grave, se la notizia dovesse trapelare».
«E come potrebbe eminenza? – chiese l’ufficiale – Solo Bareschi ne è al corrente e anche se è infido e avido, non gli converrebbe andare in giro a dirlo anche perché dovrebbe spiegare come ha fatto lui a venire in possesso della pergamena e dovrebbe anche dire che se l’è fatta pagare ben cara. E poi, senza l’originale, la notizia finirebbe per passare come l’ennesima bufala sensazionalistica sul cristianesimo».
«È vero anche questo. Ma rimane il problema del nascondiglio in cui sono celati i sei Vangeli originali. Al di là delle complicazioni politiche e dei problemi che creerebbero sull’autorevolezza della Chiesa cattolica, sarei molto curioso di poter leggere con i miei occhi, direttamente, l’opera originale dei santi evangelisti. Personalmente sarei anche disposto a rivedere alcuni dogmi e insegnamenti della nostra Chiesa portati avanti da secoli, se la parola del Cristo li inficiasse o li modificasse. E credo che anche il Santo Padre sarebbe del mio parere».
«E se stravolgessero totalmente l’insegnamento della Chiesa cattolica? – interloquì il cardinale Spada – Se provocassero il crollo della nostra teologia e minassero l’autorità religiosa stessa del papa?».
«Sarebbe terribile, lo ammetto, ma in ogni caso per un cristiano cos’è più importante: l’edificio politico e dogmatico della Chiesa cattolica o la verità predicata da Gesù Cristo nostro Signore, il figlio di Dio?».
«Non lo so, eminenza, non lo so. Da religioso devo per forza dare più valore alla verità del Cristo, ma da uomo di Stato devo anche proteggere il Vaticano, la Chiesa cattolica, l’autorità del papa».
«In ogni caso, fino a che non salteranno fuori i sei Vangeli originali, il problema non si pone. Se mai ne verremo in possesso, li studieremo attentamente e poi sarà il Santo Padre a decidere cosa farne. L’unica cosa veramente indispensabile è che se i sei Vangeli esistono ancora, se non sono andati distrutti o smarriti completamente nel tempo, dobbiamo essere noi a metterci su le mani».
«Concordo con lei, eminenza – intervenne  Lichstaier –, e da cattolico sono convinto che se il Signore vuole che i Vangeli originali vengano alla luce nel mondo moderno, ciò avverrà, indipendentemente dalla nostra volontà. Il problema è che la pergamena non ci dà alcuna indicazione sul luogo in cui furono celati da Giacobbe».
«Non è esatto, capitano – disse il cardinale Spada –, la pergamena ci dice che sono nascosti nel Luogo della Verità che non deve essere vista e che Nove Pilastri conducono a questo luogo».
«Vero, eminenza, ma non sappiamo assolutamente nulla né di questo “Luogo” né dei “Nove Pilastri”, però forse una labile traccia potrebbe esserci».
«Cosa vuol dire, capitano?», chiese attentissimo Spada.
«Quando sono stato in Israele a verificare cosa stessero facendo gli israeliani, ho saputo dai nostri contatti che avevano per le mani qualcosa che poteva essere molto importante e che, forse, aveva a che fare con documenti o reperti molto antichi e molto importanti».
«Sì, questo lo sapevo già capitano, ma che cosa ha a che fare con i Nove Pilastri o il “Luogo”?».
«Ho pedinato l’ufficiale israeliano che si stava occupando della faccenda, come le ho scritto nel rapporto. Non abbiamo avuto la possibilità di vedere a cosa stessero lavorando in quell’edificio in cui è entrato e si è trattenuto per molte ore, però ho visto entrare assieme a lui il professor Henry Walcott».
«Walcott? L’insigne paleografo e archeologo americano?».
«Esatto, eminenza, proprio lui. Sono usciti poi assieme e Walcott indossava una tuta militare chiaramente sporca di terra. Non le fa venire in mente nulla?».
«Devono aver esplorato qualcosa che si trovava sottoterra, evidentemente».
«Certo, eminenza, ma la cosa più significativa è la stessa presenza del professor Walcott. Gli israeliani hanno eccellenti studiosi di paleografia, perché quindi chiamare Walcott, anche se è notoriamente uno dei migliori al mondo?».
«Probabilmente perché hanno davanti qualcosa di molto complicato e difficile da  leggere e tradurre», disse il cardinale Ferretti.
«Oppure, eminenza, che hanno bisogno del suo programma informatico».
«Quale programma?».
«Il professor Walcott ha elaborato personalmente un complicatissimo programma informatico in grado di ricostruire parti di testo mancanti in documenti antichi, partendo anche da labili tracce di scrittura e comparando stili, grafie, segni. Questo mi fa pensare che gli israeliani possano avere tra le mani qualcosa che non riescono a leggere e tradurre. Ma c’è di più: i nostri contatti a Gerusalemme mi hanno riferito che, dopo la partenza del professor Walcott, gli israeliani hanno iniziato a setacciare discretamente, ma accuratamente una vasta area a sud di Gerusalemme».
«Il che significa – intervenne il cardinale Spada – che grazie a Walcott hanno recuperato qualche informazione in più che ha permesso loro di dare l’avvio a una ricerca, giusto?».
«Esatto, eminenza. E ho anche altre due tessere del rompicapo: Walcott pochi giorni dopo essere tornato da Israele è andato a Boston e nella stessa città ho visto personalmente anche il dottor Bareschi».
«E che ci faceva quell’insopportabile nanerottolo a Boston?».
«Non lo so, eminenza, ma so che Walcott ha contattato una famiglia bostoniana che poi è stata trovata massacrata e torturata il giorno dopo».
«Santo cielo!», esclamò Spada.
«Sì, eminenza, una cosa orribile a sentire la stampa locale. Evidentemente chi ha torturato e ucciso questa famiglia, i Prodekni mi pare si chiamassero, cercava qualcosa di molto importante».
«Ma Walcott... non sarà...», disse Ferretti.
«No, eminenza, lo escludo nel modo più assoluto. Conosco sia di fama sia di persona il professor Walcott e lui non farebbe mai una cosa del genere. È uno studioso serio, coscienzioso e anche un buon cattolico. No, lui non c’entra nulla con quell’efferato duplice omicidio».

 

(da Capitolo Città del Vaticano, 26 luglio 2011)

 

 
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