2009
8
Set

Edoardo Vianello - Il re Mida dell'estate

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Enzo Giannelli ed Edoardo Vianello
 
Edoardo Vianello
Il re Mida dell’estate
 
 
Collana Parole tra le note
 
Roma, Armando Curcio Editore, settembre 2009
pp. 320, cm 19,2 x 27, € 32,00
 
ISBN 978-88-95695-07-5
 
 
 
Musicista, cantante e cantautore, attore teatrale e televisivo, Edoardo Vianello ha rivoluzionato la canzone italiana.
 
All’interno 2 cd con 32 canzoni.
 
In libreria da settembre 2009

 
Il libro
 
Quante gambe ad angolo hanno fatto muovere le canzoni di Edoardo Vianello? E quanti ricordi evocano? L’uomo, l’interprete e l’autore di tanti brani memorabili che hanno fatto la storia non solo della canzone, ma anche del costume dell’Italia degli anni Sessanta, ricostruisce insieme a Enzo Giannelli le tappe più importanti della sua carriera, restituendoci le atmosfere suggestive di un Paese, di un mondo musicale che ancora oggi ci appartiene. Il risultato è la storia di un artista che come pochi, presa una chitarra in mano e nient’altro, riesce a fare grande, trascinante spettacolo. L’opera si completa con preziose testimonianze di noti personaggi del teatro, della canzone e della tv che hanno condiviso momenti di vita e di lavoro con Edoardo (Wilma Goich, Ennio Morricone, Anna Mazzamauro, Pippo Baudo, Franco Migliacci, Louiselle, Miranda Martino), e con un ricco apparato iconografico inedito, due cd musicali e una dettagliata guida all’ascolto.

 
Una Lettura
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Edoardo Vianello si affaccia alla ribalta della canzone fra il 1958 e il 1959, alle soglie dei cosiddetti “fantastici” anni Sessanta, in pieno boom economico.
Il piano Marshall ha fatto i suoi miracoli, magari in cambio di qualche base missilistica a guardia del Mediterraneo. La Democrazia cristiana governa all’insegna del vivi e lascia vivere, anche se mette i mutandoni modello andreottiano alle ballerine televisive. E il Partito comunista predica la rivoluzione, ma non la pratica, impegnato com’è a cercare posti in Parlamento.
L’Italia ha appena cominciato a volare ma, sul blu di un Modugno pentito, comincia ben presto a piovere. E di lì a breve si tornerà a innalzare un nuovo altare alla romantica fanciulla angelicata di Renato Rascel.
Le rivoluzioni, si sa, durano poco. A fare il resto, è lo spirito dei tempi.
Fra i capricci di Maria Callas e i paparazzi di via Veneto, la veemenza del rock and roll e i pappagalli della strada, la Hollywood sul Tevere (che da qualche tempo consuma i suoi fasti a suon di dollari lungo il biondo fiume della Città eterna) e la dolce vita che sta per esplodere, il benessere si rivela in tutti i suoi aspetti.
Gli italiani scoprono l’utilitaria, l’aperitivo a mezzogiorno, il week-end, la seconda casa e portano in tavola la carne cinque volte alla settimana. Si parla di disarmo. Scompaiono le case chiuse. Viene inaugurato il primo tratto dell’Autostrada del Sole. E la Fiat diminuisce il prezzo della Cinquecento. Non è un caso che a Spoleto nasca il Festival dei Due Mondi, immerso in un’aria leggera e spensierata, resa ancora più variopinta e scanzonata dai giovani che arrivano da ogni parte del pianeta con sacco a pelo, camiciole colorate, jeans e scarpe da ginnastica. E questa atmosfera non resta confinata nella piccola località umbra, ma si propaga in tutte le città italiane alle quali l’architetto Giò Ponti va cambiando volto.
I ragazzi cominciano ad assaporare una certa libertà di azione (proibita ai loro padri) e hanno in tasca le chiavi di casa e parecchi spiccioli da scialacquare (lussi sconosciuti ai fratelli maggiori). E l’espressione “gioventù dorata”, uscendo dall’ambito elitario, sembra potersi applicare indistintamente a tutti gli esponenti della nuova generazione.
I sogni nel cassetto custoditi da Lea Massari hanno lasciato il posto ai più liberatori e solari cavallucci marini della Milva sanremese. E i due soldi di speranza promessi da Renato Castellani sono diventati i “quattro soldi de felicità”, stonati bonariamente da Mario Riva attraverso gli schermi televisivi dell’Italia musichiera.                     
Ma l’aspetto più singolare del momento, quello che etichetterà definitivamente come “fantastici” gli anni Sessanta, è il deflagrare della musica leggera, il suo ammalarsi di elefantiasi, che sembra sovrastare qualsiasi altra manifestazione della vita quotidiana, cosa che, nel decennio precedente, non era riuscita nemmeno al Festival di Sanremo, il quale si limitava a calamitare l’attenzione delle masse popolari per non più di tre giorni all’anno.
Dall’America arriva la stereofonia. E anche in Italia si comincia a incidere ad alta fedeltà. Con l’avvento del quarantacinque giri l’industria del disco riesce a smerciare, nel solo 1958, oltre diciassette milioni di pezzi. Nei juke box, che hanno invaso la Penisola, si gettonano Elvis Presley e Perry Como, i Fraternity Brothers e Johnny Restivo, Paul Anka e Joe Damiano.
Attraverso queste macchine parlanti, Mina e Celentano consumano le loro crisi epilettiche a colpi di crome e di biscrome. Se il molleggiato fa il ribelle lanciando baci a tempo di rock, la tigre di Cremona semina sul pentagramma tintarelle lunatiche, coriandoli, zebre a pois, cubetti di ghiaccio, briciole di baci, banderuole impazzite. E, accanto a loro, si agitano Tony Dallara (capostipite degli urlatori, intento a rilanciare in chiave terzinata vecchi successi degli anni Trenta e Quaranta come Ti dirò, Non partir, Non passa più), Betty Curtis (che rispolvera Cantando con le lacrime agli occhi, riprendendola addirittura dal repertorio che fu di Oscar Carboni e di Luciano Tajoli), Peppino di Capri (che ripropone classici napoletani a prova di singhiozzo), Joe Sentieri (che, in preda al mal di mare, si esibisce  saltando da un capo all’altro del palcoscenico), Gianni Meccia (che scandalizza i benpensanti dichiarando di odiare tutte le vecchie signore). Jenny Luna, Little Tony, Giorgio Gaber, l’incendiaria Brunetta “Spaccatutto”, il più pacato Tony Renis e la meteora Clem Sacco completano questa sorta di corte dei miracoli canterina.
Sembra, insomma, che l’imperativo degli anni Sessanta sia quello di cantare. Infatti, fra canzonissime, cantagiri, festivalbar,  dischi per l’estate e caravanserragli canori di ogni tipo, la Penisola non fa che trillare, gorgheggiare, urlare, sospirare, cinguettare insulse parole d’amore, siano esse sussurrate o terzinate, siano esse a tempo di slow o a tempo di rock and roll, che il giorno dopo nessuno ricorda più. Dalle Alpi alle Madonie, dagli Appennini al Gennargentu, si contano oltre un migliaio di cruente battaglie in chiave di violino, tanto che l’Italia perde la sua connotazione geografica e diventa un Paese a forma di festival.
 
Ed è proprio in questo clima disteso, rassicurante, e anche un poco balzano, accompagnato da una sconosciuta e improvvisa opulenza assai vicina alla crapula, che prendono il via e si snodano i “fantastici” anni Sessanta.
Ma gli anni Sessanta (mitizzati, ricordati, idealizzati e fatti oggetto di patetici revival) erano davvero “fantastici” come li considera l’immaginario collettivo, ampiamente sponsorizzato dalla stoltezza televisiva? Assolutamente, no. 
I problemi di sempre ci sono tutti: dalla fame nel mondo ai conflitti sparsi un po’ ovunque per il pianeta (a cominciare dalla guerra nel Vietnam, spesso strumentalizzata da partiti politici e da artisti in cerca di pubblicità), dallo sfruttamento dei padroni alle rivendicazioni operaie (con scioperi a catena), dalla corruzione politica agli omicidi, dagli scandali alle emigrazioni quasi mai indolori, dal profilarsi di una congiuntura alla subdola inoculazione del virus consumistico (che si rivelerà il peggiore dei mali), fino alle inquietudini giovanili, che per la prima volta si palesano prepotentemente nei vari strati sociali.
Ci sono sì i figli dei fiori dalle intenzioni pacifiste, ma anche i ragazzi che scappano di casa, insofferenti all’ambiente familiare. C’è chi si contenta di farsi crescere i capelli quale innocuo atto di protesta, ma nascono anche i teddy boys, fenomeno di importazione inglese che vede soprattutto “figli bene” dediti alla delinquenza minorile. E pare che gli urlatori, tutto sommato, gridino a squarciagola la propria ribellione, denunciando un disagio generazionale, un malessere insopportabile e, per molti versi, incomprensibile per chi ha vissuto le privazioni del periodo bellico, sopportato espropriazioni di ogni tipo, affrontato le fatiche del dopoguerra, e che sta ancora contando i morti.
Qualcuno parla di moda, altri di industria discografica in cerca di espedienti per vendere il prodotto, non riconoscendo motivi validi alla polemica, alla rivolta giovanile, anche perché “questi agitati delle settenote hanno la Opel o la Thunderbird parcheggiata davanti alla porta di casa”. E il canto quieto, classicheggiante e, tutto sommato, riposante dei Beatles sembra dare ragione ai benpensanti. Ma si tratta soltanto del giudizio ingiusto e frettoloso di chi non tiene conto dello spirito dei tempi e dell’eterna contraddizione del vivere.
Eppure, gli anni Sessanta hanno qualcosa di diverso, immersi come sono in un’atmosfera, forse soltanto apparente, di benessere e spensieratezza, destinata a contraddistinguerli.
 
Ai decenni, si è spesso aggiunto un aggettivo (folli, ruggenti, mitici, fantastici), forse per abbellire un quotidiano che, bello, non è mai stato. Del resto, l’uomo ha sempre avuto bisogno di aggrapparsi a qualcosa di inconsistente (miti, religioni, ricchezza, politica, successo, potere) per dare consistenza alla propria incompletezza, alla propria precarietà, alla propria caducità.
Tuttavia, volendo definire gli anni Sessanta, non è azzardato chiamarli (proprio in virtù di quell’apparente atmosfera di benessere e spensieratezza che li avvolge) la seconda Belle époque del Novecento. Se la prima è finita con un colpo di pistola che ha fatto scattare la scintilla della Grande guerra, la seconda troverà la sua conclusione nel maggio francese, goccia primigenia del Sessantotto. Ma questa è tutta un’altra storia.
 
Dunque, Edoardo Vianello. Che cosa ha rappresentato il cantautore romano negli anni Sessanta?
Edoardo Vianello è stato innanzi tutto il re dell’estate. Più precisamente, il re Mida dell’estate. Tutto quello che canta diventa oro. Ossia, le sue note si trasformano magicamente in quarantacinque giri venduti a milioni di copie. Le sue fanciulle abbronzatissime (o spellate come peperoni arrostiti), il suo capello degli equivoci, i nasi stropicciati dei suoi esquimesi, le sue gambe dondolanti in twist geometrici, le sue tremarelle a tempo di surf, le sue ciccione a passo di cha cha cha, le sue barche in affitto, i suoi ciceroni in torpedone, i suoi splash morriconiani da sub provetto, i suoi watussi alle prese con l’hully gully faranno epoca.
Ma il pregio che va particolarmente riconosciuto all’autore di Pinne fucile ed occhiali è quello di essere stato (Orietta Berti permettendo) l’ultimo artista (prima che la canzone diventasse monotonia pentagrammale, velleitario manifesto politico, rivoluzione da operetta, sterile protesta da zone depresse, povertà creativa) a divertire gli italiani, regalando loro motivetti ben fatti e gustosissimi da canticchiare spensieratamente sulla spiaggia o sotto la doccia, da ballare per dancing estivi, balere e rotonde sul mare, facendo appello a quel pizzico di demenzialità cui ogni essere umano ha diritto. È stato l’ultimo geniale autore di quella lunga e felice stagione delle canzoni a ballo, che si concluderà irrimediabilmente di lì a poco proprio con la tanto vituperata Orietta, timoniera controcorrente di una barca che ha saputo affrontare e superare agevolmente a tempo di marcette le rapide dell’immalinconimento canzonettistico.
 
Prefazione di Enzo Giannelli
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L’intervista a Wilma Goich
 
Cantante dotata di un’ottima sensibilità musicale e di una voce dolce, garbata, ricca di toni delicati e di notevole estensione, il suo nome è popolarissimo fra il 1965 e la seconda metà degli anni Settanta. Nel 1967 sposa Edoardo Vianello, con il quale nel 1971 forma il duo dei Vianella. Fra i suoi maggiori successi si ricordano Ho capito che ti amo, Le colline sono in fiore, In un fiore, Se stasera sono qui, Gli occhi miei, Per vedere quanto è grande il mondo, Baci baci baci.   
Ho raggiunto Wilma Goich tramite cellulare nella tarda mattinata di una domenica particolarmente piovosa, mentre la cantante, di ritorno da un concerto tenuto la sera prima, si trovava alla guida della propria auto. Nonostante l’umore non fosse dei migliori, si è resa disponibilissima all’intervista. Devo soltanto aggiungere che non ho ben capito se certi sbalzi di voce avvertiti qua e là fossero dovuti al campo magnetico, al maltempo, al traffico o al sentire il nome dell’ex marito.
 
Signora Goich, come è stato l’incontro con Edoardo Vianello?
Me ne sono subito innamorata.
 
Eppure, il primo round non deve essere stato dei più idilliaci perché, poco dopo esservi fidanzati, vi siete lasciati.
Le solite incomprensioni iniziali. Forse lui non era ancora del tutto convinto.
 
In seguito, comunque, ogni cosa sembra essere andata per il verso giusto.
Onestamente, devo dire che le cose per il verso giusto devo avercele mandate io, anche perché volevo sposarlo ad ogni costo. Del resto, innamorarsi non è una colpa.
 
E la vita coniugale?
Direi buona. Fra noi c’era un’ottima intesa. E avevo un bellissimo rapporto con i suoceri. Certo, le baruffe non sono mancate, ma questo succede nelle migliori coppie. Per parecchi anni, tuttavia, le cose sono andate benissimo. Insieme, poi, un capolavoro l’abbiamo fatto, ed è nostra figlia Susanna.
 
Come ricorda il periodo dei Vianella?
Molto piacevolmente. Fu una splendida stagione. E anche una sfida vinta.
 
In che senso?
Beh, all’inizio degli anni Settanta, i tempi dei grandi successi, come Le colline sono in fiore, Gli occhi miei, Se stasera sono qui, erano ormai piuttosto lontani. E anche la popolarità di Edoardo si era molto affievolita. L’idea di formare un duo non nacque all’improvviso, casualmente, ma fu un’operazione studiata a tavolino, che richiese del tempo. C’era poi da trovare un repertorio adatto, cosa certamente non facile. Se poi mettiamo in conto che, in Italia, tornare alla ribalta con onore dopo un periodo di oscuramento non è mai né semplice né sicuro, si può ben dire che il progetto Vianella  centrò in pieno il bersaglio, andando molto al di là di ogni previsione. Il ritorno alla grande popolarità fu totale. Canzoni come Vojo er canto de na canzone, Semo gente de borgata, Fijo mio vennero accolte dal pubblico come meglio non potevamo augurarci. Insomma, fu una seconda giovinezza che durò piuttosto a lungo, tanto che incidemmo ben nove album.
 
Quali canzoni ricorda con più simpatia di quella felice parentesi?
Alcune di quelle che non hanno avuto il successo che meritavano. In particolare, Li pajacci di Ennio Morricone.
 
Poi, il rapporto con Edoardo Vianello si è incrinato fino alla rottura definitiva. Cosa non ha funzionato?
Non è dipeso da me. Io sono una donna gelosa e Vianello non è un campione di fedeltà. Non gliene faccio una colpa. Ognuno è fatto come è fatto. Ma, a me, non andava per niente a genio. Era una situazione insostenibile.
 
Edoardo Vianello non è completamente dello stesso avviso. Di lei, dice che è una carissima persona, ma, negli ultimi tempi, era un poco pigra sul lavoro.
È del tutto falso. Le faccio un esempio. Nemmeno quindici giorni dopo il parto, ero già davanti a un microfono. Se questa è pigrizia… I fatti sono ben altri. E Vianello lo sa bene.      
 
Incomprensioni che lei non è riuscita a superare?
Quando è finita, è finita. Inutile stare lì a rammendare, a rimettere insieme i cocci. E poi, chiamiamo le cose con il loro nome. Altro che incomprensioni. Quelli erano tradimenti, erano corna…
 
Posso farle una domanda impertinente?
Se ci tiene, faccia pure.
 
Lei ha mai scambiato un crine di cavallo per un capello?
Non ce n’era assolutamente bisogno. Biondi, rossi, neri, castani… quelli erano tutti capelli veri, altro che crini di cavallo.

 
Gli autori
 
ENZO GIANNELLI è scrittore ed esperto musicologo. I suoi interessi spaziano dai capolavori di nicchia della letteratura antica alla storia della musica e del costume, e trovano espressione anche attraverso i programmi radiofonici e televisivi da lui ideati e diretti. Per questa stessa collana ha scritto Renato Carosone. Un genio italiano.
 
EDOARDO VIANELLO è un artista a tutto tondo: musica, cinema, teatro e non solo. Il genio creativo e l’innata curiosità, infatti, oltre a spingerlo verso confini lontani dalla sua principale attività – la passione per l’urbanistica ne è un esempio – lo proiettano da sempre sull’onda del successo.
 
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