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2009
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Mag

Fan Fiction con l'autrice

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Hyperversum - Romanzo Collettivo

 

Etienne De Sancerre e Donna Barrat, durante una battuta di caccia Ian Maayrkas si imbatte in un giovane cavaliere e in una ragazza, presto accusata di essere una strega. Ma cosa nasconde davvero questa strana coppia, e perché il cavaliere di Aubery sembra avere un interesse così personale sulla vicenda?.

 

Collocato temporalmente tra Il Falco e il Leone e Il Cavaliere del Tempo, il progetto Hyperversum - Romanzo Collettivo, patrocinato da Giunti Editore e supportato dalla stessa Cecilia Randall (editor d'eccezione) sta per giungere a metà del suo naturale percorso. Grazie al contributo dei numerosi autori che hanno deciso di giocare con l'ambientazione creata della trilogia della Randall, il prologo dell'autrice si è presto trasformato nella prima parte di un romanzo breve (al momento con due varianti aperte) che si concluderà tra poco meno di un mese.

Il ritmo (abbastanza frenetico) di scrittura (è richiesto un capitolo nuovo a settimana) non ha comunque inciso sulla qualità della storia in atto, che procede con molta azione e continui colpi di scena. Molti punti della trama sono comunque ancora aperti e servirà ovviamente un'idea (o più d'una) per il gran finale.

Ricordiamo perciò che la partecipazione al progetto è libera e gratuita e che l'unico requisito richiesto è quello di aver voglia di immergersi nelle atmosfere di Hyperversum. Se vi piace "giocare di ruolo" sappiate che questo può essere il momento giusto per entrare il scena.

 

Troverete i capitoli già scritti, il regolamento e tutte le informazioni necessarie sul sito ufficiale http://hyperversum.wordpress.com/

 


 

Prologo

 

 

Francia
28 maggio 1215

 

Pierre di Gréail fece un respiro profondo avvistando finalmente la sua meta, attraverso uno squarcio nella ricca vegetazione del bosco. Dal punto in cui si trovava, poteva scorgere la strada in discesa lungo la collina e la pianura sottostante, larga e attraversata da un fiume placido, delimitata all’orizzonte da altre colline non più coperte da boschi ma da vigneti.

Il castello di Séour sorgeva nel bel mezzo della spianata, imponente con la sua triplice cinta di mura e il torrione alto e squadrato. Ogni torre, ogni bastione e persino il duplice barbacane costruito a cavallo del fiume era ornato di bandiere bianche e blu, ondeggianti a festa grazie al vento vivace. Fuori dal castello, al di qua del fiume, un’ampia zona di prato era stata liberata dall’erba, spianata e recintata con cura, per lasciare spazio a tribune di legno, baracche per gli attrezzi o per gli animali e padiglioni da cavaliere dai colori sgargianti.

Il signore del castello, il conte cadetto Etienne de Sancerre, si sposava. A Séour era ormai quasi tutto pronto per il torneo che avrebbe accompagnato i sette giorni di festeggiamenti per le nozze del padrone di casa con una pupilla del casato Ponthieu, una giovane donna il cui tutore era nientemeno che il famoso conte Jean Marc de Ponthieu, il Falco d’argento.

Pierre tirò le redini del vecchio palafreno, concedendosi di fantasticare per qualche istante mentre osservava da lontano la lizza del torneo. Dietro di lui, legato al palafreno da una lunga corda, il destriero da battaglia sbuffò e scosse la criniera.

«Pazienta ancora un po’, amico mio. Siamo quasi arrivati» disse Pierre voltandosi verso l’animale con un sorriso di scusa. «Appena saremo a Séour, ti libererò del peso disdicevole che porti sulla groppa e finalmente potrai riguadagnare la tua dignità di guerriero.»

Il destriero sembrò capirlo, perché si avvicinò e strofinò il muso sulla manica del suo giovanissimo padrone.

Pierre riportò l’attenzione sul castello e sui luoghi del torneo, in silenzio. Non poteva fare a meno di pensare di avere davanti il suo futuro e accanto a sé tutto ciò che rimaneva del suo passato: un vecchio cavallo da viaggio e uno, più giovane, da combattimento; una sacca con pochi abiti consunti e un’altra in cui erano religiosamente conservati l’usbergo, l’elmo, la livrea e la spada di suo padre. Lo scudo senza blasone, con una semplice, piccola croce bianca dipinta sul metallo graffiato, era legato alla sella del destriero insieme agli altri bagagli.

A vent’anni appena compiuti, Pierre non aveva altro al mondo se non quei due cavalli e le poche cose che vi aveva caricato sopra non disponendo di un animale da soma. Nella sua scarsella restava solo qualche moneta d’argento e dietro al suo nome di battesimo non veniva un titolo nobiliare ma la semplice indicazione del suo luogo di nascita: Gréail, poco più a ovest di Séour, nel feudo confinante di Aubery.

Suo padre Arnaud era un semplice fabbro, ma era stato in Terrasanta e combattendo laggiù aveva guadagnato con il suo valore gli speroni da cavaliere, l’unico bene trasmesso al figlio prima di morire.

Pierre sapeva di dover ora scommettere tutto il suo futuro su quegli speroni e sull’addestramento che suo padre era riuscito a impartirgli, prima di conferirgli lui stesso l’investitura. Era un cavaliere senza niente, ma pur sempre un cavaliere, e a vent’anni sperava di potersi guadagnare un avvenire grazie al torneo imminente.

I signori erano sempre generosi durante i festeggiamenti per le loro nozze. Pierre non poteva certo ambire di partecipare alla mischia o alle sfide che avrebbero visto coinvolti i cavalieri nobili, i parenti e i compagni d’arme dello sposo, ma in sette giorni di torneo vi era ampio spazio anche per le sfide aperte a tutti e se lui fosse riuscito a mettersi in luce durante la quintana o nel tiro con l’arco, forse il conte Etienne de Sancerre avrebbe accettato i suoi servigi.

Pierre non chiedeva molto: gli sarebbe bastato poter servire nella guarnigione del castello o in uno qualsiasi dei possedimenti dei Sancerre, in cambio di vitto e alloggio. In alternativa, non gli rimaneva che chiedere un lavoro in città per poter sopravvivere.

La fatica non lo spaventava e si sarebbe adattato anche al mestiere più umile, se solo non avesse giurato a suo padre di non abbandonare gli speroni, così faticosamente conquistati.

Padre, non ti deluderò, promise il ragazzo in silenzio. Dopo questo torneo, sarai fiero di me.

Si riordinò i capelli scuri arruffati dal vento e infine spronò il palafreno a riprendere il cammino, inoltrandosi di nuovo nel fitto degli alberi. Se tutto andava come previsto, sarebbe arrivato a Séour giusto prima del coprifuoco, in tempo per presentarsi alle guardie della città e cercare un logo dove passare la notte e mangiare qualcosa.

Nel bosco le ombre erano già fitte, nonostante il sole ancora alto, e il sentiero si scorgeva a malapena. Pierre rabbrividì a una folata d’aria più dispettosa delle altre, ma forse non era solo la temperatura più bassa a suscitargli quella reazione.

Per accorciare il più possibile il viaggio, aveva deciso di passare il confine tra il feudo di Aubery e il contado di Séour scavalcando le colline basse invece di aggirarle, anche se questo voleva dire attraversare una zona meno agevole e poco battuta. Lungo la strada più di un contadino aveva cercato di convincere il ragazzo cavaliere a cambiare tragitto, ma poi nessuno aveva mai risposto alle sue domande, trincerandosi dietro silenzi inspiegabili. Pierre aveva persino notato che qualcuno si era fatto il segno della Croce, menzionando il bosco.

Ansioso di arrivare a Séour prima che venisse invasa dalla folla del torneo e quindi prima che tutte le locande più a buon mercato esaurissero i posti, Pierre non aveva dato ascolto ai consigli dei contadini, tirando dritto per la sua strada e attraversando soddisfatto il confine con i domini dei Sancerre appena sorto il sole. Ora però, dopo un intero giorno di cammino senza incontrare anima viva, il ragazzo era punto sempre più spesso dalla preoccupazione di non farsi sorprendere dal buio in mezzo a quelle piante agitate del vento. C’erano già abbastanza richiami di animali selvatici, volpi, rapaci o chissà cos’altro, mischiati allo stormire delle foglie e non era ancora il tramonto. Non era davvero il caso di scoprire col buio se qualcuna di quelle voci fosse anche un qualche segnale di riconoscimento per briganti o malfattori.

Perso in quelle considerazioni, Pierre sobbalzò quando un suono più lugubre degli altri risuonò tra gli alberi. Anche i cavalli nitrirono innervositi. Il ragazzo voltò la testa per scrutare in mezzo ai rami, ai tronchi e ai cespugli. Con la coda dell’occhio gli parve di cogliere un’ombra grande e scura.

Fu un attimo: l’ombra scomparve subito, ma il suono si ripeté, più lontano, troppo lontano perché potesse essere emesso dalla stessa ombra di prima.

Pierre si tirò più vicino il destriero per allungare la mano verso la spada legata insieme agli altri suoi pochi bagagli. Non fece in tempo a sguainare l’arma perché la vegetazione si mosse di nuovo alla sua destra, con più violenza. Davanti al palafreno del ragazzo comparve di colpo una figura snella.

Una ragazza giovanissima, vestita con un abito verde dagli strani ricami ma con i capelli sciolti e scarmigliati. Aveva gli occhi dilatati, il volto pallido, il respiro accelerato. Si fermò di colpo quando vide Pierre e i due cavalli, ma poi gli corse incontro come se fosse inseguita dai lupi. «Via!» gridò. «Se tenete alla vita, andate via!»

Si aggrappò al giovane cavaliere quando gli arrivò abbastanza vicina da potergli afferrare il mantello. Non sembrava ferita, ma era impolverata e aveva alcune foglie tra i capelli neri, come se fosse reduce da una lunga corsa in mezzo alle piante.

«Ma che cosa..?!» tentò di domandare Pierre, ma il suono lugubre di poco prima si ripeté più vicino e stavolta le ombre tra gli alberi erano chiaramente due.

«Fatemi salire!» pretese la ragazza, alzando le braccia verso Pierre. «E adesso, via!» ordinò quando il cavaliere la issò in arcione davanti a sé. «VIA!» strillò, più forte, poiché l’altro esitava.

Frastornato, Pierre non se lo fece ripetere ancora. Piantò gli speroni nei fianchi del palafreno e lanciò l’animale in un galoppo alla cieca attraverso il bosco.

Nemmeno lui seppe quanto durò. Lasciò che il palafreno decidesse il tragitto migliore tra cespugli e alberi per scendere dalla collina, perché era troppo impegnato a ripararsi la faccia e a proteggere la sua improvvisata compagna di fuga dai rami bassi.

Quando il cavallo rallentò finalmente la corsa, davanti ai fuggitivi si apriva la pianura di Séour.

Pierre tirò le redini e si voltò indietro, mentre cercava di riprendere fiato. Il bosco ormai alle sue spalle sembrava immobile, nessuno uscì dalle piante per inseguire i fuggitivi e le ombre erano ormai troppo fitte per distinguere qualcosa in mezzo ai tronchi.

«Non ci prendono più. Non oseranno uscire allo scoperto» sussurrò la ragazza, sbirciando nella stessa direzione al di sopra della spalla del suo salvatore.

«Ma si può sapere di chi state parlando?» domandò Pierre, che continuava a non capire, ma la ragazza invece di rispondergli si voltò di scatto verso il prato aperto, dal quale arrivava un rumore confuso.

Anche Pierre si girò, nell’istante stesso in cui il grido stridulo di un rapace attraversava il cielo. Più lontano, in mezzo al prato, stava un gruppo nutrito di cacciatori aristocratici, tra i quali alcuni cavalieri. Il più alto di questi alzò il braccio per accogliere sul polso una magnifica femmina di falco pellegrino, scesa docile fendendo il vento.

I battitori che accompagnavano il gruppo avevano notato i due ragazzi sbucati dal bosco al galoppo sfrenato e ora li stavano indicando a un secondo cavaliere dai capelli scuri, al loro signore, a giudicare almeno dagli abiti aristocratici.

«Il conte Etienne de Sancerre!» lo riconobbe Pierre, che aveva avuto modo già altre volte di vedere da lontano il signore di Séour.

Il ragazzo spostò lo sguardo sul cavaliere più alto col falco sul braccio, accompagnato da uno scudiero adolescente coi capelli rossi, e intuì l’identità anche di quell’uomo, perché lo aveva sentito descrivere tante volte. «È il Falco d’argento!»

La giovanissima sconosciuta invece aveva appuntato la sua attenzione su un cavaliere più anziano, tra gli altri che accompagnavano i due conti cadetti, e si strinse a Pierre. «Quello invece è il barone di Aubery» mormorò, tetra, poi spostò lo sguardo con decisione sul suo accompagnatore. «E anche voi siete un cavaliere. Io sono sola e non ho nessuno che mi protegga. Lo farete voi, non è vero?»

Pierre dovette staccare gli occhi dal gruppo di cacciatori in arrivo per concentrarsi sulla domanda inaspettata. «Proteggervi… io?»

«È il vostro voto di cavaliere, no? Proteggere i deboli, le donne e gli indifesi. Io sono tutte e tre le cose contemporaneamente.»

«Sì… certo… ma…»

Il gruppo dei cacciatori intanto aveva accorciato le distanze, attirato dall’apparizione trafelata dei due ragazzi in sella a un solo cavallo e con un destriero al seguito. Pierre dovette voltarsi di nuovo per accogliere con la dovuta cortesia quei cavalieri tanto altolocati.

Il conte Jean Marc de Ponthieu, conosciuto da tutti col soprannome di Falco d’Argento, aveva intanto consegnato il suo falco pellegrino allo scudiero. «Beau, pensa tu a Morgana» si raccomandò con il ragazzino, poi si rivolse a Pierre e alla sua trafelata accompagnatrice. «Avete bisogno di aiuto?» domandò ai due ragazzi, mentre il conte Etienne de Sancerre gli si affiancava con un’espressione ugualmente interrogativa.

Prima però che Pierre potesse rispondere, si fece avanti il barone di Aubery con piglio deciso e additò la ragazza ancora silenziosa in sella al vecchio palafreno. «Messieurs, vi sconsiglio di rivolgere la parola a quella donna!» annunciò, duro. «È una ladra e una strega. Io chiedo che sia arrestata immediatamente!»

 

(autore: Cecilia Randall)

 
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