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2009
24
Feb

Canne mozze - Mario Leocata

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Mario Leocata
 
Canne mozze
 
Collana Electi
 
Roma, Armando Curcio Editore, febbraio 2009
pp.368, cm 14x21,5, € 18,90
 
ISBN 978-88-95049-51-9
 
 
 
 
Un romanzo brutale e al tempo stesso ironico,
il racconto corale di cento anni di ’ndrangheta.
 
In libreria dal 6 marzo 2009

Il libro
 
C’è una cittadina calabrese. Ci sono uno scrittore romano e un giudice corrotto terrorizzato all’idea di essere scoperto. E ci sono le famiglie della ’ndrangheta, che uccidono o lasciano in vita per calcolo economico e per mantenere o conquistare il potere. In una realtà che sembra immobile e invece si muove sottoterra al suono di armi da fuoco e coltelli, intimidazioni e punizioni esemplari, il tribunale salta in aria. Urla, sangue, paura.
Nessuno è innocente.
Lo scrittore precipita in un mondo in cui la violenza e la vendetta sono legge, l’onore è rispettare il vincolo di sangue, la forza è sopportare. Resta schiacciato tra la scoperta di un secolo di nefandezze e uno scontro impietoso tra forze dell’ordine, ’ndrangheta, servizi segreti, politici, terroristi libici, rappresentanti del clero, massoneria e mezzi d’informazione.
Giocato su due piani che si alternano continuamente fino a incrociarsi – la storia di sei famiglie che si combattono e si ammazzano dalla fine dell’Ottocento e l’intrico delle vicende presenti – Canne mozze è un romanzo brutale e al tempo stesso ironico, esattamente come la società che rappresenta, è il racconto corale di cento anni di mafia calabrese, è una saga germogliata dalla storia vera di un ragazzo fuggito dalla Calabria a quattordici anni per salvarsi da miseria, fame e sopraffazione.
 
 
 
 
L’autore
 
Mario Leocata è scrittore, sceneggiatore e autore televisivo. È stato consulente letterario e artistico di Reteitalia (oggi Mediatrade), Rai International e Rai Notte. Studioso di archeologia preistorica, collabora con numerose testate nazionali tra cui «Il Tempo», per il quale scrive su argomenti storici e culturali.
Tra i suoi romanzi restano indimenticabili La tigre è ancora viva: Sandokan alla riscossa!, basato sull’omonimo film con Kabir Bedi e Philippe Leroy, Il segreto del Sahara, da cui è stato tratto il celebre film per la televisione andato in onda su Rai Uno, e Sahara terzo millennio.

Letture
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Aveva rischiato un po’, ma il risultato sarebbe stato eccellente: Umberto Squillace sarebbe stato ammazzato da Saro. E poi anche lui avrebbe fatto rapidamente una brutta fine, che però non gli interessava minimamente: era già nel conto. L’importante era che il testa calda non fosse tanto sprovveduto da farsi sopraffare, nella foga del desiderio di vendetta, da Squillace o da una delle sue guardie del corpo.
Ma quella volta Saro fu freddo e lucido. Si informò, come gli aveva suggerito Salvo, presso amici e parenti, fece domande una, due, tre volte, e in cambio ricevette sempre gli stessi sguardi compassionevoli e imbarazzati, frasi farfugliate o silenzi più loquaci di una conferma.
Due giorni dopo, con quarantott’ore insonni di appostamenti alle spalle, freddò Umberto Squillace con tre colpi, parandoglisi davanti all’improvviso mentre apriva il cancello di casa, ma lasciandogli il tempo di riconoscere il volto dell’uomo che stava per ammazzarlo.
[...]
Aveva fatto bene ad ammazzare Umberto Squillace, perché sicuramente era il mandante dell’assassinio di suo padre, ma sua madre! Che pazzo era stato! Si pentì amaramente. Quel maledetto senso dell’onore, frainteso, aveva devastato e rovinato anche lui. Si sentiva colpevole e miserabile, desiderò morire, solo morire: in nessun altro modo poteva lenire quel rimorso che gli straziava le carni e gli faceva esplodere la testa.
Impugnò la pistola. In quell’istante udì il suono degli zoccoli di un cavallo che si avvicinava, ma se girò il volto – una tragica maschera di disperazione – fu solo per un’istintiva curiosità, non per timore.
Si guardarono contemporaneamente negli occhi, lui e Nino Villani, nella piccola macchia ombrosa chiazzata dalla luce del sole.
Vedendo la pistola nella mano del ragazzo, senza neanche pensare, il sicario degli Squillace premette entrambi i grilletti del fucile a canne mozze, e la rosa di pallettoni colpì Saro – che era rimasto seduto, fermo, assente – rovesciandolo su un fianco.
Villani scese da cavallo, estrasse i bossoli, inserì altre due cartucce e si avvicinò al corpo del ragazzo, che sanguinava in più punti ed emetteva un lamento sottile. Non era in condizioni gravi, se lo avesse portato all’ospedale si sarebbe potuto salvare. Ma subito dopo la morte di Umberto, Ottavio lo aveva chiamato ordinandogli di scovare quel bastardo e ucciderlo come un cane.
Rialzò i martelletti, puntò l’arma sul torace di Saro, a meno di un metro, e premette di nuovo i grilletti: questa volta la rosa lo maciullò.
Nel giro di pochi giorni, rifletté, aveva ammazzato sia Domenico Misasi che suo figlio. Scacciò il pensiero e risalì a cavallo.
(dal IV capitolo)
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Non gli erano mai sembrate così lunghe le due rampe di scale che portavano al primo piano del tribunale, dove aveva il suo ufficio. Non avrebbe voluto, ma dovette aiutarsi aggrappandosi al corrimano, in quella salita tanto faticosa che si sentiva come se all’improvviso le sue gambe avessero ottant’anni.
Anche se il messaggio rassicurante del vicedirettore del SISDE gli aveva restituito un po’ di fiducia, era ancora sconvolto psicologicamente, svuotato delle forze e della voglia di reagire. Ma sapendo che era urgente recuperare la solita immagine, che rimanere in quello stato sarebbe stato quasi come rilasciare una dichiarazione di colpevolezza, s’impegnò in un disperato esercizio mentale di autoconvincimento.
Imboccato il corridoio, ricevette il rispettoso saluto di un cancelliere, poi quello di un poliziotto. [...]
Quante storie dietro quei sorrisi deferenti! Ne conosceva i dettagli più segreti; ma anche lui era nudo agli occhi degli altri, non c’era niente che fosse riuscito a nascondere o a mantenere almeno parzialmente riservato.
Non avrebbe subìto alcun atteggiamento di condanna, di questo era sicuro. Ma il disprezzo per essersi fatto scoprire, quello sì, gli si sarebbe riversato addosso fino a ricoprirlo come l’alta marea. Ebbe un brivido di spavento: cadere in disgrazia nell’ambiente in cui agiva poteva significare solo una brusca, brutale, definitiva uscita di scena!
[...]
Aveva bisogno di aiuto per esaminare i carteggi ed eliminare quanto potesse concorrere ad aumentare le sue responsabilità, in preda al panico e alla confusione com’era non sarebbe riuscito a operare per conto proprio con la necessaria lucidità.
Si alzò con un enorme sforzo, uscì dalla stanza per dirigersi verso quella del giudice Riggio e, senza neanche bussare, abbassò la maniglia. La porta non si aprì: era chiusa a chiave. L’anziano magistrato si stupì: nessuno, all’interno del palazzo, presente o assente che fosse, aveva l’abitudine di chiudere a chiave la porta del proprio ufficio. Perché mai l’aveva fatto Riggio? E proprio in quel momento!
In preda a un principio di panico, cominciò a battere le nocche sulla porta con insistenza. All’interno, un uomo e una donna furono strappati brutalmente dallo stato di estasi travolgente cui si erano appena abbandonati. Si fermarono di botto, ancora troppo storditi e ansanti per essere spaventati e per nulla sorpresi [...].
“Un momento!” avvertì Riggio più forte che poté.
Il frenetico bussare cessò di colpo. L’imprudente magistrato si sollevò a malincuore dalla giovane donna e si lasciò scivolare giù dal tavolo, poi aiutò Matilde a scendere a sua volta.
“Un momento!” ripeté ancora, per guadagnare tempo. Con gesti veloci si rimise a posto camicia e pantaloni, e intanto si avvicinava alla porta controllando che anche Matilde finisse di abbassarsi la gonna e riabbottonarsi la camicetta.
“Chi è?” domandò con tono seccato.
“Sono Stefano… Eugenio, cosa succede? C’è qualcuno con te?”
“Sì,” confermò il giovane magistrato, girando la chiave per socchiudere il battente, “sono in compagnia. Stavo raccogliendo le importanti confidenze di una persona e non volevo correre il rischio che ci interrompessero, per questo avevo chiuso.”
“Mi hai fatto spaventare, accidenti a te… Ma chi c’hai di così importante?”
Managò s’interruppe di colpo. Passato il timore che il fidato collaboratore si fosse ucciso, finalmente si accorse che c’erano parecchi particolari insoliti nel suo aspetto, e in un lampo capì.
(dal I capitolo)
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