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2008
9
Ott

La coda del Diavolo - James C. Copertino

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Collana Electi
Roma, Armando Curcio Editore, settembre 2008
pp. 592, cm 14x21,5, € 18
ISBN 978-88-95049-20-5
 
 
«Ci sono posti da cui il male non può essere scacciato.
Ci sono luoghi nei quali il Diavolo rimarrà sempre,
perché in realtà lui non c’è, aleggia,
 e per questo è inafferrabile.»
 
 
In libreria dal 7 ottobre 2008

Il libro
 
L’Azzan, ultimo nato tra i tanti gruppi terroristici islamici che insanguinano la storia recente con la loro jihad, e un inedito esplosivo di ultima generazione, devastante e praticamente invisibile ai controlli, che fa gola a molti.
La guerra può avere inizio, con la sua lunga scia di morte, caos, rapimenti, brutalità.
La prima mossa della delicata partita a scacchi che opporrà ai terroristi una squadra speciale interforze tutta italiana si gioca in una Praga fuori dal tempo, cupa e decadente. Ma è solo l’inizio: Roma e le coste del Lazio, Londra, tra monumenti presi d’assalto dai turisti e covi del RIRA, nucleo duro e puro della reazione irlandese alla Corona britannica, i tanti campi profughi del Sahara Occidentale.
E poi il Gambia, quella terra a forma di coda del Diavolo insinuata nel territorio del Senegal che sembra essere diventata il quartier generale dell’Inferno. E di quanti sono decisi ad avvolgere nelle sue fiamme i nemici.
Senza distinzione. Senza pietà.
 
 
 
«La coda del Diavolo è un libro di avventura, di guerra, di azione, avvincente, curiosamente moderno, e che tra le sue qualità ha quella di farsi leggere d’un fiato.»
 
Alberto Bevilacqua
 
 
 
 
 
L’autore
 
Ufficiale di complemento in Marina, arruolato nei corpi speciali, James C. Copertino, nome di battaglia Jaco, si è specializzato negli anni nel trattamento degli esplosivi, nel paracadutismo e nella subacquea.
Libano, Iraq e Afghanistan lo hanno visto protagonista di innumerevoli operazioni. Si è congedato con onore dopo la seconda guerra del Golfo, e oggi lavora come consulente per la sicurezza.
 

Una lettura
__________________________________________
 
 
Nabir si era addestrato per una vita, ma le ultime tre settimane erano state decisive per quella missione. Era la prima importante, e sarebbe stata anche l’ultima.
[...]
Si tolse il giaccone nero della Belstaff e se lo mise sottobraccio. Il tunnel che conduceva all’aereo brulicava di passeggeri che si affrettavano a imbarcarsi.
Era entrato tra gli ultimi.
Sapeva quello che doveva fare, sapeva quando lo doveva fare, e non voleva rimanere troppo tempo seduto a rimuginarci sopra. Si aspettava di essere colto da un ripensamento proprio all’ultimo, e invece fu contento di scoprirsi determinato proprio quando si stava avvicinando la fine.
La hostess all’ingresso dell’aereo lo salutò sfoderando un ampio sorriso, che ricambiò mentre gli indicava il suo posto all’interno dell’aeromobile.
“Appena arrivato in classe turistica, un paio di file sulla destra. È vicino al finestrino, buon volo” disse in inglese.
La grande maggioranza dei passeggeri aveva già preso posto e lo osservava al suo passaggio, com’era naturale.
Incontrò lo sguardo di molti di loro. Alcuni erano in piedi a sistemare il bagaglio all’interno degli alloggiamenti con chiusura a scatto sopra alle loro teste, e nel complesso avevano tutti delle facce piuttosto ordinarie.
Nabir si chiese se tra loro ci fossero veramente degli agenti del Mossad che viaggiavano sotto copertura come servizio antidirottamento. La logica gli avrebbe suggerito di cercare qualcuno come lui, un paio di ragazzi ben piazzati che se ne stavano in silenzio seduti in fondo all’aereo, ma sapeva che la realtà era ben diversa: si trattava di certo di persone insospettabili.
[...]
Si fermò davanti alla fila con il numero indicato sulla carta di imbarco e individuò il suo posto.
“Se mi dà la giacca gliela metto via per farla stare più comodo.”
La voce della hostess arrivò inaspettata.
La giacca gli sarebbe servita. Aveva addosso solo una camicia, per cui non ebbe particolari problemi a dichiarare: “La ringrazio, ma preferisco tenerla, almeno per un po’. Sento freddo.”
Se la strinse addosso mentre la hostess andava avanti chiudendo gli sportelli lasciati aperti da qualche passeggero distratto.
Il suo posto era già occupato da una signora in là con gli anni che indossava un tailleur scuro con un fiore d’argento appuntato su un bavero. Sembrava intenta a ripassare le misure d’emergenza dell’aeromobile prima della consueta spiegazione da parte del personale di volo.
Nabir decise di non disturbarla, sedendosi accanto a lei.
“Mi scusi, le ho rubato il posto vicino al finestrino” disse la donna per rompere il ghiaccio.
“Non si preoccupi, per me è lo stesso.”
“Per me no, la ringrazio per avermelo ceduto. Ho talmente tanta paura di volare…” replicò tutta intenta a stringere la cintura che aveva appena allacciato.
Nabir cercò di tranquillizzarla offrendole una gomma da masticare.
“Tenga in bocca questa, aiuta se ci sono sbalzi di pressione.”
Un piccolo scossone annunciò l’inizio del rullaggio verso la pista di decollo. Il personale di volo si sistemò al centro del corridoio mentre una voce dava il benvenuto a bordo a nome dell’equipaggio e della El-Al.
L’attenzione di tutti era catalizzata dal personale che dava indicazioni sul funzionamento delle cinture e il posizionamento dei salvagenti. Era il momento propizio per mettere in atto il piano.
Nabir infilò la mano all’interno del giaccone andando a cercare una delle tasche interne, quella sinistra. Con la punta delle dita trovò un crine che usciva fuori dalle cuciture. In quel punto l’imbottitura del giaccone era stata sostituita con diversi fiocchi di esplosivo [...]. Jimmy O’Hara lo aveva soprannominato powerbreath.
Tirando il filo si aprì un foro attraverso il quale era possibile raggiungere i fiocchi della particolare nitrocellulosa. L’odore non era percettibile, una sottile pellicola ne conteneva la volatilità.
Mancavano pochi secondi al gesto decisivo. Nabir chiuse gli occhi e la sua mente si raccolse in preghiera per un attimo, quindi tirò fuori da un’altra tasca del giaccone un comunissimo accendino ricaricabile, uno di quelli con la resistenza che si scalda producendo una fiamma concentrata simile a quella di una mini fiamma ossidrica.
Solo Claire riuscì a osservare con la coda dell’occhio il dispositivo nelle mani del passeggero seduto di fianco a lei.
“Non vorrà mica fumare? Lo sa che è proibito” lo ammonì.
Ma era già troppo tardi. Nabir schiacciò il pulsante osservando il getto di gas trasformarsi in fuoco e lo avvicinò al petto, all’altezza del cuore, facendolo entrare nella giacca e orientandolo verso l’apertura.
Un urlo attirò l’attenzione di tutti i passeggeri.
“Azzan!” gridò Nabir.
Nessuno fece in tempo a capire quello che stava succedendo.
[...]
Quello che alcuni passeggeri riuscirono a vedere dalle vetrate fu solo una trasformazione rapida del Boeing della El-Al in un accecante bagliore bianco, che ben presto lasciò il posto a un’enorme palla di fuoco.
 
(dal capitolo undici)
 
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Conversazione con l’autore
 
Come nasce l’idea del libro? Il libro ruota attorno al concetto principale che terroristi e operatori delle forze speciali hanno connotazioni del tutto convergenti che li portano spesso a essere semplicemente l’uno la nemesi dell’altro, nel tentativo di sovvertire, mantenere o ripristinare uno status quo che alcune volte può anche trascendere la comprensione di chi materialmente lo difende o tenta di distruggerlo. Ecco allora che il concetto di bene e male smette di avere dei contorni netti, soprattutto laddove per difendere bisogna odiare e quando ci si accorge che le persone capaci dei sentimenti più puri possono essere quelli che si sono macchiate dei delitti più efferati.
 
I suoi trascorsi l’hanno sicuramente aiutata nella stesura del romanzo. Cosa ha provato nel ripercorrerli, una volta concluso? In un libro del genere molti dei personaggi hanno il carattere, il cuore e il cervello di commilitoni che hanno condiviso con me legami che i più non sono sempre in grado di capire a fondo. Il rapporto di fratellanza e fiducia che si instaura in un lancio in caduta libera da tremila metri di altezza o dopo otto ore di combattimento in avamposti diroccati non si dimentica facilmente. Scrivere questo libro mi ha fatto sentire di nuovo vicino a persone che non credo sarà facile per me incontrare di nuovo, o che purtroppo non sono più in questo mondo. È anche a loro che è dedicato questo libro. Sono stati e sono anche loro parte della mia famiglia.
 
A chi consiglia la lettura della Coda del Diavolo? È facile giudicare questo romanzo come un cliché per appassionati di nicchia o per addetti ai lavori. Secondo me, invece, pur essendo moderno e talvolta futuribile condivide molti degli aspetti più umani della sfida antiterroristica, il che lo rende particolarmente adatto a chi vuole comprendere realtà molto distanti dalla vita che conduce. Il romanzo non si propone di trasmettere nozioni su come si disinnesca una bomba o sulle tecniche di “entrata dinamica” per rendere sicura una stanza piena di ostaggi e terroristi. Cerca piuttosto di trasmettere emozioni, si sforza di far capire cosa può provare un ragazzo a vivere contro la morte, e raccoglie la sfida, se non di spiegare, almeno di raccontare l’idea di chi vuole cambiare le cose nel modo più sbagliato possibile.
 
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