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2008
24
Mar

Mulinare di Mari e di Muri

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Fortuna Della Porta

MULINARE  DI MARI
E DI MURI
LietoColle 2008 Collana Aretusa
codice ISBN 978-88-7848-369-9
illustrazioni di Stefano Busonero

L’essere, il suo destino e in mezzo la metafora del mare come rappresentazione di una dimensione spazio temporale ineffabile, del troppo vasto per essere compreso ma che tuttavia viene intuito come destino ultimo che ci assorbe e in lui ci discioglie: questa mi pare essere l’idea di fondo che viene problematizzata in questa raccolta, certo senza ansia, ma come accoglimento di una intuizione o una verità misteriosa e cangiante, così come è profondo e cangiante il mare che è protagonista, in queste liriche. L’autrice ha dunque affidato a questo grande archetipo (così come lo sono la montagna, il cielo e gli altri elementi immutabili nella natura) il compito di rendere per simboli il messaggio perché “non si trova una frase a descrivere l’inesprimibile” e anche l’Io poetico cerca di uscire dal suo annichilimento proprio cercando di immedesimarsi nell’archetipo stesso, di assumerne i caratteri, il personaggio, di trasformarsi in lui….
In questo modo il mare viene quasi antropomorfizzato e l’Io poetico finisce col con-fondersi, anche fisicamente, con il mare stesso, in una sorta di continui rimandi, quasi una fusione o una con-fusione che ruota intorno a domande anch’esse cangianti, inafferrabili, inesprimibili. Il risultato è come una sospensione, un sogno da svegli. Una specie di altro-mondo, dal quale il mondo vero, che peraltro si affaccia in pochissime occasioni, viene violentemente estromesso (in Rotta cieca ad esempio) o stigmatizzato. È un mondo vuoto, sguaiato, incapace di ispirare senso. Restano le lunghe ombre della sera della vita, nella loro dura inconsistenza, che paiono alterare la percezione stessa, in una sorta di bizzarra deformazione del reale, avvertita nella dimensione spirituale e anche in quella sensoriale.
Gianmario Lucini 

                                                                                                                                 

 

                                                                                                                                  Prologo

Mare dalle lunghe ombre
mi affretto.
Sciolgo i piedi e la piena
quieto del mio respiro.
Discendendo
l’ultimo ricciolo della vita
in partenza saluto
gli alberi, la nube che si fece ricordo
e i gigli fratelli
che sfidano la vorticosa estate
prima che l’inverno bruci.
Abbraccio i fiati altrui
gli animali e le costellazioni
e le pietre che servirono
a lastricare un passo e poi subito l’ultimo.                                                                                      
                                                                                      
Cenere del tempo,
di me neanche la mano si salva,
nemmeno uno dei miei capelli.
Oh, piccole onde di saliva che salite tra i denti
dove misi la parola amore e il primo bacio
dite al mondo che ho ancora labbra tenere
che il cuore ruggisce….
 
 

                                                                                                       Mare nostrum
 
 
 
Ho vinto tutti  i mari per arrivare
a questo tramonto di distanze.
Nel nulla dei giorni, coi mesi e gli anni
che precipitano in avanti,
riesco a pensare che solo la morte
tiene il passo dall’inizio alla fine.
Eppure non mi muovo. Non tocco nulla.
Nemmeno la tua mano.
A me basta guardarti la radice del polso
per sentirne il battito e il rantolo.
La vita tenebrosa non ha bisogno di parole.
Lontana da esse, mi crescono
tra i labbri le medesime rughe e le paure
che tremano tremano nelle tue pose rudi.
Vedo nascere dal segreto le vocali
del tuo luogo oscuro che come me urla
sanguinando al tempo che si chiude.
Questo ho imparato dal mio tacere:
le solitudini sono tutte ferme come il marmo
e non si trova una frase a descrivere l’inesprimibile.
Non servono le sillabe, bastano
gli emboli del cuore nella mia e nella tua sera
gettandoci la rete  come pescatori
abdicati al silenzio come pesci.
 
                                                                                                                          Ormeggi                                                                                                 
 
                                                                  
                                                                                                                                                                                             
 
A tornare dal vessillo del sole
al rogo della mia anima
nulla è più vaporoso del volo delle rondini
e tutto più grave del mio sangue.
Continuo a vivere a dispetto
del sentirmi tranquillamente meteora
tranquillamente straniera.
La vendemmia esala su pere e noci
il canto di una bocca dai morsi autunnali
ai quali nessuna equazione  vale più di un’altra.
Ma finché il petto s’apre all’aria
prima che si perda ogni traccia
delle mie orme eroiche
mi atterrò al passo accordato.
Sulle costole dei meridiani
getterò le arance rosse della tenacia
e come il pescatore avrò le mie battaglie.
Continuerò a picchiare sulla volta del cielo
fino a scrivere: sono stata qui. Ho respirato.

 
                                                                                                  Porto sepolto                                                                                      
 
 
 
Il cielo è morto
e non se ne accorge nemmeno.
È appassito il prato azzurro
e vaga carico di nubi.
In basso, l’albero della vita
aspetta la pioggia che dilavi
le foglie del cuore.
Non basterà il diluvio:
tra Dio e l’anima
la diga dei silenzi
e le barche che vanno a caso.
Pure dopo un rovescio
lo specchio del cielo
rimbalza sull’acqua
trattenendo la parola che
pure in qualche canto sta nascosta
e così il cane muore e spasima
nella più integrale nudità.
Ma come declinare  l’abbandono
e la fragile sopravvivenza.

 
                                                                                                       
          
                                                                                       Bonaccia
                                                                                               
 
Abitare la fatica della vita
gettando lampi nella gelida calma
i pensieri coperti di polvere.
La materia, nella sua tenebra,
vibra, vola e sbatte
orribilmente alla fine.
Col fiato tra i denti,  il piede oscilla.                         
Ma qui radicati, o Fato,
nella terra assennata di vento
che stacca le foglie morte 
e già culla in boccio le gemme,
oziando nella furia dell’alba
torna ogni volta uno sprazzo
ad appropriarsi del cielo
e  le guance del tramonto
inchiodarsi all’aria con un sorriso.
Respirare nelle pietre
che parlano di storia e leggende
fin dove succhia la radice il nettare
e fa capolino un fiore
nelle albealbe, bianche spume,
al corteo della luna, la sorella notturna
che cuce con la passione la garza dei corpi:
qui ogni rosa o merlo o amore parla
a labbra tumide il linguaggio del ristoro.
Celeste meraviglia è la trappola dei sensi
e sia pace al pungiglione dell’etere.
 
 
                                                                                             Rete a strascico
 
 
 
Marinaio,
nel giardino del mio  diletto
un spiritello
scorrazza in mari fatati
ove le onde si bordano 
di grinze fugaci
o  si  spaccano
in mareggiate fluttuanti
ove la mente s’esalta
e spalanca stupori
abissali                          
incantati
avvinghiata ai coralli calcarei
alle cianoficee filanti.
Negli umani vincoli della carne
nuotano
pesci dalle livree forestiche
purpuree    
come sbocchi di sangue.
Sono tali i pensieri
all’orlo della sera:
neri, azzurri, lattescenti
rinchiusi di orrore
o aperti di avventura
creati dalla fantasia nel cuore
per fortuna, per mia consolazione
non finiscono mai.
 
 
                                                                                                                 Mare infido
 
 
                                                                                 
Non so se nulla sia davvero innocente:
il latte così bianco e perfetto si rapprende
e l’architettura di un sorriso si tarla prima o poi.
Il male del cuore, il mio in primo luogo,
 
è una vocazione dolorosa e oscura
che imprigiona ogni luce in anse fonde.

Fra il nascere e il morire prospera

il vizio della naturale imperfezione
 
così anche una rosa fu violata dall’ape
e un uomo crocifisso all’imbocco
della storia ove continua a crepitare
 
il solito sole combusto. La barbarie  dell’uomo
non intende l’estate, nel mare esorbitante
dell’insanabile sostanza degli impulsi.

 
 
                                                                                                Risacca                                                                                                                                                                                                                  
 
 
 
Il viaggiatore ha il piglio, mi pare, impetuoso
di una barca che risale la corrente tra le schiume
La chiglia saetta i riverberi dei fulmini
mentre spacca l’acqua come solcasse i campi
Ogni piede fiero sospinge le sue ambizioni
 
quasi il gambo della stella sincera
che gira la notte pomposa priva di peso.
La felicità di andare ai propri talenti
è il tratto incendiario della festa iniziale
prima che il disincanto zavorri la casa
 
costruita su fango di palude.
Vivere rimpiangendo i  miraggi che
hanno perso la voluttà di compiersi
fidando che un guizzo torni all’antico fervore.
Nessuno sa dove ormeggiano i progetti inconclusi
 
e quando comincia la tristezza
a indicare i cimiteri delle attese del mondo.
L’oceano consumato della disillusione lavora
ai polmoni  come il fumo all’incallito fumatore
fuori lasciando l’involucro stremato e la rinuncia.
 
                                                                                        I confini del mare

 

 

 

Parliamo tranquillamente

della linea del fra –acqua e spiaggia-

che ci è data per strada. Essa ha funzione               
di forbice. Quando un piede più risoluto
anela a misurare quello che vale,
incatena le caviglie col peso dei muscoli
e se il tremendo sussulto del sangue
vorrebbe spingersi in alto, dove la rosa
somiglia al giglio e il sogno al possibile,
istruisce a rasoiate che il volo è radente,
soggetto a gravità. Sin dal primo vagito ha segnato
in ogni fibra che la vita è caduca
e l’umano respiro plana solo nella morte,
pertanto la direzione è unica, diritta e asserragliata.
 
La linea del fra –acqua e spiaggia-
si stende tra seducenti infiniti
di liquido e suolo spalancati inattingibili
mentre si perdura nell’ombra.
Meglio allora accettare l’andatura,
meditando che le illusioni sono gli squali
che abitano gli abissi e un arancio, casomai,
addolcisca la bocca quando l’arsura si fa sentire.
 
La linea del fra –acqua e spiaggia-
è il cordone ombelicale della madre Gaia
che si proclama magnanima,  la prigione
della carne putrescente, le ascese senz’ali,
ciò che chiedemmo e mai realizzato.
Sul cuore della terra che ci parve compagna
abitiamo solo il nostro alito.
 
È  in questo modo che la linea del fra
-acqua e spiaggia- vuoto e vuoto da ogni lato
divora ogni volo, ogni lingua.
 

                                                                                                     Il mare dell’inconoscibile
 
 
 
Le cose poi si fermano come una lettera d’amore
dimenticata in un libro di ricordi sbiaditi.
Occhieggiano scure agli scaffali della mente                                   
o muoiono come un fiore o un suono che va a sfinire.
Le cose si stagliano a noi come pagine vuote
subdoli schianti sulla livida eclampsia dei vivi
che scava sotto l’apparente mantello una marcita.
Le cose durano nel marmo di un letargo vile
affine alla zana della falena nell’ambra brunita
noi in preghiera slabbrati a valicarne il confine.

 

                                                                                                            Mare amaro

 
 
Dal mio al tuo confine, amore, una domanda
ora che l’acqua della luna sbianca  le foglie
sul ramo della resa. Nell’autunno la casa è vuota
e l’inverno quasi srotola il sudario di neve.
Ho chiuso, per i miei occhi offesi,
il libro dei fiori e della terra
ma non vidi scritto nulla e  nulla ho appreso.
L’aria di  sera si sottrae al respiro
e  il vento mi scioglie dalle dita l’ultima fede. 
 
Cristallina come la memoria una goccia intacca
le pietre e le bianche vele nei porti insieme al mio cuore
dai quali la vita è salpata colle tante aspirazioni deluse.
Ciò che non siamo stati ci osserva da lontano
e pullula di troppe metafore
per trovare il bandolo di una qualche ragione.
     
Il mare è denso e scuro per ospitare pesci
e lecca terre oltremodo lontane
ove il grido di dolore spezza il cristallo
e i nostri morti non tornano per raccontarci:
 
anche gli amori si ossidano come una moneta non spesa
e quasi sempre una sola mano resta a brancolare
sull’altro la propria trepidazione: anche gli amori
alla fine si arrendono allo specchio della notte
che non riflette allibito se non le proprie rughe.
 
Dal mio vuoto, vuoto e pieno di te,  l’implorazione:
venuto il mio tempo, aiutami a morire, amore.
Non riesco
dopo aver inteso un così truce senso delle cose.

 
                                                                                         

                                                                                                         Acquari

 

 

 

Immolato alla boccia risicata

il pesce rosso boccheggia asimmetrico

tra scheletri di finte amebe

e ghiaia a grani come sale.

Sinistre  le pinne strambano

nei pressi del vetro spalanca le fauci
si getta nel vaso il bottoncino 
dello sguardo. Poi
si abbassa, risale, scarta: esamina
se un pertugio
per ritrovare il mare dove 
dall’esilio.
Oppure un cardellino
rimpiange  dalla stretta ringhiera
della gabbia
la carena del sole.
Col canto aguzzo rincorre
il ramo perduto
e il ragguaglio alle foglie.
Somiglia il loro pianto
al bacio che non apre le labbra alla promessa
alla fiaccola spenta per quanto fonda la notte

                                                                                        Alta marea
      
 
 
Il mondo morirà della mia morte.
Si lascerà sfuggire le gemme del pesco
le logge delle nuvole
e le formicole del sangue
in successione.
La morte non comincerà da me
apparterrà alla pietra dell’aria
a ogni passero che pure
mi beccò nel palmo
e solo quando alla terra
non si aprirà al prossimo giorno

        il mio corpo suonerà lo spartito del no.

Nel punto della mia morte, anche il mondo
si affretterà a chiudere la stagione
insieme alle cortine dei miei occhi,
che tenni sempre nel miele del suo cuore:
bollente cera sulla lingua
la catastrofe del mondo!                                          
 
                                                                                                  fortuna della porta
 
 
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