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2007
21
Apr

Intervista a Gaspare D'Angelo

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Intervista al coordinatore degli incontri Gaspare D’Angelo

“CINQUE FINALISTI, CINQUE MODI DI ESSERE AUTOBIOGRAFICI”

Ha messo a disposizione del Premio tutti i suoi giovedì: al mattino, invece delle solite lezioni, affollati incontri con gli studenti per presentare i libri finalisti di questa XXIII edizione. Poi, al pomeriggio, i tradizionali appuntamenti in biblioteca – al quarto piano della “Tiraboschi” – che hanno visto i cinque scrittori finalisti del Premio Bergamo affluire in città per presentare il loro libro in gara, e – soprattutto – per dialogare con i lettori della Giuria popolare. Per il professor Gaspare D’Angelo è stato il primo anno da coordinatore degli “incontri con gli autori”. “Sono soddisfatto” – esordisce, e la contentezza risalta anche dalla voce. “Ho scelto un profilo basso, sforzandomi di presentare gli scrittori ma anche di dialogare con loro senza inutili soggezioni, e soprattutto di dare spazio alle domande: ho cercato insomma di essere me stesso, senza strafare”.

Che impressione ha tratto da questi incontri?

“Non vorrei fare confronti con le edizioni precedenti, però posso dire che a mio avviso la partecipazione del pubblico è stata molto buona, così come la qualità delle domande dei lettori. Complessivamente, visto che ogni autore ha la sua peculiarità e la sua storia, ciascun incontro ha avuto un andamento particolare, legato non tanto al personaggio di volta in volta di scena quanto alla sua scrittura. E’ vero infatti che i giurati hanno la possibilità di vedere l’autore “in carne e ossa”, ma è sul libro che si devono poi pronunciare. La “conduzione” più facile? L’incontro con Paolo Nori. Non solo il tema (i “fatti di Reggio Emilia” del 1960, con la repressione delle manifestazioni contro il governo Tambroni) si prestava al dibattito, ma anche l’autore si è dimostrato molto aperto e con il pubblico ha subito instaurato un rapporto informale. Pure l’incontro con Walter Siti è risultato molto vivace: un po’ perché era il primo appuntamento e c’era attesa, un po’ perché il libro era così provocatoriamente diverso. Ne è nato un bel confronto ricco di domande – come dire? – belle toste”.

E gli incontri nelle scuole?

“Sono stati, secondo me, di qualità notevole, anche se motivi organizzativi hanno poi impedito agli scrittori di parteciparvi personalmente. Con l’eccezione di Toni Fachini: al “Vittorio Emanuele” l’aula magna era gremita di ragazzi che avevano già letto il suo libro ed erano molto interessati al rapporto tra scrittura e “vissuto”. Ecco allora i molti quesiti su temi che coinvolgono i ragazzi, per esempio il suicidio e la droga: “Come è riuscita a uscirne?” è stata la domanda più ricorrente. Anche l’incontro al “Secco Suardo” sul libro di Marosia Castaldi è stato interessante, ma molto diverso: qui le domande si sono concentrate sulla scrittura, sullo stile, sull’uso della punteggiatura, sul richiamo al “flusso di coscienza” che i ragazzi avevano già incontrato in James Joyce o Virginia Woolf. Molti studenti mi hanno però detto di aver fatto fatica a leggere tutti e cinque i libri: non tanto per la mole o la “difficoltà” dei libri, ma per i tempi troppo stretti”.

Ha notato differenze nel modo di accostarsi ai libri tra i giurati “under 25” e gli adulti?

“L’unico mio “termometro” sono stati gli incontri a scuola: perché alla “Tiraboschi” gli interventi degli “under 25” sono stati pochissimi. I ragazzi erano presenti in buon numero, spesso accompagnati dagli insegnanti, ma – forse perché si sentono intimiditi o “in minoranza” – in occasioni come queste fanno un po’ fatica a intervenire. Quando “giocano in casa”, invece, riescono a essere più aperti, si dimostrano curiosi e fanno domande precise. Penso che in futuro bisognerà trovare una strategia per coinvolgere questi “under 25” in maniera diversa”.

C’è un filo conduttore nella “cinquina” di quest’anno?

“Il legame che salta subito agli occhi è la qualità autobiografica della scrittura. Sarà un caso, ma i libri di quest’anno sono tutti – quale più quale meno – fortemente autobiografici. C’è chi, come Walter Siti, costruisce un personaggio principale che porta il suo stesso nome; chi – Antonio Pascale – si fabbrica un alter ego come Vincenzo Postiglione, e chi – come Toni Fachini – lo dichiara apertamente. Quando – in modo un po’ diplomatico, vista la storia molto cruda – ho spiegato agli studenti che il suo libro era “in buona parte” autobiografico, l’autrice mi ha subito corretto: “Totalmente!””.

Le sembra che sia un elemento che aggiunge interesse, o rivela invece la difficoltà di raccontare se non ricorrendo alla propria esperienza?

“Probabilmente si va verso un tipo di scrittura in cui l’autore, per rendersi più credibile, deve in qualche modo “dimostrare” che quelle storie lui le ha – in qualche modo – vissute. Allora è inevitabile che, a un certo punto, non si capisca più bene chi è il protagonista e chi è lo scrittore; dove finisce l’esperienza personale dell’autore e dove inizia quella del suo personaggio.

Le sfumature di scrittura sono poi totalmente diverse. Lo dimostra la cinquina di quest’anno: si va da un’autodidatta istintiva come Toni Fachini a un’autrice come la Castaldi, che rivela dietro di sé una lunga disciplina e l’appartenenza a una “scuola”. Si passa da una scrittura molto vissuta, quasi “militante”, come quella di Nori all’atteggiamento più critico, distaccato, “avvertito” del libro di Pascale: dove il protagonista parte con una certa collocazione e certi schemi (per esempio in politica) ma poi evolve, si fa domande, cambia idea…”.

Alberto Pesenti Palvis
Pubblicista, collaboratore del Premio

 
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