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2007
14
Mar

Gioco Perverso - Italo Moscati

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LINDAU
www.lindau.it

PRESENTA

ITALO MOSCATI
GIOCO PERVERSO
L’appassionante vicenda di
Osvaldo Valenti e Luisa Ferida,
tra Cinecittà e guerra civile

IN LIBRERIA

«Le nuove comete»
biografie e autobiografie
pagg. 288 – euro  21,00
ISBN: 978-88-7180-616-7

Questa è una storia che attrae e fa paura. Sembra che i protagonisti siano Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, i due attori che furono fucilati dai partigiani in una via di Milano; ma è così solo in parte.

Più di altri personaggi, vittime della guerra e della civile che imperversarono in Italia dal 1940 al 1945, i due divi fra i più cari al pubblico del fascismo appartengono a una lacerante vicenda che stenta a chiudersi. La loro fine è stata chiarita, ma non abbastanza; le loro colpe sono state accertate, ma non abbastanza; la decisione di fucilarli è stata motivata, ma non abbastanza. Il dramma continua.

La luce su un periodo su cui è stato scritto molto, e di tutto, si fa a volte sfocata, confusa, e comunque sempre cupa, terribile, carica di ambiguità. Come tante vicende italiane, di ieri e di oggi.

In questa storia, l’Autore – già sceneggiatore del film Il portiere di notte – sviluppa una narrazione con grande ritmo cinematografico in cui il successo e la tragica fine dei divi famosi e amati, poi derisi e condannati a morte possono apparire persino ingredienti da romanzo e invece sono o continuano a essere carne viva, polpa, sangue di un intreccio che non si placa: Osvaldo da celebre protagonista in ruoli brillanti ma anche epici, a torturatore; Luisa da bella ragazza dai lineamenti ingenui a complice di Osvaldo, ad ancella dei torturatori. In essi si può addirittura leggere – sullo schermo del cinema e della vita – l’insopprimibile senso di colpa di un’Italia che fu in massa fascista, preda delle sue illusioni, ma anche di quell’Italia che per esistere non si sa staccare dal passato, come l’ombra di esso le impedisse di guardare avanti.

 


Osvaldo e Luisa riuscirono a essere nella vita,
semplicemente e inconsapevolmente,
gli attori che erano stati sullo schermo.
Diventarono, e restano, i personaggi principali
di un melodramma nero
che era iniziato con le musiche e le atmosfere allegre
del cinema «dei telefoni bianchi ».


Uscita in una precedente edizione per i tipi di Marsilio, con un ottimo riscontro di pubblico, questa biografia ritorna arricchita di nuove informazioni, emerse dagli archivi negli ultimi anni. La storia di Luisa Ferida e Osvaldo Valenti, divi per eccellenza del cinema italiano fra gli anni 30 e 40 (la Ferida e Valenti furono diretti da registi importanti come Blasetti, Alessandrini, Matrocinque... ), segue la parabola del regime fascista, incarnandone a un tempo il glamour degli anni del consenso e il cupo tramonto.

 

*** E IN QUESTI GIORNI, A TORINO, è IN LAVORAZIONE IL NUOVO FILM DI MARCO TULLIO GIORDANA, SANGUE PAZZO, PROPRIO AGLI AMANTI DI SALÒ DEDICATO. LUISA FERIDA VERRÀ INTERPRETATA DA MONICA BELLUCCI, MENTRE LUCA ZINGARETTI SARÀ OSVALDO VALENTI. ***


ITALO MOSCATI, sceneggiatore, regista e scrittore, insegna Storia dei media all’Università di Teramo. Tra i suoi volumi, ricordiamo I piccoli Mozart e Sophia Loren. La storia dell’ultima diva, editi da Lindau; e Anna Magnani, Vittorio De Sica, Pasolini che passione, editi da Eri-Ediesse.

La sua capacità affabulatoria, insieme al rigore della ricerca, permette al lettore di rivivere una storia drammatica e, a suo modo, struggente. Attraverso di essa riaffiora un pezzo di storia del cinema nazionale, ma soprattutto rivivono passioni e ossessioni della società negli anni della dittatura.


dal libro


[…] Milano era severa in quella tiepida fine estate. Severa, austera, orgogliosa. «Sandokan» la giudicò così, incurante della folla dimessa, dei sacchetti di sabbia, delle macerie ammucchiate qua e là. Aspra e concentrata, al contrario di Venezia, troppo molle, capace di digerire tutto e tutti. Milano stringeva i suoi pugnali e la sua fede, non cedeva, costringeva ciascuno a confrontarsi con la realtà. Un gruppo di ragazze lo riconobbe e gli si fece intorno chiedendo un autografo. Osvaldo le salutò e montò su un taxi. Giorni dopo, il famoso disegnatore Molino pubblicò sulla «Domenica del Corriere» una tavola colorata in cui l’attore negava gli autografi e ammoniva che quelli erano tempi in cui tutti, anche le ragazze, dovevano pensare a faccende ben più serie.
L’albergo dove Osvaldo si fece condurre era in pieno centro, a pochi metri dalla Scala: il Continental, vicino al Grand Hotel et De Milan, i due punti di ritrovo della città, i più chic, i più ambiti. Per lui, naturalmente, divo e in divisa, trovarono subito una camera. La volle doppia. Un facchino gli tolse di mano il bagaglio, ma il tenente si tenne una borsa portadocumenti con gesto geloso, protettivo. Stava per avviarsi all’ascensore, quando si sentì chiamare da una voce gentile. Scorse un tipo un po’ strano, biondiccio, dalla faccia buffa, i modi leggermente effeminati. Dapprima non lo riconobbe, poi ne rammentò il nome. Raoul, un cantante che faceva anche l’attore a Roma e che si era specializzato in un repertorio comico, con motivetti orecchiabili che raccontavano di giovani avvenenti africane pronte a farsi prendere dal bell’italiano, ma che all’ultimo, alla stretta, pretendevano una lauta mercede. Raoul accennò un abbraccio e lo invitò a prendere qualcosa al bar. Davanti a un bicchiere, il cantante si rivelò un chiacchierone incontenibile. Era giunto a Milano molti mesi prima di Osvaldo per lavorare in una radio e non alloggiava all’albergo, dove veniva per fare amicizia. Osvaldo colse un suo sguardo molto, troppo morbido verso un ufficiale tedesco seduto a un altro tavolino e capì…
Raoul si rivelò una miniera di informazioni, ma si tenne prudentemente alla larga dagli argomenti politici. Si limitò a osservare, con un grande sorriso, che quel saio che Osvaldo portava gli stava benissimo; usò proprio la parola «saio», e ne sembrava fiero. L’attore gli permise scherzi e chiacchiere, perché in breve avrebbe potuto avere un interessante quadro della vita milanese.
Raoul non si fece pregare per elencare i film visti, un tedesco Mia moglie è fatta così, un ungherese L’amore ricomincia, qualche commediola italiana, ma non Fatto di cronaca; le sale cinematografiche in funzione, dal Broletto al Cantù al Carcano; le compagnie di rivista e di prosa che avevano dato o si preparavano a dare spettacoli: Nino Taranto, Valdemaro, la soubrette Marisa Maresca, Carlo Dapporto, la Ruggeri-Marchiò, la Maltagliati-Cimara, Ricci-Magni, Brignone-Stival-Zoppelli. In quest’ultima, c’era anche Roberto Villa, arrivato da Venezia. Memo Benassi recitava Goldoni. I concerti e le opere erano eseguiti al Lirico, invece che alla Scala i cui magazzini erano andati a fuoco. Dapporto veniva invitato a tenere spettacoli nelle ville occupate dai nazisti e si presentava con bellissime ragazze. Le rappresentazioni cominciavano tra le due e le tre pomeridiane, e dovevano terminare prima del coprifuoco fissato nel tardo pomeriggio. Tanta roba, molti surrogati, commentava Raoul, che sembrava davvero un pozzo senza fondo, per dire che occorreva accontentarsi. I surrogati dominavano incontrastati ovunque. La torba invece del carbone. La carbonella invece della benzina. Le frattaglie invece della bistecca, il «cuoital» per il cuoio, il «lanital» per la lana.
Infine, cercando di assumere un’espressione il più disgustata possibile, Raoul volle sapere da Osvaldo di certi attentati avvenuti a Venezia di cui aveva sentito parlare: le bombe nel palazzo della Guardia Repubblicana, un attentato all’Istituto Luce. Osvaldo farfugliò quel poco di cui era venuto a conoscenza: di quegli episodi non si era occupato, non lo riguardavano, e basta. L’altro parve soddisfatto: si era svuotato. E Osvaldo gli regalava sguardi di commiserazione, piccoli segnali di una simpatia che era ben lungi dal concedere, occhiate che il facondo interlocutore forse volutamente equivocava.
Più tardi, mentre nella sua stanza si toglieva la divisa, Osvaldo provò una grande fierezza, non tanto per quei simboli di stoffa, peraltro di cattiva qualità, quanto per il significato che assumevano nella sua vita. Aveva rotto con gente come Raoul, non apparteneva più a quella razza di bugiardi, di vanitosi senza principi, di perniciose gazze ladre. No, ora si era tagliato i ponti alle spalle e doveva essere coerente con gli impegni presi. E poi era facile. Borghese guidava la migliore formazione della Repubblica di Salò, ma manteneva rapporti molto stretti con il Reich. La Decima Mas era dunque un esercito selezionatissimo che faceva una guerra a sé; una compagine ispirata dal suo principe e dal suo eroismo, un pugno di coraggiosi che non dovevano rendere conto a nessuno se non allo stesso Borghese. Farne parte era esaltante. Con la Decima Mas si potevano aprire orizzonti imprevedibili. Era persino possibile che il principe rompesse con il fascismo e i tedeschi per difendere la Venezia Giulia, per trattare direttamente con gli americani, così da poter acquisire una totale autonomia di fronte a qualsiasi evenienza e guardare avanti. La Decima Mas era una scommessa fatta da uomini a cui si chiedevano intelligenza, pragmatismo, audacia. Gli era stato detto chiaro a Jesolo. Tutti i mezzi erano buoni per la causa, tutti, leciti e illeciti, compresi il furto, la ricettazione, il ricatto. Gli era stato anche detto che lui, Osvaldo, doveva dimenticare la sua faccia. Poteva servirsene per farsi aprire porte e ottenere vantaggi, ma non doveva aspettarsi, grazie a essa, trattamenti di favore nella Decima; era un soldato come tutti gli altri, con maggiori doveri in quanto personaggio famoso. La divisa non era un salvacondotto per frequentare locali, feste, spettacoli, ambienti mondani, era la sua nuova pelle. Con questa pelle avrebbe fatto da ufficiale di collegamento con i tedeschi. Non solo: parallelamente avrebbe procurato in ogni modo, correndo qualsiasi rischio, del carburante per la Decima Mas.
Osvaldo spense l’abat-jour stanchissimo. Si sarebbe svegliato e sarebbe stato un altro uomo. Almeno così pensava, e s’illudeva che fosse facile. Fin da quella sera, il suo arrivo scatenò a Milano una curiosità comprensibile, che doveva crescere giorno dopo giorno. Nacque quasi una gara fra chi ne sapeva di più sullo stravagante Giannettaccio della Cena delle beffe che si era convertito alla fede di Borghese. Venne rievocato il suo passato con gli scandali già noti e si cominciò a tessere una trama di fatti inediti e altrettanto sensazionali. Qualcuno giurava di averlo visto nudo, con cinturone e pistola, uscire dall’albergo e camminare davanti alla Scala. Un altro riferiva, convinto, di una sua sortita nella hall con la spada sguainata per inseguire un cameriere che lo aveva disturbato mentre era chiuso nella sua stanza con una prostituta. Ci furono altri, poi, che meno fantasiosamente contribuivano a conservare intorno all’attore-tenente un’aura di folclore un po’ cinematografico, un po’ politico.
Uno di questi fu Vittorio Gassman che, giovanissimo attore in una compagnia in attività a Milano proprio in quel periodo, raccontò di averlo incontrato e di essere rimasto impressionato dalla quantità di armi che gli pendevano addosso, per il suo sguardo allucinato e per una parlantina insopportabilmente querula. Vittorio Caprioli, anche lui a Milano, ebbe la stessa reazione e si guardò bene dall’invitare Osvaldo a una delle spaghettate che dopo lo spettacolo venivano organizzate in casa di amici, con le finestre chiuse per non far filtrare la luce. Osvaldo, insomma, era un po’ preso in giro e un po’ tenuto a distanza. Ma non lo sapeva, e soprattutto non gli importava.
Il tenente lavorava. Per consentirgli libertà di movimenti e contatti più sciolti, gli fu concesso dalla Decima Mas di stabilirsi al Continental. L’hotel aveva un bar che era un autentico porto di mare. Pareva una piccola borsa-affari clandestina. Si formavano e si disfacevano capannelli di persone, circolavano biglietti e telefonate, individui con l’aria da agenti di borsa contrattavano di tutto. Raoul saltava da un gruppo all’altro, e Osvaldo non ebbe dubbi sul tipo di merce che faceva circolare: la cocaina. L’albergo dava a tutti i suoi frequentatori una sorta di strana solidarietà. Chi entrava, combinava certo i suoi affari, ma si uniformava a un codice di comportamento cordiale, amichevole. Ognuno sospettava dell’altro. Tutti si studiavano per capire chi e che cosa ci fosse dietro alle apparenze. Ciascuno, però, si presentava con aria disinvolta e informale. Ma le sorprese erano in agguato.

[…]
Ormai Osvaldo si considerava un maestro in strategie. Le sapeva combinare come se fossero sceneggiature cinematografiche. Si era ambientato al Continental e nella città. Le persone erano pedine nelle sue mani e il principe Borghese l’aveva incoraggiato con lo stile di un produttore geniale e intraprendente. A lui spettava la regia, compito a cui si stava dedicando senza alcuna incertezza su se stesso, consapevole di poter trarre profitto dalla trama che aveva a poco a poco architettato. Una trama all’altezza delle sue capacità e aspirazioni: fare in modo di dotare la Decima Mas di un tesoro vero e proprio con cui provvedersi di mezzi e poter guardare con fiducia al domani.
Osvaldo, non più attore ma regista alla Blasetti – non portava adesso gli stivali come l’antico maestro? – fu davvero solerte. Attraverso Luciana fece il primo passo, diede il ciak iniziale. Aveva saputo da uno dei suoi amici che nel lodigiano c’era un pozzo di petrolio. Quel che ci voleva per la Decima Mas e per fare rifornimenti abbondanti anche in vista dell’operazione tesoro. Vi si recò e, tra lusinghe e minacce, contrattò con chi controllava il pozzo, gente che vendeva ai fascisti o ai partigiani senza farsi troppi scrupoli. Fu un successo immediato. Poi pensò a Raoul per procurarsi gli autocarri necessari al trasporto. Il cantante, che si era invaghito di un giovane tenente della Wehrmacht, al Continental gli aveva presentato diversi ufficiali tedeschi. Tra loro ce n’era uno che non disdegnava d’infilarsi in commerci d’ogni genere, soprattutto perché giocava volentieri d’azzardo e non aveva mai denaro. Osvaldo lo pagò per avere gli autocarri; e, per alcuni trasporti, le cose andarono lisce. Poi accadde un fatto che l’attore non aveva previsto: il tenente tedesco corrotto fu arrestato dai suoi per un dettaglio da nulla, una rissa fra giocatori, e venne a galla che aveva rubato gli autocarri. Costui allora fece il nome di Valenti, che fu messo in galera, ma solo per poche ore. Infatti, Raoul avvertì Pietro Koch e Osvaldo fu rapidamente liberato.
Chi era Pietro Koch? Era l’asso nella manica di Osvaldo, che tutto avrebbe desiderato tranne che mettersi in cattiva luce con la Decima Mas. Non aveva dimenticato quel che gli era stato detto: tentare con ogni mezzo, ma non farsi scoprire mai, altrimenti l’avrebbero abbandonato. Koch era l’uomo più adatto a tirarlo fuori dai pasticci e, forse, a far sì che l’incidente in cui era incappato potesse addirittura volgersi a suo vantaggio. Spesso, si consolava Osvaldo, il copione di un film svelava al momento delle riprese delle pecche che potevano stimolare soluzioni più creative.
Koch era salito da Roma a Firenze e infine a Milano inseguito da una sinistra fama di aguzzino. Per i fascisti era semplicemente uno che svolgeva bene il proprio lavoro, stanando i traditori e colpendo i partigiani. Di madre italiana e padre tedesco, era un tipo rosso di capelli, più giovane di Osvaldo, responsabile di una polizia speciale. Frequentava il Continental e aveva per amante una ballerina, Daisy Marchi.
Naturalmente, quando Raoul gli aveva fatto trovare Valenti a un tavolo dell’albergo per bere qualcosa, Koch era stato felice di scambiare qualche opinione con «Sandokan»: aveva visto e apprezzato molti suoi film e gli faceva piacere conoscerlo; gli doleva che il cinema a Venezia non avesse avuto fortuna ed era sicuro che «Sandokan» avrebbe svolto bene la sua parte anche come ufficiale, nonostante gli augurasse di tornare al suo mestiere per cui aveva un evidente, spiccato talento. Osvaldo non aveva gradito molto quest’ultimo giudizio, perché gli suonava negativo rispetto alla sue scelte recenti, ma non gli aveva dato peso, interpretandolo come un’ennesima manifestazione di gelosia da parte di quanti – Koch e gli altri – pensavano di essere loro i veri, i soli professionisti della politica. Quella sera, dopo il bicchiere della staffa, Koch lo aveva salutato dicendogli che per qualsiasi evenienza avrebbe potuto rivolgersi a lui.
L’occasione, dunque, si presentava. Raoul corse da Koch con Luisa, cosa che Osvaldo – come più tardi gli confessò – non gradì affatto perché voleva tenerla fuori e, soprattutto, non intendeva passare ai suoi occhi come un ragazzino sorpreso a rubare la marmellata. Ma Raoul sapeva il fatto suo. Koch lo ascoltò e non ebbe sguardi che per Luisa, un po’ sciupata rispetto all’attrice che il rosso aguzzino aveva «goduto» (usò proprio questa parola) sullo schermo. Bastò una telefonata e Osvaldo fu restituito a Luisa e alle sue strategie.
Lo smacco ricevuto lo spronava a tentare un’immediata rimonta. Alla Decima Mas la veloce soluzione del problema aveva attenuato malumori e risentimenti. Koch si era guadagnato, peraltro, dei meriti verso l’esercito privato di Borghese poiché, ricevuto da Mussolini l’incarico di sorvegliare il principe, di cui non si fidava, Koch aveva dato assicurazioni in proposito, garantendo per lui.
Potenza delle polizie segrete e dei loro padroni, ammessa persino dal generale Renzo Montagna, che dall’ottobre 1944 era diventato il capo della polizia di Salò:


Praticavano arresti e perquisizioni, ciascuna per proprio conto, la Muti, la Decima, le Brigate Nere, la Guardia Nazionale Repubblicana, e varie polizie speciali: la Bernasconi, la Carità, la De Sanctis, la Finizio, la Sicheri, la Parafi, la Pennacchio.
Era quasi impossibile, quando qualcuno veniva arrestato, riuscire a sapere in mano di chi fosse andato a finire e di conseguenza in quale prigione. Il disordine derivante da questo stato di cose diventava, di giorno in giorno, più preoccupante. Alcune di queste polizie, poi, obbedivano unicamente ai tedeschi e non volevano saperne di mantenere il proprio operato nei limiti della legalità.


Fra tutte queste polizie, quella di Koch era la più efferata. Si era impadronita di Villa Triste, nei pressi dell’ippodromo di San Siro, e l’aveva trasformata in castello del terrore. Koch, secondo un’opinione molto diffusa, era un marchese De Sade che vi inscenava le sue giornate di Sodoma con perversa fantasia. Chi entrava lì, non ne sarebbe uscito incolume.
Se gli «ospiti» erano partigiani – e Koch ne catturò diversi e importanti – venivano rinchiusi in celle anguste e senza aria, e tenuti svegli con torture sistematiche. Se invece erano sgherri o amici del «marchese», potevano assistere e partecipare alle sevizie, facendole o subendole se osavano avanzare obiezioni. Si trattava di un regolamento non scritto, rigido e assoluto, che disciplinava lo scandire delle ore secondo una tabella minuziosamente preparata. La mattina, Koch e i suoi collaboratori schedavano i nuovi arrivati e facevano il punto sulla notte e gli eventi che vi si erano verificati. A pranzo, il menù era sobrio e pensato in relazione alle condizioni di salute degli «ospiti». Nel pomeriggio, alcune ore erano dedicate al riposo. Alle cinque, Koch si cambiava e Villa Triste diventava Sodoma. Si cominciava con docce bollenti alternate ad altre freddissime. Si proseguiva con una mirata estrazione dei denti, riservando gli interventi più accurati alle bocche di coloro che avevano maggiore riluttanza a fare confidenze. Si andava avanti senza soste. La fiamma ossidrica era sempre accesa e rischiarava il buio delle varie stanze di tortura, finché essa stessa non veniva usata sui corpi.
Alle nove di sera, tornava la quiete. Le fiamme ossidriche rimanevano a far luce, insieme alle candele e a pallide lampadine alimentate dall’ansimante centrale elettrica della città. Koch e gli ospiti che non dormivano nella villa, ma erano solo di passaggio, si preparavano per la cena. Poi l’uomo conduceva gli invitati prima a visitare le celle, illustrando i motivi della permanenza e del trattamento riservati agli occupanti; quindi, facendosi precedere da alcune guardie che si erano messe abiti ripuliti da macchie di sangue o altri segni fastidiosi, si sedeva a capotavola e chiedeva notizie su quanto era accaduto fuori nel frattempo, sulle prime a teatro, sugli spettacoli di rivista che purtroppo riusciva a vedere sempre più raramente.
Finita la cena, gli «ospiti» erano convocati per la seconda parte della nottata. Circolavano tazze di caffè forte perché la veglia sarebbe durata fino alle cinque di mattina.
Tutto ciò accadeva veramente o si trattava semplicemente di storie portate al parossismo? Osvaldo le aveva sentite al Continental, e francamente le aveva prese per storie come tante che si ingigantivano a mano a mano che venivano riferite e diffuse.
Non che dubitasse della ferocia che si annidava un po’ dovunque a causa delle azioni incontrollabili e provocatorie dei partigiani; ma non ne era mai stato testimone diretto. Le torture che conosceva erano quelle realizzate sul set con gli effetti speciali, imitazioni un po’ rozze e grottesche della realtà. Se ne dovette ricordare quando Koch, che dormiva con Daisy Marchi ma sognava Luisa Ferida, invitò lui e la sua compagna.
Villa Triste, il castello che aveva un nome da canzonetta, gli aprì i cancelli fra un abbaiare furibondo di cani lupo e un metallico, sinistro balenio di pistole e pugnali branditi da numerose guardie. Luisa gli si stringeva al fianco spaventata, nonostante Koch si comportasse come la guida di un museo. Gridando alle guardie di far tacere i cani, li condusse nel suo studio, che aveva arredato personalmente con mobili, tappeti e quadri, tutti preziosissimi. In questo, si era fatto aiutare da Daisy, che era appena giunta dal teatro – dove aveva cantato e danzato fra molti applausi – ed era andata a cambiarsi. Di lì a pochi minuti, alle nove in punto, ci sarebbe stata la cena.

[…]
Koch si scusò con Luisa e Osvaldo del pasto molto frugale che sarebbe stato loro servito, poca cosa rispetto a ciò che lui, padrone di casa ben consapevole dei suoi doveri, avrebbe desiderato. In compenso, entrati nella stanza, gli attori constatarono che almeno la decorazione dell’ambiente era sfarzosa o, meglio, era l’ombra della sfarzosità. Molti fiori un po’ penduli in vasi che non erano stati spolverati da mesi, candelabri arrugginiti, tovaglioli e posate che dovevano essere stati malamente puliti con i detergenti in uso, acqua e terra. C’erano cinque posti apparecchiati. Oltre a loro tre, ci sarebbe stata Daisy; ma per chi era il quinto posto?
La curiosità si dileguò in pochi secondi. Da un’altra porta entrò infatti una vecchia conoscenza dei due attori: Ortensi, l’anguilla. A un cenno di Koch, questi si avvicinò e baciò la mano a Luisa, che non si era ancora ripresa dallo stupore. Osvaldo li scrutò entrambi per cogliere eventuali strascichi di quel rendez-vous veneziano che aveva favorito. Ma i due non si tradirono. Koch disse che era sicuro di aver fatto loro cosa gradita permettendosi di invitare l’amico Ortensi, che aveva scelto come suo braccio destro.
Osvaldo quasi non lo ascoltava perché stava tendendo l’orecchio verso la porta da cui era comparso Ortensi. Prima gli era parso di sentire lontani lamenti, suoni e voci impercettibili che continuavano ancora, più deboli, anche a porta chiusa. Ma sembrava che il padrone di casa e gli altri, soprattutto Luisa, non li avessero notati. L’ingresso di Daisy lo distolse da quei pensieri.
La donna portava un vestito estivo sebbene fosse ormai autunno avanzato. Veli di chiffon rosa la fasciavano, stringendosi sotto il seno e sotto le ginocchia. Se si era cambiata, aveva comunque indossato un abito con il quale avrebbe potuto fare una passerella molto piccante in teatro. Koch le fece prontamente un complimento. Daisy lo ringraziò con un sorriso e fece la modesta. Luisa era più bella: il suo abito, un tailleur grigio scuro, era davvero chic; e, al di là di tutto, era molto più brava. L’altra la invidiava. Circolava voce che Luisa avrebbe recitato nella compagnia Donadio in Assunta Spina di Salvatore Di Giacomo e in La figlia di Iorio di D’Annunzio. Era vero? Purtroppo, a lei, che faceva la rivista, non sarebbe mai toccata una simile, esaltante opportunità. Luisa, per nulla imbarazzata, seppe mantenere le distanze e replicò affermando che, sì, le prove di Assunta Spina sarebbero iniziate di lì a poche settimane e che comunque ognuno doveva fare il suo mestiere. Ortensi, cogliendo un’increspatura nelle labbra della soubrettina, cercò di giustificare la ruvidezza di Luisa attribuendola al fatto che era una diva, una persona speciale, e che le persone speciali sono difficili. Lui, aggiunse, volendo essere spiritoso, ne sapeva qualcosa. Osvaldo si interrogò nuovamente sul loro incontro, ma un’enigmatica Luisa non gli concesse neppure un appiglio per capire.
Intanto, Ortensi e Koch avevano cominciato a parlare di cinema. Koch si doleva di non aver visto da vicino quel gran mondo, e Ortensi si era lanciato in una sua colorata rievocazione, sottolineando tutto quello che il suo padrone avrebbe potuto apprezzare di Cinecittà e dintorni. Né Osvaldo né Luisa si sarebbero aspettati toni tanto densi di nostalgica ironia. Accalorandosi, Ortensi passò a pennellare una Roma magica in cui si peccava alle cinque del pomeriggio, l’ora tradizionale dell’erotismo alto e medio borghese: fughe, adulteri, appuntamenti in alberghi o case riservate, tante Bovary in guepière nera, ufficiali in divise di Caraceni, mentre il Duce riceveva Claretta nella camera dello Zodiaco, naturalmente alle cinque.
Anche se dette con ironia, quelle cose infastidivano Osvaldo, che le aveva spedite in soffitta ed era lì come tenente della Decima Mas per far progredire il suo piano con l’aiuto di Koch. Perciò liquidò in pochi monosillabi i tentativi di Ortensi di chiamarlo in causa. Fu brusco, quasi sgarbato. Ma l’altro tirò dritto perché il padrone di casa lo incoraggiava, coinvolgendo Daisy e Luisa, la quale era meno scostante del suo compagno. L’argomento non cambiò per tutta la sera. Osvaldo non si spiegava come mai fossero sorte quelle dicerie intorno a Villa Triste. Ecco che cosa accadeva in realtà: cene molto noiose in cui un subalterno, viscido e verboso, elogia una Roma da rivista illustrata a uso e consumo di un tetro capo che ostenta raffinati gusti che non ha.
Finalmente, la cena terminò. Divertendosi ancora per la rievocazione del peccato delle cinque, e osservando che un peccato simile non era purtroppo possibile in quella Milano, Koch si alzò non appena fece capolino dalla porta una guardia che evidentemente aveva avuto l’incarico di presentarsi alle undici in punto, tale era l’ora segnata dalla pendola della stanza. La porta era la stessa attraverso la quale era passato Ortensi e, anche questa volta, come dal fondo di un pozzo, si erano avvertiti lamenti, grida sommesse, imprecazioni soffocate. Nessuno sembrava badarci, ma forse Luisa captò qualcosa, perché lanciò a Osvaldo uno sguardo inquieto. Ortensi lo colse e disse che erano solo dei feriti. Koch indicò al gruppo la porta e invitò tutti a seguirlo. Dopo un piccolo pianerottolo, c’era una scala che all’inizio era appena rischiarata e poi scendeva in un buio pesto. Da li provenivano quelle voci, quei rumori.
«Sandokan» provò, gradino dopo gradino, la vertigine dell’abisso. La scala lo afferrava e lo tirava giù, e lui poteva solo calarsi in quell’imbuto di suoni sempre più atroci. Erano i prigionieri che avevano avuto il rancio e avevano imparato gli inflessibili orari della casa. Alle undici scoccava l’ora delle visite. Koch fece portare dalle guardie gli avanzi della cena. Mentre questi venivano distribuiti, gli invitati, giunti in quel buio fondo e agghiacciante, ascoltavano da Ortensi una breve presentazione degli «ospiti»: Giuseppe Pagano, architetto, responsabile del Servizio Collegamenti, Informazioni e Controspionaggio della Resistenza, volontario nel 1915, legionario con D’Annunzio a Fiume, tra i fondatori del fascio, diventato antifascista; Giulio Alonzi, colonnello trovato con una carta d’identità falsa, iscritto al Partito d’Azione. E, via via, Renzo Cantamessa, Piero Stucchi Prinetti, Alessandro Nardini, e ancora altri, tutti antifascisti, tutti partigiani o amici dei partigiani, tutti traditori, tutti banditi. «Sandokan», superata la vertigine, si dominava e spiava quei volti illuminati dalle fiamme ossidriche.
Koch apprezzava la precisione burocratica del suo subalterno e controllava che gli avanzi fossero distribuiti con equità. Daisy camminava lenta, reggendo con la mano un lembo del vestito di chiffon. Luisa era in coda al gruppo e cercava di imitare l’atteggiamento di Osvaldo. La discesa continuava. C’erano meno celle. I lamenti erano più strazianti. Gli attrezzi di tortura, ordinatamente appesi alle pareti, più terribili. Ortensi aprì uno spioncino. Sbucò un viso tumefatto. Osvaldo si avvicinò e da quel viso affiorò un rantolo che tutti però capirono perfettamente: «Sei un fantasma?».
Quella notte la coppia dormì nella villa. E ci tornò spesso. Luisa seguiva Osvaldo che, sottoponendola al plateale corteggiamento di Koch, aveva ottenuto l’appoggio per dare un «tesoro» alla Decima. Koch avrebbe provveduto a coprirlo e lui si sarebbe recato in Val d’Intelvi per tramutare in magazzino un convalescenziario della Marina occupato dai marò della Decima. Lì sarebbero state ammassate merci varie, dalle pellicce ai tessuti, dalla lana ai copertoni, dai filati agli alimentari, per rivenderle in Svizzera in cambio di valuta pregiata. Valuta pregiata, il «tesoro», buono per il principe e le imprese del suo esercito.
Osvaldo riuscì a fare cassaforte, saltando intoppi, facendo appello al cinismo per il quale si era fatto notare da Blasetti. Si muoveva lungo il confine svizzero con l’astuzia del contrabbandiere e la determinazione di un abile commerciante.
Luciana era con lui. Ma ancora per poco. Osvaldo le aveva imposto di non andare più al Continental e la ragazza si era offesa. Un giorno, la cercò e non la trovò. Luciana, la socia in affari, il peccato del pomeriggio da quando era ricomparsa Luisa, aveva preferito seguire un carico di merce di contrabbando e restare in Svizzera.
Erano le ultime settimane del 1944. Il Natale e il Capodanno sembrarono tappe della Via Crucis: nel salone dell’Hotel Continental furono appesi festoni di carta che parevano foglie bagnate. La hall e il bar erano sempre meno frequentati. Quelli che partivano, ed erano ogni giorno di più, non lasciavano indirizzi. Osvaldo vide Raoul confabulare con l’ufficiale che gli piaceva. Il cantante, che aveva una valigia, gli si avvicinò e lo salutò: sarebbe stato via poco e sarebbe tornato per la prima teatrale di Luisa. Mentiva e non faceva nulla per rendersi credibile: aveva perfino gli occhi umidi. Osvaldo capì che aveva paura e aveva chiesto aiuto all’ufficiale tedesco; fuggiva. Raoul non si divertiva più nella confusione del suo regno, del suo piccolo palcoscenico, il Continental.
Osvaldo, invece, non aveva paura. Caso mai, provava più gusto a incutere paura.


Valenti era l’incarnazione romanzesca dell’ardito alla balcanica: uniforme attillata, maglione nero fino al collo e basco sulle ventitre. Sa Iddio dove aveva raccattato i nastrini che gli balenavano sul petto. L’occhio esaltato, il viso smorto, scattava sull’attenti a braccio teso, a salutare qualcuno della banda.


Così lo descriveva lo scrittore Dauphiné, che mentre era rinchiuso in una delle celle a Villa Triste un giorno se lo trovò davanti: «Vidi quel volto glabro, cadaverico, quel suo naso a uncino, quelle pupille iniettate di sangue che stavano osservandomi».
Osvaldo, il terribile. Luisa, la sua donna. I commensali che Koch preferiva alle cene in cui comparivano, sempre a detta di Dauphiné, «piatti mostruosi». Mostri in pasto a mostri. E Luisa malvagia fino a irretire i prigionieri.


Entrò nella stanza una femmina affascinante avvolta di veli. Abbassò le luci. Sotto i veli era completamente nuda. Era bella, effondeva un acuto profumo, e dalla bocca zaffate di alcol. Mi si avvicinò melliflua e carezzevole, si sedette sul divano accanto a me, assunse un atteggiamento di abbandono col proposito evidente di accalappiarmi. «Sai chi sono?» mi chiese. «Sono la Ferida, una delle più grandi attrici italiane».


Così raccontava Vittorio Pozzi, partigiano cattolico, ospite di Villa Triste. Franco Bandini, nella sua inchiesta sul «L’Europeo», appurò nel 1955 che nel giorno indicato dal prigioniero Luisa non era a Milano. Poteva trattarsi di Daisy, in una delle sue esibizioni di chiffon, che si fece passare per Luisa, la tentatrice dei torturati?
Villa Triste aveva suggerito a Osvaldo un altro piano. Non era mai entrato in contatto con i partigiani. Chi erano veramente? Che cosa volevano? Ne sapeva molto poco, o nulla. Ma quella frase lo aveva colpito: «Sei un fantasma?». Valeva la pena di capire.

    
           Luisa Ferida                   Osvaldo Valenti          Osvaldo, Luisa e la cugina              «Villa Triste»                Una delle celle di «Villa Triste»  Il cadavere di Luisa all’obitorio

Indice dell’opera

       7      1. Una leggenda nera
     29      2. L'uomo venuto da Istanbul
     37      3. Selvaggia
     43      4. Primi passi sulle nuvole
     53      5. La lunga festa dell'Impero
     61      6. Sogni di mezza estate
     69      7. Tra fasci di fiori e fasci di combattimento
     77      8. Un'avventura nell'avventura
     85      9. L'ombra della morte
     93     10. La guerra è dolce quando c'è l'amore
    101    11. Suonano le sirene
    109    12. Una cena con molte beffe
    117    13. Tragico varietà
    125    14. Chiuso per liquidazione
    133    15. Braccati
    139    16. A Venezia! A Venezia!
    147    17. Pizzichi di gloria
    153    18. Bandi e pellicole
    161    19. L'ultimo set
    169    20. Partenze improvvise
    177    21. Surrogati
    185    22. Tramare
    193    23. L'imbuto
    201    24. Orizzonte di sangue
    209    25. Labirinti
    219    26. Melodramma nero
    231    27. Da vincitori a vinti
    241    28. Eros e veleni
    251    29. Signora Illusione
    261    Filmografia
    267    Bibliografia essenziale
    269    Indice dei nomi


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