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2007
4
Gen

Dio del Sagittario

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« Un cadavere trafitto da quindici frecce, uno carbonizzato, uno scorticato.

Tre atroci delitti sconvolgono una Firenze livida e piovosa. C’è un assassino, un serial killer che tutti chiamano «il Sagittario». Colpisce le sue vittime seguendo un rituale crudele: le tortura e le uccide come alcuni celebri martiri cristiani, e prima di dissolversi senza lasciare tracce ricostruisce con i corpi le opere d’arte che li hanno rappresentati.

Un macabro messaggio che nessuno riesce a decifrare.

Le indagini sono affidate al commissario Franco Mezzanotte, un poliziotto vecchio stampo che dopo la vicenda del Mostro ha sperato di non rivedere tanto sangue tutto insieme. Ma al suo fianco prende posto l’amico Simòn Renoir, ex poliziotto e ora docente all’Accademia di Belle Arti, omonimo del grande pittore impressionista e come lui dotato di un singolare spirito di osservazione che nelle indagini si trasformerà in prezioso intuito.

Sullo sfondo di una guerra al terrorismo che minaccia di sconvolgere il mondo, Simòn Renoir si butterà nella caccia al Sagittario spinto da un’insana voglia di riscatto che lo porterà a rivivere ciò che aveva cercato di dimenticare. Fino a rischiare la sua stessa vita pur di capire quali sconcertanti forme può assumere il Male. »


un thriller di

EDIZIONI L’ETÀ DELL’ACQUARIO / I best seller del mistero / ISBN 88-7136-237-3 / pagg. 384 /  euro 19,00

Dio del Sagittario


conversazione con Simone Togneri

Togneri, com’è nata l’idea per Dio del Sagittario
«L’ispirazione è arrivata durante l’ultimo anno all’Accademia delle Belle Arti, vedendo alcuni dipinti che raffiguravano i santi martiri. Poiché ero già appassionato di thriller e noir ebbi l’idea di scrivere una storia che unisse arte, martiri e delitti seriali.»

Come mai il noir?
«Mi affascinano molto i lati oscuri dell’uomo e della società in cui vive, i meccanismi che trasformano la mente di una persona in qualcosa di distorto. Mi piace l’idea del buono che poi non è così buono, o che comunque nasconde qualcosa che non va. Mi piacciono i personaggi complessi e instabili, umani sia nelle virtù che nei vizi e proprio per questo, forse, “eroi”.»

Da cosa prendi spunto per i tuoi racconti?
«Da qualsiasi cosa. Mi piace osservare quello che mi succede attorno, una persona che ha fretta, due che parlano a voce alta, qualcuno vestito in modo particolare o con atteggiamenti particolari, un articolo di cronaca, un’immagine, una scritta su un muro. Credo che lo scrittore sia un ladro di quotidianità. Il mondo di ogni giorno è pieno di spunti da cui partire per scrivere una storia, anche perché, si sa, spesso la realtà supera l’immaginazione.»

Altri progetti?
«Ho il cassetto pieno e ogni giorno se ne aggiungono altri. Intanto sto scrivendo il secondo romanzo con protagonisti Simòn Renoir e il commissario Mezzanotte, e c’è già un’idea per il terzo. Tra i prossimi progetti c’è una storia ambientata negli anni ’20 tra le montagne della zona dove vivo, e un’altra ispirata alla vicenda del cannibale di Rothemburg in Germania.»

Simone Togneri è nato e vive a Lucca ed è diplomato in pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze.
Dio del Sagittario è il suo primo romanzo.


>>>Dal libro

Parte prima

Il San Sebastiano

    La Giulietta profondo blu del commissario Franco Mezzanotte costeggiò la fiancata nord del duomo di Santa Maria del Fiore. Il lampeggiante sul tetto aveva fretta, ma l’auto avanzava lentamente perché il vecchio motore temeva l’acqua sollevata dalle ruote. Percorse un tratto di via del Proconsolo e svoltò in via Ghibellina. Cento metri più avanti, due poliziotti sorvegliavano i confini dell’inferno.
    Mezzanotte, che all’inferno c’era già stato una volta, si consumò gli occhi cercando di vedere la strada. Oltre il parabrezza le luci azzurre lampeggianti si sgretolavano in mille schegge luminose, insegne inquietanti di qualcosa che non sarebbe dovuto accadere. Il commissario aveva ancora nelle orecchie la voce del questore Serengetti che lo aveva buttato giù dal divano nel suo unico giorno di riposo. Era stato commesso un omicidio al teatro Verdi. Serengetti però non si era soffermato sui dettagli, secondo la sua mania di limitare le informazioni telefoniche. Aveva definito la scena come qualcosa di mai visto prima e l’aveva affermato con tale apprensione che Mezzanotte si era stupito: qualsiasi cosa fosse successa doveva essere veramente grave per sconvolgere quell’uomo solido come la roccia in ogni circostanza.
    Un poliziotto sul marciapiedi riconobbe la silhouette della Giulietta. Si sbracciò davanti ai fanali e indicò di superare l’ingresso principale del teatro e svoltare nel vicolo. Mezzanotte incastrò l’auto tra il muro bagnato e il furgone di un’impresa edile, sicuro che una volta entrato in quel budello non sarebbe più riuscito a venirne fuori.
    Gli agenti si agitavano sotto la pioggia. Alcuni erano impegnati a tenere a bada i curiosi lungo i bordi della strada e gli «Uomini in Bianco», come Mezzanotte chiamava quelli della scientifica, si affrettavano a srotolare gli ultimi cavi delle luci artificiali. Tutti cercavano di gridare più forte del temporale.
    Appena sceso dall’auto Mezzanotte si vide correre incontro Lapo De Simoni. «Ciao “Midnight”!» gridò.
    «Come fai a essere già qui? Chi ti ha avvertito?»
    «Ho le mie fonti, lo sai.»
    Mezzanotte non era mai riuscito a capire chi passava le informazioni al giornalista, ma era sicuro che doveva trattarsi di qualcuno alla questura.
    Sulla porta di servizio spalancata un cartello avvertiva che l’ingresso era riservato esclusivamente agli artisti. O agli sbirri, pensò Mezzanotte. C’era l’agente Sogliano davanti all’apertura, la sua incerata luccicava alla luce delle fotoelettriche. Quando vide Mezzanotte lo salutò gonfiando il petto. «Di sotto, commissario. Nel magazzino seminterrato.»
    Sogliano riconobbe De Simoni e preferì assecondare le raccomandazioni che gli avevano impartito il primo giorno di servizio: «non rivelare mai nessun dettaglio se nei paraggi ronza qualcuno della stampa».
    «Resta qui!» intimò Mezzanotte a Lapo già in procinto di seguirlo.
    Il giornalista si risentì subito. «Non puoi impedirmi di fare il mio lavoro, Midnight.»
    «Falla finita di chiamarmi così.»
    «Che dovrei scrivere domani secondo te?»
    «Che ti ho appena mandato a fare in culo!»
    Senza dare il tempo a Lapo di replicare, Mezzanotte si rivolse a Sogliano. «Tienilo fuori dalle palle!»
    Lungo i seminterrati color bianco sporco, il commissario seguì i cavi che serpeggiavano sul pavimento bagnato, vipere velenose che correvano a nascondersi dietro ogni angolo.
    «Da questa parte!» lo chiamò De Seriis sbucando da una porta. I suoi stivali tintinnarono.
    Il magazzino era una grande stanza sostenuta al centro da sei pilastri disposti su due file che si incrociavano con le travature del soffitto e ricadevano verso terra in costoloni sporgenti dal muro. In fondo, da una serie di finestrini sbarrati troppo vicini al soffitto, la luce dei lampeggianti accendeva di azzurro le pareti scrostate, i detriti e le attrezzature da muratore sparse ovunque.
    Mezzanotte fece qualche passo. La polvere di cemento e i calcinacci, impastandosi con l’acqua portata dalle suole, gli dettero la sensazione di camminare su un tappeto di insetti morti.
    «Non è un bello spettacolo quello che stiamo per vedere» lo avvertì De Seriis.
    Mezzanotte indossò i guanti senza rispondere. Guardava il gruppo di uomini al centro del locale. Insieme agli agenti c’erano il medico legale Birardi e l’ispettore capo della scientifica Quadrano, intento a riprendere con una videocamera digitale. La loro attenzione convergeva su qualcosa che, nascosto da uno dei pilastri centrali, Mezzanotte ancora non vedeva.
    De Seriis fece un cenno e lo invitò a seguirlo dietro al sostegno.
    Franco Mezzanotte non si lasciava impressionare tanto facilmente. Non era un caso che da più di vent’anni ricoprisse il ruolo di Capo della Squadra Mobile della Sezione Omicidi alla Questura di Firenze. All’inferno ci si era trovato già una volta, quando promosso commissario si trovò a far parte della SAM (la Squadra Anti Mostro). Allora credette che non poteva esserci nulla di peggiore dell’opera del Mostro ma adesso in quel magazzino, a cinquantacinque anni suonati capì che si era sbagliato.
    Al pilastro di calcestruzzo sotto le luci delle fotoelettriche montate in fretta, era legato un uomo. Stava in piedi su un cubo di legno nero, nudo a eccezione di un drappo bianco attorno alla vita. Uno sciame di frecce si apriva la strada attraverso la carne rossa del suo corpo. Mezzanotte ne contò quindici e le sentì tutte dentro di sé. Le immaginò attraversare le gambe spaccando i muscoli con i cigolii affilati della punta contro le ossa; le sentì penetrare nella pancia inchiodando la stoffa bianca alla pelle e spingendola fin dentro le budella; le sentì nel petto lacerare le membrane e i tessuti con strappi sonori e sanguinanti. E poi le sentì nella testa attraverso la massa celebrale, i pensieri, le emozioni.
    «Gesù Cristo…»
    Lo sguardo scivolò sulla freccia conficcata nella fronte sopra gli occhi rimasti aperti. Ebbe la sensazione di essere nudo davanti a quello sconosciuto che lo fissava senza vederlo. La bocca aperta e congelata in memoria delle grida più strazianti gli fece correre un brivido lungo la schiena.
    «Chi è?» Mezzanotte allungò una mano e chiuse gli occhi del morto.
    «Si chiamava Andrea Forti» rispose De Seriis. «Era appena maggiorenne. L’hanno trovato i suoi colleghi di lavoro oggi quando sono rientrati dopo la pausa del pranzo.»
    «Adesso dove sono?»
    «Fuori sul cellulare. Gli abbiamo dato coperte e caffè caldo.»
    «L’ora della morte?»
    «Tra mezzogiorno e le due. Lo hanno lasciato da solo per andare a mangiare e quando sono tornati era già così.»
    «C’era da aspettarselo?»
    «No, sembra di no: il ragazzo era pulito.»
    Mezzanotte fissò il corpo e respirò l’odore del sangue, che sulla pelle chiara aveva dipinto un intricato arabesco.
    «Non ho mai visto nulla del genere in vita mia» confessò. Si guardò attorno. «I vestiti dove sono?»
    «Non si trovano. E nemmeno l’arco» disse De Seriis sospirando. «Secondo me è stato punito per qualcosa che ha fatto e che non avrebbe dovuto fare. O forse che ha visto e che non avrebbe dovuto vedere.»
    Mezzanotte schioccò la lingua in segno di diniego. «Questa non è un’esecuzione.»
    De Seriis guardò il cadavere e poi il commissario. «Come fa a saperlo?»
    «Basta incontrarlo una volta il diavolo per riconoscerlo sempre» disse Mezzanotte. Poi si voltò verso il poliziotto. «Tu sai cosa faceva il Mostro alle sue vittime?»
    «Be’ sì, ho visto qualcosa in TV.»
    «Qualcosa in TV…» ripeté il commissario. Si avvicinò al cadavere.
    «Non usava arco e frecce però» osservò De Seriis.
    «No, ma la follia è la stessa.»
    Una serie di flash accese la rete di sangue che imbrigliava il cadavere. Il giovane Stefano Torrisi alzò gli occhi dall’obiettivo e asciugò il sudore dalle sopracciglia. Mezzanotte puntò il dito verso la macchina digitale. «Voglio quella roba sul tavolo del mio ufficio domattina. Formato trenta per quaranta.»
    Il ragazzo annuì costringendosi a sorridere.
    Il commissario lo fissò strizzando gli occhi. «Sei nuovo tu, vero?»
    «Sì…»
    «Allora impara a non sorridere per forza.»
    L’odore del sangue si mescolò a quello dei calcinacci, del cemento e dell’acqua piovana. Mezzanotte si allontanò verso l’uscita del magazzino e accese una sigaretta. Una lunga boccata di fumo scivolò dritta nei polmoni troppo irrigiditi dalla nicotina. Il giorno che cercò di smettere decise di concedersi uno strappo alla regola ogni volta che era nervoso: finì per fumare più di prima. […]


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