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2006
24
Mag

FaraNews ISSN 1590-8585

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FARANEWS ISSN 1590-8585
Mensile di informazione culturale a cura
di Fara Editore  
http://www.faraeditore.it/faranews/nuovo.shtml


Numero 78
Giugno 2006
Editoriale:
Varco vitale

La porta del cielo e il varco che si affaccia alla città dell'uomo. Fra Bernardo ci offre nella sua prima omelia di sacerdote una sintesi del suo cammino di fede che lo ha portato a una scelta radicale ma immersa nella vita "nella consapevolezza che il mistero della vita non può essere circoscritto e dominato dalla pura casualità o da un feroce destino". L'impronta "etica" di questo Faranews è riscontrabile anche negli scrritti di Emilia Dente, Enrica Musio, Giuseppe Callegari, Antonella Pizzo, Fabiano Alborghetti e nelle sagaci parole di Vesna Andrejevic. Fa piacere leggere autori che ci parlano del mondo e dell'uomo, certo partendo dal loro esser-ci ma non facendo dell'io il proprio dio. Concludiamo con un estratto dell'introduzione di Anna Rotunno all'antologia della V edizione del Premio Cluvium. Inviamo questo numero giusto in tempo per partecipare a Prosapoetica. Buona lettura!

 

Prima omelia

di Bernardo Francesco Maria Gianni, OSB Oliv.

Carissimi amici e amiche,
non è facile trovare parole per esprimere le tante cose che da diversi giorni agitano i miei pensieri: abbiamo tutti noi nel cuore, e in particolare la nostra piccola comunità monastica e le nostre care famiglie, molta emozione e gratitudine al Signore per l’intensità gioiosa di questo momento.
Vorrei anzitutto che tutti noi potessimo custodire a lungo, anzi per sempre, quella pace che il Signore, nel vangelo appena letto, ha donato ai suoi discepoli ancora scossi e increduli dopo la fine tremenda e misteriosa del loro maestro. Egli torna nella loro vita, nella nostra vita per dirci e donarci quella Pace di cui il respiro affannato della nostra storia ha quanto mai bisogno.
Non diversamente dai discepoli anche noi, tanto nelle gioie della vita, quanto nel turbamento che il male e la sofferenza sempre ci procurano, fatichiamo a riconoscere e ad accogliere la visita del Signore Gesù, il suo umile ed incessante cercarci attraverso il dispiegarsi ora sofferto ora mirabilmente luminoso degli eventi.
Risolutamente fedele alla logica inaudita dell’incarnazione anche il Gesù Risorto si lascia riconoscere, abbracciare, ristorare in quella presenza umile e gloriosa che è il suo corpo, le sue mani laboriose e ancora ferite dalla croce , i suoi piedi infaticabili ancora segnati dal male inferto da chi ha osato soffocare la sua parola di libertà e di giustizia.
Guardare, toccare, ascoltare, gustare il cibo: veramente tutti i sensi dell’uomo, propri di quella mirabile scultura divina che è il nostro corpo, sono richiamati in questa pagina evangelica, così evocativa della salutare finitezza della Rivelazione: tutti noi fin dalla più tenera infanzia, impariamo a riconoscerci–e il piccolo Gesù non ha fatto eccezione- attraverso quelle finestre, quelle porte della nostra anima che sono i sensi del nostro corpo. I sensi dei nostri amici discepoli sono inondati dal meraviglioso ed imprevisto dono dell’apparizione del Risorto, un dono che non è fine a se stesso ma che è principio di una responsabilità nuova per loro: portare nel mondo, secolo dopo secolo, in quella incessante catena che è la trasmissione della fede, l’annunzio pasquale che Pietro negli atti letti stasera così meravigliosamente riassume: voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino 15e avete ucciso l'autore della vita. Ma Dio l'ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni.
Carissime amici e amiche, nella logica del Dio della Scrittura, ogni dono è responsabilità e anche la ragione per cui in molti siete generosamente saliti su questa collina, ovvero il ministero presbiterale mio e di Stefano, è un immenso dono che si fa immediamente responsabilità per ognuno di noi. Vorremmo infatti, con tutta le forze di questa piccola comunità , aiutare i sensi , le porte della vostra anima a lasciarsi visitare e sorprendere dalla inaspettata, imprevedibile, gratuita visita del Signore: vorremo ricordavi sommessamente, con dolcezza e rispetto come dice san pietro, le ragioni della nostra speranza, che sono poi le ragioni nascoste nel mistero pasquale di cui è tenue ma autentico simbolo questo cera pasquale che ha dissolto le tenebre della notte dell’esodo verso la libertà dal peccato e dalla morte!
Vorremmo che anche i cinque grandi portali della facciata di San Miniato, tre aperti sulla città e due velati di marmo, rianimassero i vostri sensi con la loro armonia e la bellezza del mistero che custodiscono, perché la buona notizia dell’evangelo raggiunga il vostro cuore, lo permei di speranza, lo rianimi nella fede, lo rinvigorisca nella carità.
In diversi di voi sapete che quando qualcuno ci chiede di spiegare loro qualcosa di questo luogo noi iniziamo sempre da quella porta là in fondo, la porta santa, ove mille anni fa una mano ha scritto sulla soglia esterna heac est porta coeli, questa è la porta del cielo: ebbene, io, Stefano, il carissimo fratello Ildebrando che fra noi giovani ci ha preceduto in questo cammino, il padre abate, tenace ed esemplare maestro di fede e di pazienza, e tutti gli amatissimi padri di questa comunità abbiamo il dono, la responsabilità di vivere, di vegliare e di custodire questa santa porta che sentiamo come una porta di speranza aperta nel cielo di Firenze. Ma se per voi che entrate, questa è la porta del cielo, per noi essa è anche la porta sulla città, varco vitale di accoglienza, di amicizia, di dialogo: da qui sappiatevi custoditi dalla nostra preghiera, e se la grazia di Dio ci aiuta, edificati dal nostro esempio che vuole essere solo e soltanto una piccola storia di carità e di amicizia, nel solco della secolare tradizione del monachesimo che tante volte ha raccontato la storia di pugnelli di uomini e donne che hanno scelto di vivere ai margini della città per poterla abbracciare tutta con ancora più forza e avvolgenti amore
Carissimi amici e amiche, per molti di voi queste porte, le porte di San Miniato sono porte che si aprono sul giardino di una memoria sofferta, la memoria dei vostri cari sepolti nella città silenziosa di cui pure siamo custodi. Imparando tantissimo dalla cattedra del vostro dolore assieme cresciamo nella consapevolezza che il mistero della vita non può essere circoscritto e dominato dalla pura casualità o da un feroce destino di cui non si avverte alcuna ragionevolezza. Col cuore e la mente cerchiamo assieme la trama nascosta della nostra esistenza, il segreto pasquale di questo mondo che Paolo VI definiva, con la sua scrittura fascinosissima, immenso, misterioso, magnifico, questo universo dalle mille forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze, dalle mille profondità, questa scena affascinante e misteriosa è che è un riverbero, un riflesso della prima ed unica Luce,una rivelazione naturali di una straordinaria ricchezza e bellezza, quasi una iniziazione, un preludio , un anticipo, un invito alla visione dell’invisibile Sole. Anche questa Basilica, con la sua liturgia, la sua bellezza teologale sia sempre per ognuno di noi un mirabile preludio a quella luce invisibile che i sensi spirituali, rianimati dall’ascolto della Parola di Dio e ristorati da tutti gli altri sensi del nostro corpo e dall’intelligenza del nostro cuore sapranno scorgere nella fosca chiarezza della storia del nostro oggi, inquieto e avvincente al contempo. Possano sempre più i nostri sensi scoprire e riconoscere, ancor più velocemente dei primi discepoli, la presenza e la visita del Signore ancora oggi misteriosamente e realmente presente nella nostra storia e in particolare nel forestiero, nell’esule ferito di stanchezza e indigenza. Possano i grandi portali di San Miniato spalancarsi su di una città rinnovata nell’amore e nella giustizia e rianimata nella speranza perché risolutamente capace di custodire aperte anche al cielo e all’irrompere del Vangelo le sue porte e le sue antiche mura, non più muniti presidi di difesa ma finalmente spalti di pace nella geografia della grazia di Firenze la città che con San Miniato nel sogno di La Pira era la città posta sul monte, profezia di pace e di amicizia fra i popoli, luogo mirabile della predilezione di Dio.

Bernardo Francesco M. Gianni è nato a firenze il 28-xi-68
laureato in Lettere antiche su un testo umanistico di Coluccio Salutati. Entra in monastero nel 1996, a San Miniato al Monte. È monaco benedettino olivetano, professo perpetuo dal 2001, "prete" dal 2006. Per contatti:
Abbazia di San Miniato al Monte
Le Porte Sante, 34
50125 Firenze
Tel. 055.234.27.31 - Fax 055.234.53.54
sanminiato@tin.it

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Premio Città di Solofra e Un'amara rilfessione

di Emilia Dente

Antologia del Premio Nazionale Biennale “Città di Solofra” 2006

Come nasce il progetto di un Premio Letterario? Perché si propone un concorso di Poesia?
Questa iniziativa culturale necessita di una attività di organizzazione complessa, estremamente impegnativa, che, nelle diverse fasi, preparatorie ed esecutive, coinvolge assiduamente i promotori e richiede a loro un forte investimento di risorse umane e materiali. E allora, perché investire in tale attività? Perché dedicare mesi di estenuante lavoro progettuale e di coordinamento alla realizzazione di un concorso di poesie? Sicuramente questa attività non è, e non vuole essere, redditizia nel più tradizionale senso economico, né tantomeno vuole essere moneta di scambio in termini politici e sociali. Assolutamente no. Quale complessa motivazione può allora giustificare l’impiego e il sacrificio di tempo e di energie? L’amore per la Vita e la Poesia. La consapevolezza che affiancare i passi, condividere il cammino, ristori la sete dei viandanti affaticati sui sentieri del ritorno. Il delirio infuocato di voler contemplare il riflesso dell’anima nello specchio dei versi. Il coraggio di incontrare il diverso per cercarsi in lui e scoprirsi uguali. La forza di credere che pure il rantolo affannato dell’uomo del terzo millennio, sfiori il respiro potente dell’ Immenso e riposi in esso. Una moneta per barattare l’Infinito. Questo è un premio letterario. Questa la motivazione per cui si organizzano seri concorsi di Poesia. Poi di questo labilissimo guadagno si diviene giustamente avidi negli anni e il Premio, di cui la presente antologia è testimonianza, di queste monete ne ha forgiate tante, tante quante le edizioni del Premio. Quest’anno il “Città di Solofra” celebra la sua sedicesima edizione. Oltre trent’anni di attività letteraria, trent’anni di Poesia, trent’anni di premi per le tradizioni , oltre trent’anni di cultura nella tormentata terra dei lupi dove ormai questo concorso è divenuto un tassello importante del mosaico storico-sociale. È quasi, poeticamente, una sorta di biglietto da visita per chi in Irpinia accede da un percorso culturale. Moltissimi sono infatti i poeti e i letterati che da tutte le regioni italiane, e pure da oltre i confini nazionali, dalle varie regioni europee, rispondono entusiasti all’invito del Gruppo Culturale “Francesco Guarini” ed inviano le loro liriche. Oltre trecentocinquanta i lavori pervenuti e valutati quest’anno. Diverse le appartenenze etniche e le fedi religiose degli autori. Diverse le esperienze. Diversi i sorrisi e gli sguardi che occhieggiano dai versi. Nelle mani dei giurati ha dialogato il mondo. Si è illuminato il cielo delle parole e stelle che raccontano paure e gioie, angosce e speranze. E ruotava intorno a noi l’universo delle emozioni, di tante emozioni che confluivano pure in questa edizioni in temi comuni e ben identificabili. Le sorgenti a cui tanti poeti si sono dissetati sono le sorgenti della memoria.La memoria che come polvere si disperde nel tempo, la memoria che plasma l’individuo, la memoria viva, pulsante, creativa; la memoria da uccidere, la memoria da salvare e guarire; la memoria da purificare. A queste sorgenti ogni autore attinge per vivere un presente incerto, oscuro, un presente che spaventa e affanna, ma, nelle cui ombre, pure si cerca un raggio di luce per il futuro proprio e dell’umanità.
Altro tema forte, ben legato al precedente, anzi di esso concreta emanazione, è la luce della figura materna. La madre. La madre teneramente ricordata, la madre ascoltata, vissuta pure nel vuoto dell’assenza; la madre amata o contestata; la madre cercata o persa. Reale o concettuale, la madre è il punto fermo da cui partire nell’avventura dell’ esistenziale della poesia, ella è l’origine da cui allontanarsi per poter tornare.
Molto cospicua è stata la presenza femminile in questo dialogo poetico. Molte donne sono state premiate per le loro bellissime liriche, edite ed inedite. La caratterizzazione di genere sfuma i suoi contorni nel discorso lirico, ma, sicuramente, la voce femminile ha peculiarmente arricchito di note di dolcezza, coraggio e serenità, il coro poetico.
Importante, corposo, interessante dunque il discorso culturale intavolato dal Gruppo Culturale “Francesco Guarini” pure in questa sedicesima edizione, impreziosito anche quest’anno dalla partecipazione di una seria e ben preparata giuria popolare costituita dagli alunni della classe V D della Scuola Primaria del I Circolo Didattico di Solofra, aiutati nell’impegnativo compito dalle attente insegnanti Grazia Lissa e Maria Vitale, e dagli alunni della classe IV A della Scuola Primaria di Montefusco, accompagnati sui sentieri letterari dalla disponibile insegnante Lucia Stanziale. La classe V A della Scuola Primaria di Montefusco insieme all’insegnante Francesco Bruno, ha invece incontrato il poeta Michele Luongo, a cui è stato conferito il Premio alla Carriera.
Il coinvolgimento degli alunni della Scuola Primaria, il percorso lirico e conoscitivo affrontato insieme, l’assegnazione ad essi di un ruolo importante e di reale responsabilità, l’investitura di giurati, dichiarazione ad essi di rispetto e di fiducia , è concretizzazione effettiva della volontà di credere sempre e comunque, nella Vita e nella Poesia.
Agli alunni, ai loro generosi maestri di scuola e di vita, insieme ad un ringraziamento sincero ed affettuoso per la collaborazione, un ultimo pensiero: a voi il Gruppo Culturale “Francesco Guarini” affida l’impronta profonda del proprio cammino e l’alba di un sogno per un nuovo domani.
Il Presidente della Giuriadr. Emilia Dente Santangelo

Note di critica letteraria a cura degli alunni della classe quarta
della scuola Primaria di Montefusco
insegnante Lucia Stanziale

Primo Premio sez. PoesiaEdita
dal testo In Cerca di A. Ramberti

Sassi
“Le pietre adatte alla lapidazione sono la nostra gravità”. Questi pochi versi che aprono il testo poetico “Sassi” di Alessandro Ramberti ci hanno particolarmente colpito per il significato profondo che c’è in essi: pietre, non solo oggetti da prendere o lanciare, ma sassi quali metafore delle nostre colpe, dei mali che attanagliano il genere umano. Sono quella forza di gravità che ci opprime, ma di cui possiamo liberarcene solo instaurando un dialogo continuo con Dio, solo “con grazia”. Interessante è stata anche la similitudine con cui il poeta paragona il male che viene commesso ad un’impronta pesante come il piombo che opprime l’uomo.
I versi si concludono con un invito alla tolleranza e alla solidarietà. Ciascuno dovrebbe prendere ad esempio il profondo sentimento di apertura agli altri e di empatia dell’autore.DiarioLeggere questo testo poetico fa pensare a una pagina di “Diario”, così come si evince dal titolo. Un lavoro autobiografico che fa ritornare alla mente del poeta un “ventenne solitario”. Particolarmente interessante la metafora con cui il giovane viene paragonato ad una formica, un essere così piccolo “schiacciabile in ogni momento”. E’ l’immagine del giovane di oggi, solo, senza autonomia finanziaria,in una società che punta all’efficienza più che alla qualità della persona, ma un giovane che si perde nel groviglio delle richieste sociali e nell’instabilità dei valori, un giovane che ha ancora tanti ideali e tante mete da perseguire. Ma arranca mettendosi sempre in gioco. Alla soglia dei quarantanni è stanco di barcamenarsi, di cercare una posizione stabile. L’unico suo conforto è la capacità di fantasticare che nonostante tutto permette di sopravvivere.
E’ l’uomo moderno che riesce a dare un senso alla sua vita se ha qualcuno che cammina con lui, che condivide i suoi drammi generazionali e quotidiani, che gode delle sue piccole gioie.
Questo componimento è, secondo noi, un inno alla solidarietà considerata dal poeta unico conforto della vita di oggi.


Secondo Premio sez. Poesia Edita
dal testo Verso Occidente di Narda Fattori

Canto per Maria
L’autrice in questi versi fa intravedere fondamenti autobiografici e forti sentimenti. La descrizione di questa donna di nome Maria emblemizza effetti atavici e duraturi. Un concetto onnipotente di madre capace di sacrifici tutta la vita. Ricordo doloroso e triste delle sue mani capaci di tanti lavori, ma anche di dolcissime carezze. Il quadro di una donna che fa trasparire la poliedricità delle sue occupazioni con il vestito della festa e un lieve rossore sul volto, con occhi cerulei e un’ombra di rossetto. E il dipinto di una giovane diciottenne, radiosa nell’aspetto, con le mani piene di calli prodotti dal lavoro dei campi. Tanti sacrifici per realizzare sogni giovanili mai realizzati per la nascita di una figlia troppo presto che l’aveva trasformata da cerbiatta agile e veloce in una cerva matura che bruca e si muove lentamente. Una farfalla alla quale sono tarpate le ali.
I versi conclusivi sono l’espressione di un rimpianto doloroso che la scrittrice conserva nel cuore. E’ un dolore eterno che sempre si nasconde dietro ogni lacrima.
Tutto il componimento è un canto d’amore per la figura della madre, donna straordinaria, capace di sacrifici, ma anche di grandi manifestazioni di affetto; di grandi sogni, ma anche di grandi rinunce per amore materno.

Terzo Premio sez. Poesia Edita
dal testo “Mediterranea” di Mina Antonelli

Notte di Natale
Natale è magia, ma lo è ancora di più la “Notte di Natale”. Non a caso la poetessa Mina Antonelli ricorda quando era bambina e sua madre ricordava il fascino della notte di Natale, di Gesù, un fiore del cielo, venuto a sbocciare in una grotta e il cui profumo si spargeva su tutta la Terra. Parole d’amore asciugavano le lacrime e levavano i dolori dell’umanità. Ora, spente le luci del presepe, ritorna il vuoto, la solitudine, la corsa delle ore e tutto si perde, anche i ricordi. Questo testo poetico sottolinea, a nostro parere, ancora una volta l’attaccamento dell’autrice alla sua terra, ai momenti trascorsi là, a quel che “raccontava mia madre” che ancora pervade tutto il suo lavoro. Ma ciò che ci ha colpito nel leggere questo testo, oltre alla profondità del suo senso religioso, è l’uso di alcune metafore che rendono più vivo il suo modo di vedere il Natale. La nascita di Gesù Bambino, simile ad un fiore sbocciato in una grotta, l’essere Re, ma che, divenuto per noi il più umile degli uomini, è l’espressione di un credo religioso vissuto in tutta la sua pienezza.

Segnalazione di merito – Poesia Edita
Dal testo “Poesie davanti al presepe” di C. Carapezzi

Ondata di Orrore
Il titolo di questo testo poetico ci pone di fronte ad un tema molto attuale e cruento. E’ l’espressione del sentimento moderno di sofferenza e di angoscia che affliggono l’umanità del terzo millennio. Un tempo in cui l’odio, la malvagità e la prevaricazione regnano sovrani e spesso si dimentica ciò che Gesù concede ogni giorno, come se tutto fosse dovuto e nessuno deve sentirsi in obbligo né deve ringraziare.
I versi conclusivi costituiscono una vera invocazione a Gesù affinché possa risanare il male che c’è nell’uomo peccatore, cancellare i cattivi propositi e favorire in ciascuno il pentimento. Sono note di preghiera in cui la poetessa, quasi in una sorta di dialogo diretto con Gesù, prega non per sé, ma per il bene dell’umanità. Una preghiera pervasa da armonia e dolcezza non solo per il tema trattato, ma anche per il ritmo e la rima che caratterizzano i versi. Il male di vivere, l’angoscia dell’uomo moderno, uniti a problemi più concreti del nostro tempo, quali le dispute di tipo religioso, generano momenti di dolore che trovano conforto solo nella richiesta di perdono e di aiuto in quel Dio che tante calunnie e sofferenze ha dovuto sopportare da parte dell’umanità.

***

Una amara riflessione…

Nei recenti dibattiti preelettorali, nelle confuse esposizioni programmatiche dei vari leaders avvicendatisi nell’agone politico, ho constatato più volte come l’argomento “donna” disorientasse, quasi sorprendesse, gli oratori di turno che tentavano poi affannosamente possibili vie di fuga dall’argomento proposto. In sede di confronto, gli uomini spesso si sono limitati a contestare il programma e i principi dell’avversario, spesso brandendo, a mo’ di spada, minacciose cifre ed indecifrabili percentuali. In un serio confronto poi la fantasia politica maschile ha declinato il problema accampando una disputa filosofica circa l’esattezza terminologica delle etichette di “genere” o di “categoria” riferite al sesso femminile.
Le donne, agguerrite amazzoni nell’arena politica, qualche volta penalizzate dalla robustezza vocale dei signori colleghi, hanno tentato più spesso di intavolare discussioni serie su argomenti di cui avvertivano l’urgenza e la complessità, sforzandosi di proporre soluzioni a volte valide, a volte poco convincenti.
La sensazione forte che questi dibattiti spesso hanno lasciato, non solo, ma soprattutto nel contesto della questione femminile, è stata quella di una imbarazzante inadeguatezza nell’affrontare tematiche delicate e complesse, la cui risoluzione è fondamentale per la crescita ed il benessere collettivo.
Del binomio donna e Sud, spero solo per mia disattenzione, non ho sentito parlare.
Lo scenario reale che il teatro preelettorale ha fornito a me, e, credo, a tante giovani donne del Sud, come me disoccupate, è davvero inquietante, propinandoci ancora, sempre, un approccio politico che, nella migliore ipotesi, si limita ad intervenire in maniera contingente su situazioni di disagio estremo. Fragili rattoppi su una veste drammaticamente lacerata. Non una politica che affronti strutturalmente le insidiose difficoltà che quotidianamente le donne vivono. Una politica ancora una volta sorda alle esigenze non di un genere, non di una categoria, ma di persone che conquistano con sacrificio e difendono con orgoglio la condizione di madri, di lavoratrici, di soggetti efficienti ed importanti della crescita economica, politica e culturale del nostro paese. Donne che devono essere supportate concretamente nell’affanno quotidiano di conciliare i diversi ruoli sociali, con iniziative politiche e sociali responsabili e concrete, ma pure con il sostegno di una mentalità sinceramente libera dalle ipocrisie e dai sottintesi che pregiudicano ogni pesante passo, costringendo spesso ad indietreggiare. Urge una vera politica paritaria che incoraggi le donne e le sostenga nel percorso personale e professionale. Sono necessarie intelligenti scelte segnate dalla flessibilità e dal rispetto nella consapevolezza che le donne sono protagoniste non solo del presente, questo mosaico complesso che, ignare paladine, costruiscono giorno per giorno, ma che esse sono madri, con prole e senza prole, che generano il futuro della nostra società.
Questa, in sintesi, la triste riflessione che la recente campagna elettorale mi ha suggerito: ancora, come sempre, da terra non si riesce ad intuire la fatica del volo nell’altra metà del cielo.

Emilia Dente

Bernardo Francesco Maria Gianni risiede all'Abbazia di San Miniato al Monte (Monaci Benedettini di Monte Oliveto):
Le Porte Sante, 34
50125 Firenze
Tel. 055.234.27.31 - Fax 055.234.53.54
sanminiato@tin.it

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Traieottoria e altre poesie

di Enrica Musio

TRAIETTORIA

Cerco il candore di un fanciullo,
davanti alle vetrine
ma è già trascorso
il giorno
nei viali delle
mele cotogne
e la mia pena
ha la voce
del grillo
se il cuore
trascorre
il tempo
che scava
piccole rughe
agli angoli
dei miei
effimeri
sorrisi.


SMARRIMENTO

Nel pozzo,
gli occhi indifferenti
vanno cadendo
i sogni
e il cupo
tonfo
come i battiti
del cuore.

Dedicata ad Alberto Castagna


NOTTI INSONNI

Infinite musiche,
suonano
nella mia testa
mille aghi
mi pungono
esco dal buio
luce del mio
atroce
pensare.

SOLA

Ritornando,
forse un giorno
ti fermerai
davanti al mio capezzale
avrai occhi
di dolore
e nessuna parola
da parlare
mi cercherai
frugando
tra vecchie arrugginite scartoffie
mi cercherai
viaggiando
tra strade e crocevia
percorsi e abbandonati
mi cercherai
discretamente
sola con te stessa
allora avrai
sola una parola
e la custodirai
in silenzio.

Dedicata a mia sorella Ilaria (quando verrò a mancare)

Enrica Paola Musio è nata a Santarcangelo di Romagna il 31 marzo 1966. Ama la natura, il cinema, la letteratura (specie al femminile), il teatro. Sue poesie sono state segnalate in diversi concorsi e pubblicate in varie antologie. La poesia le ha permesso di indagare la sfera delle emozioni e l’ha aiutata ad apprezzare le gioie semplici della vita quotidiana. Una sua silloge dal titolo Sarà da poeti il futuro è apparsa in Antologia pubblica ed ha appena pubblicato la raccolta Dediche sillabiche.

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Coltivo la differenza

di Giuseppe Callegari

Coltivo la differenza

Oasi contaminata
di suoni non amplificati

Girotondo spezzato
trafitto dalle voci

Sentiero inesplorato
di orme lievi

Tuono
di fiera mangusta
Impermeabile ai boati metallici

Gocce dissonanti
di un bisbiglio sferzante

maggio 06


Solitudine

Un campo.
Incerto raccolto

Predoni e parassiti
Maestri di cerimonia
Diaconi e fedeli…



Il vomero dell’aratro
Purifica e feconda

maggio 06


La violenza è uscita dal vaso

Odio

Cemento stratificato
Inespugnabile antro

Mantice fortificato
di chi ha perso tutto

Dissennato desiderio
di deflagrazione sacrificale

Straccioni
Insospettabili

Assassini
Incontaminati

Belve
e colletti bianchi

Macabro teatro
di guaritori televisivi

La violenza è uscita dal vaso

maggio 06

Giuseppe Callegari è nato a Voghera, nell'Olprepò Pavese, vive a Grazie – il paese dei madonnari – ed insegna a Mantova. Ha promosso il Primo Sciopero Nazionale dello Sguardo contro la televisione e ha fondato l'associazione: Progetto Cooperativo Incontriamoci, come momento di difesa dall'invasività della realtà virtuale.
Ha scritto il libro Educablob (Erickson, Trento), manuale per insegnanti, educatori, formatori e operatori sociali che vogliano utilizzare in modo diverso e alternativo la comunicazione audiovisiva. Con Fara ha pubblicato L’amore si sporca le mani (2004) e Messa a fuoco manuale (2005).

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Tutto si fa poesia

di Antonella Pizzo

Prima che le porte s’aprano di botto

Prima che le porte s’aprano di botto e le cervella siano ingoiate
chiusi nel pugno al modo di fogliame speranze
e concepimenti secco sbriciolati. Che la capò distratta
dalla sopravvivenza dia il segnale dell’estremo
che è l’atteso. Si fiammeggino le ossa come pietra ollare si sfaldino
e s’infestino i cieli sopra e sotto l’ultima caduta
bianca che ridipinse il largo prato oltre il cancello
il filo e il ferro dove lo sguardo persi.
Capelli sottili e forfore velano i vetri e puzzo di piscio
acida la trachea. Ossidano a lutto i lastroni ferrosi.

Ante il fiore, ante il canto, ante il ballo
l’abito festoso
prima tu suonavi l’ottavino con delizia
io mi perdevo nelle languide narici e nella bocca
ante d’essere bile e fiele
ante d’essere mota nera.
Prima che mi conducessero a questo
luogo d’infamia impenetrabile
in questi giorni atroci e in questa notte
insensata di stamberghe e stoppie
d’infetti d’infettati d’infezioni
d’inferni
che oggi dalla prim’ora e fino all’ultima
considero.

Se non mi fossi trovata a nascere

Se non mi fossi trovata a nascere
per caso femmina e femmina mi dissero che ero
e femmina mi chiamarono di nome
se non fossi nata femmina non sarei andata
in cerca del tesoro nascosto sotto le pietre
che i contadini accumulavano al centro del campo
quel mattino che fecero i lavori di rimaneggiamento
ero sicura che dentro al fosso avrei trovato qualcosa.
infatti molto lavorai a spietrare, le tolsi ad una ad una
le pietre di calcaree vivo piatte e spigolose
edificazioni antiche e dimenticate da demolire
tutte le demolii o quasi ma niente quasi c’era e niente quasi trovai
e fu quella la consapevolezza amara e femminina
che a scavare non si trova niente ma bisogna arrampicarsi
in alto, scalare le montagne, toccare la punta della luna madre
che origina i ciclimestruali e segna il tempo di ogni gravidanza.


Uomini testa braccia gambe corpo fili

Uomini testa braccia gambe corpo fili
uomini scatola legata contenente
stanotte mi sono arrampicata assieme ad altra gente
sul lobo stretto di un orecchio grande
salivamo uno davanti e altri a seguitare
e nessuno sapeva dire come.
Come tornare indietro, come capire
e perché frotte di gente di diversa stirpe
ci veniva incontro e ci impediva il flusso.
E’ questo l’inferno? Chiesi.
L’albergo in stile Luigi sedici
la porta e una chiave barocca
e nella stanza un comodino pomposo
e nel comodino un cassetto dorato
e nel cassetto un santino merlettato
di un vescovo morto a novant’anni.
Monsignore, c’era scritto, preghi per me che ho molto peccato.
La bambina dai tratti di zingara era dietro un cancello
- Sono senza madre – disse al bambino che la portò via.
Gli adulti e piccoli saranno divisi?
Perché visiti la mia bocca? I miei denti non erano marci.
Perché mi spezzi i molari e mi frantumi i canini?
Ora non potrò più mangiare.
Le mia labbra sono vuote come incarto di caramelle
nella mia lingua tubo incatramato ci sono
tappeti di canapa nera.


Scrivo mentre faccio il bucato

Scrivo mentre faccio il bucato
con un occhio al passato e uno al presente.
Spero che il sole forte non scolori
la maglietta rossa appena stesa
e che la macchia di fondo tinta,
così brutta a vedersi, se ne vada.
Ho ritrovato il mio amato bagatto.
Lui dorme con me.
Il bagatto è il numero uno,
è inizio favorevole, è esortazione.
Così esorto a girarsi dall’altra parte,
a rivedere e a rivedersi.
È un pungolo di ripresa che mi prende
ma non mi rassicura, piuttosto mi sgomenta.
Nelle solite raccomandazioni
c’è scritto di non abbattersi
ché verrà il giorno del ritorno
e allora tutto sarà a posto:
le cose che devono stare dentro le cose
saranno dentro le cose
quelle che dovranno stare fuori le cose
staranno fuori le cose;
io vorrei stare fuori con le mie cose,
con le mie cose belle
e, anche, con quelle brutte
perchè ci sono affezionata.
L’importante è che io sia fuori
perché se questo fuori è come è oggi
sarà un bel fuori
sarà un fuori tiepido e accogliente
un fuori che stupisce per la sua mitezza.
Penso bastino le mie blaterazioni,
penso che la maglia sia asciutta,
penso che la pizza
che dovrei mangiare stasera a cena
sia un bel pensiero, un pensiero che sazia,
un pensiero che consola,
che fa casa e fa unione,
e fa ingrassare. Ho la tiroide pigra
e pure l'intestino, a misura di pigrizia
anche il resto non scherza.


Fra tre sedili mi reggevo forte

Fra tre sedili mi reggevo forte
dieci anni e il mare ad allungare il braccio
si tastava. Il mare è la fine della terra
e dopo il mare cos’è?
fotografie in seppia e carretti carichi
di masserizie, sacchi di carrube e grano
sette bambini con il cappello in testa
ed io che non l’avevo visto mai, ed io che mai
avevo considerato che altro ci potesse essere
oltre il mio prato, oltre la capanna
oltre i piccioni chiusi nella gabbia
scavalco il muro oltre il precipizio
oltre la linea delle mie mani intonse
le mie pietruzze di sale a pezzi.
andiamo allora a cercare la ventura
magari ritroviamo una molletta
magari rinveniamo un dente
(magari ci cascasse un dente)
così un santa Nicola o una moneta
una forbice molata o spina santa
uno squalo con tutto un mare dentro.

Antonella Pizzo nata a Palazzolo Acreide nel 54 vive a Ragusa e lavora presso l’Agenzia del Territorio. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti in concorsi letterari e vinto un premio per la migliore sceneggiatura (I corti di Mauri, Roma, 2005). Ha pubblicato il romanzo Di rosso smunto (Prospettiva Editrice, 2004) e varie raccolte di versi sia in vernacolo che in lingua. Nel 2005 è uscita edita dalla Lietocolle la raccolta A forza fui precipizio con prefazione di Anna Toscano. Sue poesie sono incluse in antologie quali Verso i bit – poesia e computer (Lietocolle, 2005) e Lo stormo bianco (Edizioni d’if, 2005). Non sa scrivere le note biografiche :-)

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A chi e a che serve la poesia?

di Fabiano Alborghetti

Da REGISTRO DEI FRAGILI (indedito)

Canto III

Occorre l’ordine nel vestire, occorre la coerenza
per l’inganno, cosi ripeteva mentre a mani lisce tutto il bordo
della giacca a risalire, i risvolti, la camicia intonsa attorno al collo

troppo stretta eppure esatta per l’immagine allo specchio. Un ampio
gesto, un ritocco anche ai capelli già perfetti nell’assetto
e tutto il resto. Perfezione ripeteva, offrirsi certi come il volto di quell’uomo

imparato alla tivù. Sono meglio a ben vedere, anche più vero:
guardava gli occhi nel riflesso l’adesione dell’immagine per il verso
che voleva… Anche la pelle era esatta nel colore, con il tono preso a tempo

nel solarium dietro casa. Perfezione ripeteva e si mostrava alla moglie
già vestita, pronta all’uso della sera. Mano a mano senza dire.
Non dicevano mai nulla. Troppo spesso non trovavano che dire.

Canto VI

Occorrevano quei riti alla forma di famiglia allo stato fermo e ricco
di famiglia benestante: il bambino da lasciare nel recinto a piano terra
con lo scivolo ed i giochi, con le bolle in gommapiuma poi ognuno

alla funzione, certi acquisti nel carrello da riempire in ogni spazio
certe marche che sapeva esser meglio come il detto
chi più spende meno spende e l’offerta raccoglieva, il tre per due

con il regalo con il punto che spedito mette in gara all’estrazione.
Occorre molto ripeteva, occorre avere per sapere che felici non si accade
e il prodotto è un senso primo, colma fitto ogni altro smarrimento:

è una vita che lavoro certe cose sono diritto
come prendere la marca senza il marcio della rogna senza essere fregati
e chi si fida di quei nomi, i mai sentiti mai apparsi alla tivù?

Poi la fame nominava: niente basta mentre fuori nel parcheggio
tra le auto tutte in fila il carrello accanto e pieno scaricava nel baule
ogni sporta chiusa bene perché niente si smarrisse

perché nulla andasse perso, fosse preda d’altre mani…

Canto IX

Il discorso a vuoto era quella la bestemmia
la finzione del discorso per offrire la presenza di buon padre
buon marito che pagava in pizzeria: poi girava con lo sguardo

come fosse un po’ per noia, stando attento a bilanciare tra famiglia
e il circoscrivere l’attorno: la portata di ogni sguardo la portata in diagonale
farsi largo tra la folla per studiare soppesare

nel passaggio ogni carne tra i vestiti immaginare quanto seno o culo o forma
senza un niente tralasciato e sapeva che veniva in ogni corpo e ripeteva
che ogni corpo gli piaceva come fosse ognuno il primo:

non il mio si ripeteva a bassa voce, non il mio di moglie accanto
non il mio di carne morta già mangiata consumata resa sterile dal parto
non il mio ma quello accanto e non importa quanti anni o peso o stile

non il mio ma la ragazza, non il mio ma ogni donna l’universo di bastarde
che si offrono per niente, io lo so io l’ho capito, io capisco ogni finzione.
Poi il figlio lamentava del calore della pizza, della coca già finita

intrometteva un'altra volta, portava un nuovo cambiamento…

Canto XV

Stare attento ad ogni gesto, cancellare la memoria al cellulare
era questo che premeva poco prima di rientrare, poco prima
di rimettere le chiavi nel portone e risalire per le scale, ritornare

col sorriso alla recita serale con la cena le notizie da ascoltare
che in cucina rispondevano al silenzio con i piatti già riempiti e mezza cena
da finire, ritornare col sorriso e l’accenno per un gesto che veniva rifiutato…

Si cenava con il film, gli occhi alti per lo schermo che aiutava a superare
almeno un’ora, almeno il tempo del contato delle forme messe accanto
a cibarsi d’altra forma, d’alimento e niente altro.

Lava i denti del bambino gli diceva a denti stretti, che sia a letto per le nove.

Canto XVIII

Spiegazione era dovuta per quel livido sull’occhio, non normale
si diceva nel bambino a quell’età. Ripeteva la caduta, l’incidente
per le scale nel rientro al pomeriggio ma il vicino le sentiva certe urla

ma la madre qui negava: è bambino e poco attento ripeteva, sfida gli angoli
giocando. Le braccia azzurre giù in piscina si mischiavano con l’acqua
e nessuno le vedeva e nessuno ne parlava che un bambino è poco attento

e l’estrema conseguenza è normale se palesa in altre forme…


da L’OPPOSTA RIVA (LietoColle, 2006)

I
E dove altro credi possibile la mia presenza
se anche la mia terra è contro? Non rimane niente altro
che la cancellazione ripeteva un dirsi presenti

anche senza il luogo. Adesso conta diceva
fai la somma dei rimasti. Sottratti gli urti i lampi
i sacchi senza nome o le cataste di arti e bocche colme

di vuoto avrai la misura del rimanere, l’innominata ampiezza.

II
Alla conta venne la misura non prima
non in moltitudine ma uno ad uno
sparivano lasciando il quesito al posto, il vuoto

della certa destinazione. Con l’assenza a tavola
continuava mamma a preparare per quattro
anche dopo rimasta ultima anche ora

che le fosse disimparano il contenere.

III
Certe dozzine non andavano contate
non sapendo dove gettarne o cosa conservare:
dall’unico mucchio è indistinguibile diceva

la milizia con l’affetto, la sorpresa con la sorpresa
la manovra o la fuga. Partita patta dicevano
i credenti senza vinti e vincitori: segnato il punto

sulla carta il singolare niente spianava con l’ordine, il lezzo…

IV
L’esodo ha meno oltraggio del sepolcro
credimi, cosi l’assenza seppellisce
ma solo nella memoria: agli scomparsi corpi
non pesa il luogo vacante come a chi scava…

V
Da una riva all’altra separa solo
la paura dell’inizio una mancanza di traccia:
cosa lascio indietro

se vado diceva che memoria trovo?

VI
Dislocava tra gola e palato senza dire
portandosi con se solo e per la prima volta:
avvicinando la calma del lavoro finito

sostava all’argine della distanza
col timore di tracimare. L’odore del gasolio, del sale
davano la metrica certa dell’imbarco

dello scambio accompagnarlo all’opposta riva.

VII
C’è gente appesa perfino sui pali delle navi
lo sguardo che accusa e spunta o non crede:
dopo la voce italiana il motore spegne e qualunque suono

riassorbe fino al beccheggio, ai corpi fermi: procedure dice
le tue leggi uguali sempre. Sotto scorta fino al porto
e poi la fonda lo sbarco diritto fino al recinto a cumulare

le presenze come merce di stoccaggio. Non più di poco ripete
poi si rimpatria cosi come si arriva. Non si vede il numero
non si conta nemmeno quanta legione per nave al giorno

sperare la terra e nonostante le preghiere rimbalzare.

VIII
Puoi capire? Sono rese le ore del guado
stornate e rese solo se resti altrimenti
è un percorso daccapo, un nuovo tentativo.

Al terzo viaggio si sono dimenticati di me:
supino aspettando ho allontanato anche lo sguardo
dal corpo per non vedermi o essere visto

per non essere consegnato al debito del rimpatrio.

IX
Nella differenza di viaggiatore o migrante
la diversa causale: come il primo segue le carte
il secondo una a sperare ti dico, opposto il fine.

Al termine vedi come o cosa la memoria mantiene
ma la parola già divide: più del percorso il motivo
più del transito la durata… chi del rientro aspettando

chi del ritorno negato, al luogo caro la possibilità…

X
Raccontava del mestiere svolto a casa, degli studi
le ripetizioni e certi viaggi per concerto: è cambiata la mia vita
e le mani storte adesso nascondeva per vergogna. Suonava

ancora: le mani rotte dai plotoni lo ricordano il mestiere, diceva…

XI
Come all’officina il materassaio, la posizione
bassa era offerta una poca paga tra il baratto del nome
e il dovere restare. Prendere o lasciare mi dicevano:

a lungo andare il documento arriva. Cosi restavo
metà invisibile e più spazio che persona. Sbagliavano
il mio nome nel chiamare ma nessuno ne curava

costando poco chi o cosa mastica il lavoro:
carne pronta con la fame in bocca e la bocca inutile al parlare
e del rimpiazzo all’entrata la fila piena, la stessa condizione

questuante affollare per poco, per tutto il tempo…

XII
Non si può non scioperare diceva assorto valutando
ma per contro che guadagno? Il diritto ha le ragioni ma la fame conta troppo per far finta d’essere uguali: quando scade

il mio contratto tu sai dirmi cosa fare? Non opporre la ragione allo stomaco che vale: per chi vince sempre a perdere qualcuno ma quell’uno è troppo esiguo, non fa nozze col diritto.

Al tornio continuava poi in silenzio al grido forte di crumiro…

XIII
Ho vent’anni di scintille mi diceva ma sono un corpo
che stazione senza scampo: chiedo poco giusto il giusto
per campare ma non basta. Altro non ricordo ripeteva

per avere le parole: dammi altro che il denaro dammi un senso…

XIV
Lo sguardo appeso alla madia come sondava il vuoto interno
i ripiani dare alloggio alle molliche solamente, all’odore
chiuso dentro. Non c’è niente da mangiare ripeteva

e chiudeva gli sportelli con il gesto di chi perde…

XV
Lo sbalzo sopra le teste l’intermittenza
di luce interessa per la frazione minima
per la mancanza improvvisa. Sovrappone

alla continuità ma è solo temporale rassicuro.
Il fare immutato prosegue allora nella pausa di corrente
tra l’erogare e le impronte sulle cose. Noi viviamo uguale

dico: cosi alternati tra costanza e sottrazione…

Fabiano Alborghetti nasce a Milano nel 1970, vive a Sesto San Giovanni (Mi). Ha pubblicato Verso Buda (LietoColle, 2004) e L’opposta riva (LietoColle, 2006). Quest’ultima silloge è stata composta come una Spoon River dei vivi dopo che l’autore ha vissuto dal 2001 al 2003 con i Clandestini di stanza in Italia.
È drammaturgo teatrale. Collabora con la reazione di LietoColle Libri e con le riviste Le Voci della Luna e Tellusfolio.

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Ama il tuo lettore, caro il mio autore!

di Vesna Andrejevic

Gentilissimo e rispettatissimo Sig. Autore, lo so che probabilmente non aspetta nessuna risposta alla sua preziosa guida all’uso che ha cortesemente preparato per il suo lettore immaginario, eppure, vede, i i miracoli succedono e così le sue parole hanno suscitato eco trovando suolo assai fertile in una curiosità del suo lettore. Infatti, io sono un semplice, quasi invisibile lettore suo, oh, pardon, la sua lettrice, a cui forse lei non pensa mai mentre sta rovistando nei tanti pensieri sparsi per la carta. Dunque, non sono né un suo critico “che non è un uccello canterino ma conosce sempre benissimo chi stona”, né una tignola dei libri che capisce al volo tutto quello che lei non poteva ricordare di scrivere, né sono sua madre o sua moglie o sua suocera o qualche amico che gareggerebbero fra loro in lodi e sbaciucchi: sono semplicemente qualcuno per cui lei dovrebbe scrivere, cioè solo una tratto di un viso con mille lineamenti, noti e sconosciuti. Allora, se lei è stato così gentile di aiutarmi a comprendere la mia ignoranza di lettore parlandomi delle sfumature della sua scrittura, perché io non potrei farle una piccola cortesia facendole conoscere l’immagine del suo lettore immaginario ed insegnadole che cosa e come dovrebbe continuare a scrivere per lui? Del resto lei scrive per il suo lettore immaginario, no, rispettatissimo autore? Poi, siccome io non sono tanto esperta dei termini linguistici e letterari, mi sono permessa di fare un piccolo elenco, direi una lista degli ingredienti buoni e necessari per una bella ricetta con cui si può soddisfare l’appetito del lettore sempre e novamente da risvegliare. Ma per renderLe la lettura piú agevole e comprensibile, ho cercato di plasmare le regole seguendo l’ordine alfabetico (per non dire che si tratta di ventidue comandamenti sia per lo scrittore che per il lettore), che Lei può “digerire” liberamente, senz’ordine ed a proprio volere. Ed essendoci conosciuti già abbastanza bene e siccome le pietanze del convivio si godono meglio quando si è piú rilassati, mi do subito da fare dimenticando nello stesso tempo la decente ma sempre rigida barriera che comporta ogni uso del “Lei”, e per questo adopererò un tono piú affetuoso e tenero perché, come la giriamo, noi siamo in rapporti familiari, quasi indissolubili, volenti o nolenti, autore mio! Allora, caro, carissimo mio scrittore, goditi un po’ dell’odorino della mia cucina di lettore! Per prima:
Ama il tuo lettore! Prima di tutto, innanzitutto e dopo tutto. E tutto qui.
Bada ai suoi interessi, come se fossero i tuoi. Ricordati almeno una volta al giorno che tu e il tuo lettore fate un tutt’uno, che non potete esistere uno senza l’altro e come tu ti curi di ogni tua parola o, se vogliamo essere un po’ pratici, quel poco di guadagnato o non guadagnato denaro, allo stesso modo lui bada alle proprie consuetudini, ai desideri e ai sogni che dobrebbe ricavare dalla tua parola. A causa di questo infila, almeno nella fantasia, la pelle del tuo lettore immaginario e chiediti come potresti aiutarlo per intendervi meglio oppure come potresti essere il suo banchiere letterario, quello che gli pagherà i suoi interessi regolarmente, non decurtandogli una percentuale di sincerità, o frodandolo mentre gli conteggi gli interessi sull’ignoranza, sul vagabondaggio nel territorio che tu consideri solo tuo, quasi un terreno inviolabile e sacro. Sii, almeno per un attimo, lo setsso lettore e lotta per i suoi sogni, esigendo dalla letteratura di soccorrerti e non di ostacolarti. Ne hai pieno diritto perche essa esiste solo per te, cioè per il suo lettore!
Canta, anche quando stai narrando. Che le tue parole siano come la musica, pure quando essa è forte, chiassosa, anche quando strazia le orecchie con i suoi suoni lacerati, ma che sia sempre musica perché essa non fallisce mai di colpirci nel cuore della nostra emotività. Introduci con la tua musica il calore e la premura non solo per la tua opera e per i tuoi personaggi, ma pure per il tuo lettore, anche quando vuoi sgridarlo, insegnargli qualcosa, rimproverarlo aspramente o lodarlo, perché tu e lui avete lo stesso compito. Ognuno di voi due, tu, con la tua poetica, e lui con il suo diletto in essa, state contribuendo a ruotare piú velocemente e con buon successo attorno all’asse umano e artistico in questo mondo.
Descrivi le cose, vere, umane e sincere dimenticando la tua eloquenza, erudizione e pretenziosità. Perché “solo i fatti insoliti e storti nei racconti e nei personaggi meritano l’attenzione e la descrizione di uno scrittore”? Se le cose davvero stanno così, allora questo mondo che corre follemente verso l'ottusità della mente e della sua insensibilità, sta acquistando un ruolo spaventoso attraverso una strana ironia del destino. Prima, perché diventerà sempre di piú e proprio per la sua “stortezza” un materiale assai degno della tua scrittura, e poi, con tutta la sua furia ed indifferenza si annullerà in un attimo come un valido personaggio artistico. Sarà forse un nuovo inizio, sia di civiltà che d’arte? Imapareremo solo in quell’occasione che la bellezza e il “bene di vivere” sono, se non nella realtà, allora almeno dentro le nostre anime e nei nostri cuori, l’unico materiale degno dell’arte e della sopravvivenza nel mondo il quale è, secondo la provvidenza e la speranza umana, uno, l’unico e sufficente per tutti noi e tutte le nostre opere? L’uomo con tutta la sua pienezza e imperfezione rappresenta il piú bello ed eccitante argomento letterario. Scrivi, allora, di lui, per lui, e mai contro di lui e per te stesso.
Educa te stesso come non esita a farlo il tuo lettore. Insieme si impara in modo piú bello e facile.
Filosofia e il filosofeggiare lasciali ai veri filosofi. I libri non si scrivono per la propria intelligenza bensì a causa del gentile desiderio di sbirciare ed imbellire il contenuto dell’intelligenza altrui.
Guida la tua scrittura verso una sincera comprensione di gusti assai diverso dai tuoi. Chiediti a volte perché la gente scelga i megahit che somigliano alla pancetta affumicata? Uno strato di sesso, un altro di omicidi avvolti nel mistero da decifrare con i codici politici e alla fine lo strato finale dello happy end! Può darsi che prima questi capitino per le mani di gente casualmente, ma perché allora tutti riporgono la mano alla ricerca di medesimi?! Perché la letteratura contemporanea ha perso l’agevolezza e la semplicità nella descrizione del “bene di vivere” di cui tanto abbiamo bisogno! Per paura della perdita dell’umanità e dei fondamentali valori cristiani che stanno precipitando a rovescio, la letteratura d’oggi si è chiusa nella sua superba autosufficenza facendo venire a galla i simboli noti solo agli iniziati per cui l’orizzontarsi nei labirinti letterari è il mestiere o la passione. A noi, lettori, piccoli e comuni, regala solo il sentimento di una profonda vergogna con il suo silenzioso e snobistico enigma.
(H)umour alla inglese, alla italiana, alla cinese, insomma “alla umana” e bellezza salveranno questo mondo dal silenzio del male e del bene che ci colpiscono a vicenda ed ognuno al suo modo.
Imita, per questo, la vita in buonafede e senza desiderio di umiliare il lettore mostrandogli i suoi lati piú orribili che sempre appartengono a lui mentre tu, in qualità di creatore, sei sempre protetto in un modo magico e davvero astruso dalla copertina del tuo libro.
Julienne oppure zuppa alla julienne, dovrebbe essere sempre il toccasana ogni volta che ti perdi d’animo alla ricerca di un successo e di una migliore vendita della tua parola scritta. Si prepara molto facilmente ed il suo effetto dura tantissimo grazie ai suoi ingredienti meravigliosi: gli immensi grammi di sincerità e di devozione tenace alla parola la quale, una volta allontanata da te, appartiene al lettore per sempre, una piena manciata di rispetto per il tuo secondo “io” che ti attende nell’occhio del tuo lettore, le spezie conservate in forma d’audacia e di baldanza nel riferire le cose che pure non vanno né a tuo né a vantaggio altrui (la quantità va regolata q.b.) e finalmente una guista dose di rinuncia al proprio innamoramento di se stessi, mescolata con una dozzina di consigli benevoli del tuo lettore immaginario! Ed alla fine... di’ l’immancabile “buon appetito” al tuo lettore e a te stesso!
Letteratura: deve sempre offrire una soluzione umana o almeno il viaggio nei sogni dove ognuno trova sia il proprio punto di partenza che la propria fine, restando quasi senza respiro per la gioia e la gratitudine che serba per la parola scritta quando tocca il tasto-detector per la rivelazione della felicità umana nascosto in un angoletto del cervello del lettore e dello scrittore. Però i romanzi moderni sono come le bustine di “zuppa istantanea”, sempre calde e odorose, ma con lo stesso spore e con i “preparati instantanei” che si digeriscono facile lasciando le budella rimescolate. Ed è molto strano che la “zuppina” non sia mai colpevole, ma lo sia il nostro stomaco gracile, eternamente responsabile perché viziato e incontentabile. Ogni volta che partorisci qualcosa di “plastico e istantaneo”, ricordati di una bella zuppina casalinga!
Menzogna: qualche volta utile può essere, ma se ci credessi pure tu? E di tutte le menzogne e le bugie, le peggiori sono quelle letterarie impregnate della nobile intenzione di fare di te un nuovo Omero o uno Shakespeare. Ma il tuo lettore se ne frega del fatto che tu sarai o meno un nuovo Shakespeare, anche se tu lo fossi!
Nepente era la bevanda a cui gli antichi Greci attribuivano il potere di togliere il dolore o dare l’oblio. Dovresti stare attento a non farti inebriare dalla tua scrittura in modo da non sepellirti nell’oblio di te ed evitare la dimenticanza altrui.
Occhio alla penna! Specilamente e solo alla tua! Oggi ci sono tante oche spennate per il semplice fatto che ogni giorno di più sbucano numerosissimi “autori” nuovi! Perché chiunque ha pubblicato un libro pensa automaticamente di essere diventato scrittore? Oggi siamo testimoni e silenzioso pubblico di un’inflazione dell’intelligenza artistica! Pure in un prato, si trovano solo alcuni quadrifogli e non se ne parla: “A penna a penna si pela l’oca”!
Poeta! Se puoi essere oltre a scrittore anche poeta, vivrai eternamente! Il poeta è qualcuno piú nobile e piú sublime dello scrittore. Però anche lo scrittore può nascondere dentro di sé un poeta senza dover neppure scrivere dei versi. Basta che dipinga con le emozioni e le immagini poetiche la sua parola e la propria vita, perché la poesia non si scrive solo ma si vive e sprizza da ogni poro umano. Ultimamente i giornali hanno scritto che un poeta ha donato di propria spontanea volontà la sua pelle per il trapianto a un ragazzo sfortunato che è rimasto vittima di un incendio. Questo lo può fare solo un poeta! Solo qualcuno che porta la sua anima scritta sulla propria pelle riesce a dimenticare il suo prezzo e il dolore, solo lui può anestetizzare se stesso con il proprio sentimento mentre il suo tatuaggio poetico viene trasportato a un altro salvandogli la vita.
Quadrifoglio tuo è sempre il tuo lettore immaginario. È lui che ti porta la fortuna. È lui il tuo piú grande premio!
Rara avis! Tu per il tuo lettore e lui per te! E siete collegati in un modo raramente inseparabile!
Scegli qualche volta pure tu un libro a leggere! È utile, necessario ed aiuta a dimenticare che la tua scrittura e l’unica letteratura che leggi!
Taci ogni volta che vuoi gridare e grida ad alta voce ogni volta che ti chiudi a riccio! Così eviterai sempre di tradire la tua arte e il tuo lettore.
“Un giorno tutti scriveranno poesia!” disse un nostro poeta alludendo a un alto e perfezionato grado di coscenza e di libertà che un giorno gli uomini avrebbero conquistato nella realtà e anche nelle loro anime. Ma invocando ed allo stesso tempo festeggiando questo futuro, a un tratto si domandò: “Ma la libertà saprà poetare come gli schiavi cantavano di essa?” Se riuscirai a fare cantare il tuo lettore, tutto ispirato alla tua parola, a quella vera e sincera, gridata con quanta voce si ha in corpo, e rivolta agli altri e non a te stesso, allora avrai fatto il primo passo verso l'immortalità.
Virgola: una cosa molto importante, sia nella vita che nella scrittura. Ogni volta quando ti slanci tutto entusiasmato ed eccitato, metti subito una virgola! Piú tardi ti renderai conto del fatto che è stata la cosa migliore che tu abbia mai potuto fare!
Zucchera sempre la tua golosità di successo con l’affetto per il tuo lettore!



Vesna Andrejevic (1965, Belgrado, Serbia e Montenegro) nata nello stesso giorno del suo idolo Pirandello, sempre in cerca di un editore e con la modesta speranza che un giorno realizzerà almeno la decima parte del successo del suo idolo, si occupa di traduzione multimediale a Belgrado. È professoressa di lingua e letteratura serba e di letteratura internazionale e fresca neolaureata in lingua e letteratura italiana. Fra i vari riconoscimenti a lei sono particolarmente cari: la segnalazione nel concorso Pubblica con noi (2005), il secondo posto nel concorso Artistico Internazionale “Amico Rom” (2005) e Premio ICON (2006). Scrive narrativa, traduce film e i libri e coltiva i suoi sogni e aspirazioni letterari.

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Antologia del Premio nazionale di Poesia Cluvium 2004

a cura di Nicola Ferruccio, Anna Rotunno e Vincenzo D'Alessio
Edizionio Pro Loco Calvanico (SA), 2005

Questo libro raccolglie le opere selezionate dal Premio e, relativamente alla sezione Libero edito, assaggi di ben 3 autori Fara: Mohamed Ghonim e Narda Fattori (I premio ex aequo con, rispettivamente, Colombe raggomitolate e Verso Occidente), e Carmelo Calabrò (III premio con la raccolta Cinquanta). Riproduciamo qui uno piccolo stralcio della bella introduzione di Anna Rotunno:

"In un trattato anonimo del I secolo d.C., "Sul sublime", la questione poesia–non poesia si trova già posta suppergiù nei termini che ci sono familiari. Singolare è che la soluzione suggerita non rimandi semplicemente alle qualità intrinseche del testo, ma all'effetto che produce in chi l'ascolta. Ebbene, non mi pare né banale né peregrino cercare di capire quale tipo di reazione produca in noi la lettura di una poesia (…) Mi sono così convinta che la poesia contiene questa promessa, che è quasi un comandamento: leggete e vi sarà dato; mentre l'esercizio della poesia o, più banalmente, la non poesia, ventila questa esiziale minaccia: leggete e vi sarà tolto. Mi sono convinta poi che per essere quel dono che sono i poeti bisogna, come i mistici e i santi, saper rinunciare a sé – che è la radice di ogni grandezza – per incontrare l'umano allo stato puro, tutto l'umano possibile sotto le scorie e i detriti della propria storia e dell'io."

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Poeti a Libriamo 2006
Fara Editore sarà presente a Libriamo 2006 nella prestigiosa sede della Basilica Palladiana di Vicenza dal 26 al 28 maggio 2006. Nell'ambito del ricco programma, sabato 27 maggio alle 11.30 presso il Vicenza.com Village (a 50 metri dalla Basilica Palladiana, in Corso Palladio 67) potrete incontrare alcuni nostri poeti pubblicati nella Coda della galassia, in FaraPoesia e altrove, ovvero: Maria Lenti, Nicola Molon, Chiara De Luca, Roberta Bertozzi e altri.
http://www.libriamo-vicenza.com

Buonissime cose da
Fara Editore
Concorso Prosapoetica "terra/di/nessuno" 2006

http://www.faraeditore.it/html/prosapoetica06.html
tel. 0541.22596 fax 0541.709327
Via Graziani, 1
47900 Rimini (RN) - Italia

 
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