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2005
15
Mag

Tienimi la porta aperta

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Dettagli
Lingua: italiano
Lunghezza: circa 19600 parole (tempo di lettura: 62-90 minuti)
Prezzo: Gratis
Descrizione: Dice l'autore: ''La canzone delle sette notti… è un racconto spezzato, una storia piccola che viene scandita dai nomi dei giorni della settimana basca come le battute di un pentagramma. Per questo è una specie di canzone. Dentro ci sta un po' di Gardel e Billie Holiday e Compay Segundo. Ci stanno le cose che non riuscirò mai a capire della Santeria Cubana, il quartiere di San Adrian di Bilbao con un po' delle sue puttane, la casa del capitano Ferlinghetti e due gatti arrostiti. Inizia con una storia sui calzini di mio padre e finisce con un uomo che cade dal Cabo Machichaco.''
Estratto

Astelehena
(prima notte)



Gli avrei strappato la lingua quando ha detto che le cose iniziano ad esistere solo quando te ne accorgi. Improvvisamente mi è sembrato stupido, con tutto il resto che sembra, rigidamente plausibile, alto, troppo alto, argentino, Manuel e Manuel e Manuel con ogni mia precisa distrazione. Certo, neanch'io sarò stato da meno quando raccontavo quella storia dei calzini. Ma non so perché parlare di quei tempi mi faccia sentire così a mio agio. Allora gli ho detto che quando ero a Santa Cruz, e facevo le elementari, e fuori c'erano quasi dieci gradi sotto lo zero, mia madre prima di svegliarmi mi imbottiva i piedi con due paia di calzini, mentre io dormivo, finivo di sognare che il professor Valiente non avrebbe fatto fare le divisioni alla lavagna, fantasticavo che il professor Valiente aveva avuto una brutta malattia e stava per morire. Quando ero quasi arrivato a scuola certo mi sentivo i piedi pesanti sui pedali della bici, Manuel, è cosi, gli ho detto, mi sentivo i lacci delle scarpe tesi come le corde di un cazzo di violino e lo sapevo, è chiaro, li conoscevo, erano di certo quelli rossi... quelli coi rombi, i calzini di mio padre insomma, oppure quelli della carica dei centouno che ci stava solo il cane con la macchia nell'occhio; avevo due paia di calzini.
- Così è diverso, non c'entra… parli di una sensazione fisica, scemo.
In realtà quel Torres 10 che avevo preso in treno cominciava a fare il suo effetto e lui, un' aria mortalmente tranquilla, magari il naso rosso - Mi piace come parli di quando eri piccolo - ha detto - ti viene così facile perché hai ancora quella faccia.
Dalle, Manuel, che il viaggio mi ha dato allo stomaco, sono stanco, e ci serve la Calle Loyola, non dovrebbe essere troppo lontano da qui.
Eravamo appena usciti dalla stazione, imbrattati dalle piccole luci taglienti dell'edicola affacciata alla strada,un fastidioso gazebo in stile liberty, bianco, che sembrava toglierci le parole di bocca, contaminare frettolosamente la nostra conversazione che era nata apiacersi nella pioggia fetida della fiera del libro, tra i banchi verniciati della zona industriale di Tolosa, giusto due fermate prima di questa.
Siamo scesi insieme, lì, io con le mani in tasca e nient'altro, lui coi suoi capelli e i pantaloni che gli arrivano sotto le scarpe. Siamo risaliti sullo stesso vagone in anticipo su un interminabile colpo di tosse, che sembrava ci conoscesse già tutte e due. E adesso c'era quell'edicola, e avevamo preso a camminare lungo l' Urumea che a me ricorda un po' il Tevere, sorpassato da qualche largo ponte, fantasmi quasi umani che irrigano il fiume con la luce che viene dai lampioni alti, ogni tre metri, bianchi dove qualcuno ha sistemato dei secchi e si è messo a pescare.
- Ma non è un fiume - dice Manuel - è una Ria… è una lingua del Cantabrico che non vuole perdersi questa città vestita a festa.
Io quasi non lo sento, San Sebastián invece sta respirando un freddo maledetto da quel cazzo di fiume, fa nebbia sulle facciate dei palazzi eleganti del Boulevard de los indios, che azzardano qualche decorazione natalizia ancora senza vita propria, piccole rose di neon attorno alle balconate, incredibilmente spente e rosse lo stesso, straniere senza motivo come il ragazzo che mi parla accanto e arriverà al casco viejo parlandomi ancora, perchè non potrebbe permettersi il contrario, mi ha conosciuto questa stessa mattina, mi ha stretto un braccio mentre passavamo al vagone ristorante per fumare, mi ha costretto a guardargli i denti, e forse non lo rivedrò più in questa specie di viaggio senza intenzioni.
In realtà sono andato via da casa dicendo che sarei restato a La Coruña qualche mesetto. Credo che fosse da più di una settimana che avevo litigato con Marta, senza che lei avesse modo di accorgersene, ha continuato a chiamarmi, ha detto che se me ne andavo sarebbe venuta a prendermi, io le ho registrato un rutto in segreteria, un mese fa è morto suo padre, non sapevo cosa dirle. Ho provato a starmene un po' a casa, la settimana scorsa ho rischiato di essere investito da un autobus di linea all'uscita dell' università, avevo visto un barbone all'angolo del Ray Pub che suonava la mia chitarra, quella che mi hanno rubato il giorno di Sant Jordi quando una tipa dell'Eta si era fatta saltare in aria vicino alla Canaletas e tutta la gente sembrava correre verso di me. Del resto l'altro ieri ho assistito a una di quelle scene che dalle mie parti non si vedono nei film comici per eccessiva intraprendenza, ed ero solo distratto, senza una ragione per esserlo, mentre Don Alberto rotola dal suo bancone di pelati verso mia madre che è vicino all'ingresso e mi tira le borse di mano, mentre Don Alberto urla che dovrà pagarle tutti i conti degli ultimi mesi e lei dice che lo odia, gli sputa sulla pasta e sui biscotti della linea Tia lola venduti in confezioni gialle che stanno sulla cassettiera della salumeria, e gli urla che non mangeremo più la sua roba schifosa, che non si vedranno mai più.
A La Coruña, certo, il posto più triste della mia vita è il mio passato, mi sarei sentito a mio agio a incontrare gente che non ricordo e a farmi seghe e a rifare letti sporchi nella mia vecchia casa. Allora tornare al mio giudizio di tessere d'abbonamento suburbano e altre cose che hanno sempre giustificato la noia di tutti, al villaggetto sporco di Santa Cruz dove i calzini costavano un occhio della fronte perché arrivavano dritti dall'Inghilterra, in terribili navi da trasporto che sfioravano il porticciolo davanti alla mia casa d'amianto, e arrivavano di fronte, in città, tristemente legate tra gli scogli del molo di San Juan come balene prodigiose. Quelle ch'erano benedette dagli scarichi della Fimoper-Servicios, una fabbrica di prodotti d'igiene arroccata pure da quelle parti, che ogni tanto mandava qualche bolla di sapone fino alle mie, la mia finestra d'amianto, la mia casa d'amianto dove mio padre litigava anche coi muri e d'inverno si fece saltare un dito tagliando una riserva di Chorizo piccante, dove d'estate ci lasciava irrimediabilmente contenti, quando lo vedevamo sparire dietro la porta del bagno e nel televisore improvvisamente spento e dentro tutte le luci di casa che non c'erano più, e così doveva essere fino a quando non fosse tornato dai suoi affari per pagare le bollette.
- Mi dispiace per tua madre - dice Manuel, mentre siamo affondati in un dedalo di stradine che pendono da una collina che è da quelle parti, come le fronde di un salice enorme.
Che ti dispiace? sto pensando, nemmeno la conosci. Ma lui continua e dice - Lo sai come si chiama quel monte? - si frega le mani nelle tasche del giubbotto, penso stia parlando della collina, e fa -... Urgull - poi spalanca gli occhi e li chiude per qualche secondo - Vuol dire Guardami… E se ti guardo dovrei dimenticare che ho fretta di posare queste cose, non so dove sia l'albergo, fa un freddo che mi ammutolisce, qui, ho fretta di andare eppure ti guarderei, se potessi farlo senza avere dubbi, ti guarderei facendo finta di pensare che somigli a mio fratello, o a Liberto Rabal… a Toni Bonomo che stava all' Essence di Ibiza, l' estate scorsa, e io l'ho riconosciuto dai capelli che gli crescono storti dietro la testa come quelli di una bambola poco costosa, al liceo lo chiamavamo Pezza, i suoi capelli erano un po' ricci come i tuoi, lui mi ha mandato una lettera d'amore, una volta, scritta da sua sorella, e io per un poco avevo pensato fosse roba sua, ci avevo riso una notte intera e in cuor mio m'ero detto che mi dispiaceva… quando mi accorsi di aver frainteso la faccenda non riuscivo a immaginarmi sua sorella, non potevo pensare di non averla mai vista e che una sconosciuta si fosse innamorata di me.
Avrei avuto paura di guardarla, allora.

...continua...

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:: Alessio Arena

Mi chiamo Alessio Arena, ho ventun'anni e vivo a Napoli.
Parlo qualche lingua e mi occupo di letteratura ispanoamericana.
Quello che scrivo di solito lo faccio stampare da Michele mezza recchia che ha una tipografia al centro; per un prezzo stracciatissimo mi faccio fare una specie di depliant che poi distribuisco personalmente nella metropolitana.
Sulla linea collinare che arriva a Piazza Vanvitelli ormai hanno capito che non sono un testimone di Geova, e qualcuno mi riconosce pure, fa potevi evitarti quella parola lì oppure ma lui muore? oppure che schifo il titolo… insomma quelle cose che fanno un po' di chiacchiere attorno, pur sempre una spinta a farmi continuare in questa one -man enterprise molto alternativa e indipendente (… che del resto si porta assai).
Durante tutto questo autunno sono stato in Spagna, a Bilbao.
In un festival di artisti di strada che lì organizzano ogni anno ho suonato il sitar, una cosa indiana meravigliosa che mi ha insegnato un cingalese che abita nel sottoscala del mio palazzo insieme a sua moglie e i suoi due figli.
Ho mangiato poco ma mi sono divertito.
Di ritorno a Napoli ho saputo che Michele aveva fatto chiudere la tipografia perché sua moglie se n'è scappata con uno a Bologna.
Sono passato davanti al negozio, la saracinesca era abbassata, un pezzo di cartone attaccato con lo scotch diceva cedesi e un numero senza prefisso.
E' stato molto triste.

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