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2004
22
Giu

Mastro Don Gesualdo

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Dettagli
Lingua: italiano
Lunghezza: circa 110600 parole (tempo di lettura: 346-502 minuti)
Prezzo: Gratis
Estratto

I


   

    Suonava la messa dell'alba a San Giovanni; ma il paesetto dormiva ancora della grossa, perché era piovuto da tre giorni, e nei seminati ci si affondava fino a mezza gamba. Tutt'a un tratto, nel silenzio, s'udì un rovinìo, la campanella squillante di Sant'Agata che chiamava aiuto, usci e finestre che sbattevano, la gente che scappava fuori in camicia, gridando:
    - Terremoto! San Gregorio Magno!
    Era ancora buio. Lontano, nell'ampia distesa nera dell'Alìa, ammiccava soltanto un lume di carbonai, e più a sinistra la stella del mattino, sopra un nuvolone basso che tagliava l'alba nel lungo altipiano del Paradiso. Per tutta la campagna diffondevasi un uggiolare lugubre di cani. E subito, dal quartiere basso, giunse il suono grave del campanone di San Giovanni che dava l'allarme anch'esso; poi la campana fessa di San Vito; l'altra della chiesa madre, più lontano; quella di Sant'Agata che parve addirittura cascar sul capo agli abitanti della piazzetta. Una dopo l'altra s'erano svegliate pure le campanelle dei monasteri, il Collegio, Santa Maria, San Sebastiano, Santa Teresa: uno scampanìo generale che correva sui tetti spaventato, nelle tenebre.
    - No! no! E' il fuoco!... Fuoco in casa Trao!... San Giovanni Battista!
    Gli uomini accorrevano vociando, colle brache in mano. Le donne mettevano il lume alla finestra: tutto il paese, sulla collina, che formicolava di lumi, come fosse il giovedì sera, quando suonano le due ore di notte: una cosa da far rizzare i capelli in testa, chi avesse visto da lontano.
    - Don Diego! Don Ferdinando! - si udiva chiamare in fondo alla piazzetta; e uno che bussava al portone con un sasso.
    Dalla salita verso la Piazza Grande, e dagli altri vicoletti, arrivava sempre gente: un calpestìo continuo di scarponi grossi sull'acciottolato; di tanto in tanto un nome gridato da lontano; e insieme quel bussare insistente al portone in fondo alla piazzetta di Sant'Agata, e quella voce che chiamava:
    - Don Diego! Don Ferdinando! Che siete tutti morti?
    Dal palazzo dei Trao, al di sopra del cornicione sdentato, si vedevano salire infatti, nell'alba che cominciava a schiarire, globi di fumo denso, a ondate, sparsi di faville. E pioveva dall'alto un riverbero rossastro, che accendeva le facce ansiose dei vicini raccolti dinanzi al portone sconquassato, col naso in aria. Tutt'a un tratto si udì sbatacchiare una finestra, e una vocetta stridula che gridava di lassù:
    - Aiuto!... ladri!... Cristiani, aiuto!
    - Il fuoco! Avete il fuoco in casa! Aprite, don Ferdinando!
    - Diego! Diego!
    Dietro alla faccia stralunata di don Ferdinando Trao apparve allora alla finestra il berretto da notte sudicio e i capelli grigi svolazzanti di don Diego. Si udì la voce rauca del tisico che strillava anch'esso:
    - Aiuto!... Abbiamo i ladri in casa! Aiuto!

...continua...

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:: Giovanni Verga

    Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840 e visse in Sicilia fino alla prima giovinezza; qui scrisse i suoi primi romanzi, Amore e patria, I carbonari sulla montagna, Sulle lagune, in cui appare legato agli schemi del romanzo storico alla Walter Scott.
    Il manifestarsi della vocazione narrativa lo portò ad abbandonare gli studi di giurisprudenza; dal '65 al '71 visse a Firenze, dove si avvicinò al mondo letterario e strinse amicizia con Luigi Capuana, l'altro grande protagonista e teorico del verismo italiano.
    A Firenze diede vita alle sue prime opere di successo, Una peccatrice e Storia di una capinera.
Importantissimo per la sua formazione fu poi il periodo milanese, dal '72 al '91, in cui entrò in contatto con l'ambiente della Scapigliatura: la tendenza culturale del tardo romanticismo, con l'esasperazione torbida delle tematiche romantiche, la descrizione di una società altoborghese molle e corrotta, predominano nella produzione verghiana di questo periodo, (Eva, Tigre reale, Eros), come pure nei primi romanzi fiorentini.
    Ma, soprattutto nelle più riuscite di queste opere, Eva e Storia di una capinera, si avverte anche la ricerca di un'analisi psicologica obiettiva, di un realismo che preannuncia la stagione verista di Verga.
    Il ritorno alle origini, alla Sicilia, al mondo degli umili e degli sconfitti, si ha nel '74 con la novella Nedda, a cui seguono i capolavori verghiani, le novelle Vita dei campi (tra cui ricordiamo Cavalleria rusticana, Rosso Malpelo, Jeli il pastore, L'amante di Gramigna - importante per la sua prefazione - e Fantasticheria), I Malavoglia, le Novelle Rusticane, Mastro don Gesualdo e il dramma Cavalleria rusticana, riduzione teatrale dell'omonima novella.
    Con alcuni racconti, lo scrittore si accostò anche alla vita delle plebi povere del Nord, ma queste opere, raccolte in Per le vie, Vagabondaggio, Don Candeloro e C., appaiono meno felici, così come Il marito di Elena e I ricordi del capitano d'Arce, che segnano un ritorno al mondo mondano e raffinato del periodo preverista.
    Dal '93 in avanti lo scrittore si ritirò nella città natale, dove visse una vita molto ritirata e solitaria; amareggiato dall'incomprensione che circondava la sua opera, non scrisse più fino alla sua morte, che avvenne nel 1922.

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