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2004
22
Giu

I misteri della jungla nera

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Dettagli
Genere: Avventura
Lingua: italiano
Lunghezza: circa 70400 parole (tempo di lettura: 220-320 minuti)
Prezzo: Gratis
Descrizione: Un classico della letteratura per ragazzi - scritto dal padre di ''Sandokan''
Estratto

I.
L'assassinio.



    Il Gange, questo famoso fiume celebrato dagli indiani antichi e moderni, le cui acque son reputate sacre da quei popoli, dopo d'aver solcato le nevose montagne dell'Himalaya e le ricche provincie del Sirinagar, di Delhi, di Odhe, di Bahare, di Bengala, a duecentoventi miglia dal mare dividesi in due bracci, formando un delta gigantesco, intricato, meraviglioso e forse unico.
    La imponente massa delle acque si divide e suddivide in una moltitudine di fiumicelli, di canali e di canaletti che frastagliano in tutte le guise possibili l'immensa estensione di terre strette fra l'Hugly, il vero Gange, ed il golfo del Bengala. Di qui una infinità d'isole, d'isolotti, di banchi, i quali, verso il mare, ricevono il nome di Sunderbunds.
    Nulla di più desolante, di più strano e di più spaventevole che la vista di queste Sunderbunds. Non città, non villaggi, non capanne, non un rifugio qualsiasi; dal sud al nord, dall'est all'ovest, non scorgete che immense piantagioni di bambù spinosi, stretti gli uni contro gli altri, le cui alte cime ondeggiano ai soffi del vento, appestato dalle esalazioni insopportabili di migliaia e migliaia di corpi umani che imputridiscono nelle avvelenate acque dei canali.
    È raro se scorgete un banian torreggiare al disopra di quelle gigantesche canne, ancor più raro se v'accade di scorgere un gruppo di manghieri, di giacchieri o di nagassi sorgere fra i pantani, o se vi giunge all'olfatto il soave profumo del gelsomino, dello sciambaga o del mussenda, che spuntano timidamente fra quel caos di vegetali.
    Di giorno, un silenzio gigantesco, funebre, che incute terrore ai più audaci, regna sovrano: di notte invece, è un frastuono orribile di urla, di ruggiti, di sibili e di fischi, che gela il sangue.
    Dite al bengalese di porre piede nelle Sunderbunds ed egli si rifiuterà; promettetegli cento, duecento, cinquecento rupie, e mai smuoverete la incrollabile sua decisione.
    Dite al molango che vive nelle Sunderbunds, sfidando il cholera e la peste, le febbri ed il veleno di quell'aria appestata, di entrare in quelle jungle ed al pari del bengalese si rifiuterà. Il bengalese ed il molango non hanno torto; inoltrarsi in quelle jungle, è andare incontro alla morte.
    Infatti è là, fra quegli ammassi di spine e di bambù, fra quei pantani e quelle acque gialle, che si celano le tigri spiando il passaggio dei canotti e persino dei navigli, per scagliarsi sul ponte e strappare il barcaiuolo od il marinaio che ardisce mostrarsi; è là che nuotano e spiano la preda orridi e giganteschi coccodrilli, sempre avidi di carne umana, è là che vaga il formidabile rinoceronte a cui tutto fa ombra e lo irrita alla pazzia; ed è là che vivono e muoiono le numerose varietà dei serpenti indiani, fra i quali il rubdira mandali il cui morso fa sudar sangue ed il pitone che stritola fra le sue spire un bue; ed è là infine che talvolta si cela il thug indiano, aspettando ansiosamente l'arrivo d'un uomo qualsiasi per strangolarlo ed offrire la spenta vita alla sua terribile divinità!
    Nondimeno la sera del 16 maggio del 1855, un fuoco gigantesco ardeva nelle Sunderbunds meridionali, e precisamente a un tre o quattrocento passi dalle tre bocche del Mangal, fangoso fiume che staccasi dal Gange e che scaricasi nel golfo del Bengala.
    Quel chiarore, che spiccava vivamente sul fondo oscuro del cielo, con effetto fantastico, illuminava una vasta e solida capanna di bambù, ai piedi della quale dormiva, avvolto in un gran dootèe di chites stampato un indiano d'atletica statura, le cui membra sviluppatissime e muscolose, dinotavano una forza non comune ed un'agilità di quadrumane.
    Era un bel tipo di bengalese, sui trent'anni, di tinta giallastra ed estremamente lucida, unta di recente con olio di cocco, aveva bei lineamenti labbra piene senz'essere grosse e che lasciavano intravvedere un'ammirabile dentatura; naso ben tornito, fronte alta, screziata di linee di cenere, segno particolare dei settari di Siva. Tutto l'insieme esprimeva una energia rara ed un coraggio straordinario, di cui mancano generalmente i suoi compatriotti.
    Come si disse, dormiva, ma il suo sonno non era tranquillo. Grosse goccie di sudore irrigavano la sua fronte, che talvolta si aggrottava, si offuscava; il suo ampio petto sollevavasi impetuosamente, scomponendo il dootèe che l'avvolgeva; le sue mani piccole come quelle d'una donna, si chiudevano convulsivamente e correvano spesso alla testa, strappando il turbante e mettendo allo scoperto il cranio accuratamente rasato.
    Delle parole tronche, delle frasi bizzarre, di quando in quando uscivano dalle sue labbra, pronunciate con un tono di voce dolce, appassionato.
    - Eccola, - diceva egli sorridendo. - Il sole tramonta... scende dietro i bambù... il pavone tace, il marabù s'alza, lo sciacallo urla... Perché non si mostra?... Che ho fatto io? Non è questo il luogo?... Non è quello il mussenda dalle foglie sanguigne?... Vieni vieni, o dolce apparizione... soffro, sai, soffro ed anelo l'istante di rivederti.

...continua...

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:: Emilio Salgari

Scrittore italiano, nato a Verona nel 1863, morto a Torino nel 1911.
Tra le sue opere si ricordano Le tigri di Mompracem (1883), I misteri della jungla nera (1895), I pirati della Malesia (1897), Il corsaro nero (1899), Le due tigri (1904), Il re del mare (1906), Sandokan alla riscossa (1907).

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