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La Merca
(di Nunzio Festa, pubblicato il 28/11/2006)

 

 

Nell’opera poetica “Coro da l’acqua per voce sola”, Tommaso Ottonieri prendeva direttamente la grammatica dal corpo dell’acqua, dopo aver visto e sentito l’acqua, e dopo averla Analizzata per farla divenire germe di sperimentazione; Chiara Daino (nonostante la matematica c’entri nulla) con La Merca (Fara Editore) raggiunge le stesse vette, riuscendo a sbriciolare la lingua italiana, a tratteggiarla (davvero), e infine a farla diventare funzionale più che alla sperimentazione in quanto tale al corpo del suo romanzo d’esordio, ovvero al corpo della protagonista della storia e di chi quell’intorno glorioso, glorificato dalla strafottenza del mangiare per vomitare (se non il contrario o il non mangiare per bere).

Massimo Sannelli, che di “sperimentazioni” se ne intende tanto, ha trovato parole attende e precise, per definire quasi un testo estremo e principalmente la scrittura che contiene: “Voi sapete cos’è La Merca? E’ un marchio. (…) L’autore piega la vecchia lingua grassa, per sondare le vecchie piaghe / pieghe di una realtà vissuta e taciuta”. Quando parla della storia in sé, Sannelli presenta così il romanzo breve della Daino: “(…) è il mondo stesso a soffrire come un disturbo l’esistenza di Jenny; e la malattia di Jenny, se è tale, è solo questo mondo”. Neologismi e contaminazioni, inoltre, anzi essenzialmente, è verissimo, nutrono le vite dei protagonisti di vicende che sanno di “malattie alimentari” e non solo. Vicende personali che in certi casi fanno sentire la voce del moralismo che si abbatte nella quotidianità “malata” oppure spensierata e urticante di questa bellissima Jenny; accattivante, tanto da fare perdere la testa e spingere il maschio – maschio a mettere in funzione semplicemente e solo gli organi genitali, magari prima e/o dopo aver sputato sul comportamento della stessa donna con la quale vanno ad “ammore”. E’ quando Jenny aspetta solamente questo, il maschio si trasforma e dice di poter dare altro, sostegno, spalle forti. Che sono anche bugie.      

Chiara Daino, giovane ragazza nata nel 1981 a Genova, è attrice teatrale, oltre che songwriter, traduttrice e naturalmente autrice. Questo suo primo romanzo mette chi legge davanti a prove dure e attraenti, dove il dire si impasta al procedere delle ambientazioni e dei non luoghi, quando certamente la linea spezzettata (per volontà della stessa Daino) aggancia gli occhi di depressioni e bevute singole. Le ubriacature e le scopate Frugali di Jenny fanno testimoniano una condizione che si aggira fra il malessere individuale e lo stato di grazia mentale; checché ne dicano i perbenisti che razzolano e vagano oltre i confini di una Jenny che ora prende tutto il cibo che trova e a volte tutto lo rifiuta. Alla fine non esiste via d’uscita. Ed è il finale più bello che si potesse pensare.

Tocchi di letteratura nordamericana (anche gocce di Lee Master) di grande pregio scorrono nelle pagine. Alcuni passaggi arrivano addirittura a lasciare a bocca aperta, come questo pezzo di pag. 17: “Le due attraversarono, senza pentirsi dei propri crimini, il corridoio muto e minaccioso del penitenziario: braccio della morte. Miglio verde bile. Scesero lo scalone: modelle pronte alla sfilata, bestie pronte alla parata. Niente camici bianchi, niente pazienti in attesa, di guarire o morire, smettere di morire o iniziare a schiattare. Solo un foglio, ceruleo tinto, di block notes, sputato sulla porta dello studio: Jenny lo stacco e lo lesse ad alta voce. (…) Nel mausoleo di alieni nascosti alla società, un semplice ritaglio di carta è la chiave della sommossa, la lima nella torta di una normativa contorta”. Dentro e fuori dalle cliniche, e dalle gabbie di tutti i tipi. Ed è solo l’inizio, il resto è un crescendo.

Nunzio Festa
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