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2005
29
Mar

Con le peggiori intenzioni

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(Alessandro Piperno - Mondadori)

Antonio D’Orrico ha fregato anche me questa volta. Non ce l’ho fatta a resistere alle sirene incantatrici che mi dicevano compralo, è il nuovo Proust italiano, leggilo è un capolavoro, assaporalo ne rimarrai incantato. Sette pagine di spottone megagalattico con tanto di copertina sul Corriere Magazine sul romanzo dell’anno, tanto da definire Generazione Piperno la schiera dei presunti fan di questo “giovane scrittore diventato subito fenomeno”, mi hanno convinto a spendere (male) i miei diciassette euro. E adesso sono qui che mi chiedo come ha fatto Antonio D’Orrico a leggere “ancora in bozze” un romanzo che io, pure rilegato e impaginato a dovere come solo la Mondadori sa fare, non ce la facevo a portarlo avanti, mi c’è voluta una costanza boia e ho fatto una fatica che forse fatico meno quando lavoro in banca, ché la lettura è un piacere, quando diventa patimento meglio parlare di conti correnti e di interessi passivi.

Ora però l’ho letto, mi sono imposto di arrivare fino in fondo, non l’ho mollato a pagina cento come a un certo punto m’era preso di fare, e siccome l’ho letto tutto ne parlo, almeno servirà a qualcosa la fatica che ho fatto, magari la risparmio a qualche altro, magari metto in guardia qualcuno dalle sirene incantatrici, ché il libro di Piperno giusto se uno lo deve fare per lavoro o deve scontare una penitenza lo può leggere. Non vedo altri motivi. E allora parliamo di questo romanzo dell’anno, di queste trecento pagine di niente al costo di diciassette euro, di questa prosa involuta e pesante da accademico con la puzza sotto il naso, di questo polpettone pauroso che non lo consiglierei nemmeno al mio peggior nemico, di questa sbobba indigeribile che ti resta sullo stomaco più di un piatto di peperonata per cena. Il romanzo attacca con Bepy Sonnino e parla della sua vita dissoluta, di un tumore alla vescica che se lo porta via, di un cadavere che provoca un rimescolio di interrogativi alla Proust con spruzzatina di Joyce stile Ulisse e i pensieri al funerale, degli ebrei di oggi che sono diversi da quelli di ieri e oggi è facile essere ebrei, mica come un tempo, un po’ come essere froci, adesso sono tutti capaci, pare quasi un privilegio. E poi via con la confessione di una diversità che ci tiene occupati per un capitolo intero, ché delle seghe che il protagonista si faceva da ragazzino se n’era già parlato prima e nemmeno poco. La difficoltà ad accettare che suo padre e sua madre siano un uomo e una donna e che lui sia il prodotto della loro umanità è un altro interrogativo filosofico che non toglie il sonno e che appassiona (si fa per dire) per pagine e pagine. Per non parlare degli ebrei e di cosa voglia dire oggi essere ebreo e di tutte le migliaia di interrogativi retorici di cui è zeppo il libro. L’amore per Gaia, l’adolescenza di un professore a contratto che ha scritto un saggio sugli ebrei (e questo è il buon Piperno si maschera pure poco bene), una donna che gli fornisce “il suo azzurro passe-partout per il Paradiso” e che è pure “un’azzurrata fantasia mattutina”. Ma vi rendete conto? Il peggiore degli esordienti dotato di uno stile involuto e arcaico scrive cacchiate simili e pure Liala ai suoi tempi faceva di meglio, almeno aveva uno stile popolare e non diceva d’essere Letteratura di quella con la elle maiuscola. Piperno ci sviolina tutti i suoi rimpianti, il suo essere un ebreo diverso che rinnega il passato, tra periodi interrogativi che durano una pagina intera, incisi chilometrici fatti di parentesi tonde e pure quadre, ché le tonde mica bastano per fare un inciso dentro un altro inciso come fosse un panino al prosciutto con senape e carciofini. Tutto questo polpettone di avanzi della settimana prima Piperno lo serve in tavola ben condito con uno stile da urlo, scegliendo sempre le parole peggiori e intrigate per dire le cose più semplici, rendendo complesso tutto, persino un personaggio che incontra un altro e dice: “Buongiorno, come va?”. Piperno usa con leggerezza espressioni come sdilinquito, burbanza, frase anodina, obbiettività con due b (lo faceva pure Montanelli e lo perdoniamo). C’è di buono che di questo romanzo si possono saltare frasi e frasi, pagine e pagine ché tanto mica vi perdete niente. Sbrodolate sulla famiglia Sonnino, su Bepy, su Nanni Cittadini, su arricchiti ebrei che entrano nel bel mondo degli industriali milanesi, storie senza né capo né coda che iniziano, finiscono e si arrotolano su loro stesse lasciando annichilito il povero lettore che credeva di aver comprato un romanzo. Che dico un romanzo… un capolavoro! Una mania iperdescrittiva che fa abbandonare più volte il libro e il lettore si domanda ma chi me lo fa fare, perché lo sto leggendo, cosa ho fatto di male, perché mi devo flagellare, va bene che siamo sotto Pasqua ma io non devo redimere i peccati di nessuno. E allora sapete cosa faccio e cosa consiglio di fare a tutti voi che siete rimasti fregati dalle marchette di D’Orrico e soci? Prendo Con le peggiori intenzioni, lo metto in una busta e sopra ci scrivo: Arnoldo Mondadori Editore – Ufficio Reclami Clienti – Segrate – Milano. Dentro la busta ci metto pure questa specie di recensione, che più che una recensione è uno sfogo di un lettore incazzato, ché dopo aver letto una boiata simile e averla pure pagata cara l’incazzatura ti viene, soprattutto perché te l’hanno spacciata come un capolavoro, non come un tentativo di romanzo di un esordiente che l’hanno pubblicato tanto per fare un esperimento. No, alla Mondadori volevano costruire il fenomeno dell’anno, tanto per dimostrare che la gente legge cosa decidono loro, ché a fare una classifica di vendita ci vuole poco quando Mondadori Editore vende i libri a Mondadori Distribuzione e alle varie Librerie Mondadori, appena escono di stamperia sono già venduti tutti. Insomma, dicevo che a Mondadori glielo rimando questa specie di libro e gli dico che in cambio pretendo un libro di Dino Buzzati, che almeno mi rifaccio la bocca. Con le peggiori intenzioni è un romanzo snobistico ed elitario, scritto da uno che crede di aver fatto un capolavoro e invece ha scritto una puttanata, un romanzo con dialoghi irreali, costruiti e per niente credibili, un romanzo con una prosa involuta e pesante, illeggibile, noioso, pieno di parentesi e interrogativi, senza una storia sostenibile, senza un minimo di tensione narrativa, un romanzo che non dice niente salvo cose scontate e risapute e che le poche cose che dice le dice pure male. Insomma se vi volete fare due palle come due meloni leggete Piperno, se no astenetevi che è meglio. L’unica verità indiscutibile del libro la trovate a pagina 196 ed è una sorta di confessione dell’autore, almeno così mi è parso: “Non è il romanzo che è morto, ma semmai sono morto io come romanziere, ancor prima di nascere”. Proprio così. Adesso hai visto giusto, caro Piperno. Come mai non ci hai pensato prima di scrivere una boiata simile? E perché non lo hai detto pure a D’Orrico? Ci risparmiavi questa penitenza.

 
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:: Gordiano Lupi

Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Collabora con La Stampa di Torino. Traduce gli scrittori cubani Alejandro Torreguitart Ruiz e Yoani Sánchez. Ha pubblicato molti libri monografici sul cinema di genere italiano per la casa editrice romana Profondo Rosso. Collabora con www.tellusfolio.it curando rubriche su Cuba, cinema italiano e narrativa italiana. Tra i suoi lavori più recenti: Cuba Magica – conversazioni con un santéro (Mursia, 2003), Un’isola a passo di son - viaggio nel mondo della musica cubana (Bastogi, 2004), Almeno il pane Fidel – Cuba quotidiana (Stampa Alternativa, 2006), Mi Cuba (Mediane, 2008), Fellini - A cinema greatmaster (Mediane, 2009), Sangue Habanero (Eumeswil, 2009), Una terribile eredità (Perdisa, 2009), Per conoscere Yoani Sánchez (Il Foglio, 2010), Fidel Castro – biografia non autorizzata (A.Car, 2010), Velina o calciatore, altro che scrittore! (Historica, 2010). Cura la versione italiana del blog Generación Y della scrittrice cubana Yoani Sánchez e ha tradotto per Rizzoli il suo primo libro italiano: Cuba libre – Vivere e scrivere all’Avana (2009). Pagine web: www.infol.it/lupi


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