2012
22
Ott

Guscio di noce

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LietoColle, 2012
…solo la pioggia succede
dove solo l'estremo nulla
se guardi
è reale.
 
 Mi sento di partire da questi versi, che includono la contraddizione sartiana dell'Essere e il Nulla, per offrire una chiave di lettura all'ultima fatica letteraria di Schiavone, un testo che anche dal punto di vista concettuale è forse più denso di quelli che lo hanno preceduto. Si tratta, in vero, di un libro introverso, nel quale l'autore usa con costanza e efficacia la propria posizione ideologica per l'indagine nel suo profondo e per l'osservazione di eventi e cose.
Che il nulla sia l'unica realtà attendibile lo si deduce sin dal titolo. Il guscio di noce è contenitore vuoto, inconsistente e agevole bersaglio di eventi. In sé non ha finalità né utilità.
A ben cercare nel testo in esame, il disastroso precipizio nel vuoto del destino umano è mitigato dall'ammissione almeno di una verità.
Nel suo tentativo di autenticarsi, cercando, appunto, il senso della vita in generale e della sua in particolare, ovverosia un suolo saldo su cui poggiare i passi, l'Autore trova che nella storia organica e spirituale di ciascuno esistono dei punti inderogabili.  Tali sono l'ereditarietà biologica e il legame con la propria terra, la quale attraverso la cultura, intesa in senso lato, entra con la stessa prepotenza del sangue a marcare le individualità.
Accezioni che Schiavoni ha verificato sulla sua persona, quando ha lasciato luoghi e affetti in cerca di altri posti e sostanze dell'anima, che però si sono rivelati insoddisfacenti.
Il libro quindi è un ritorno ideale all'inizio, alla culla dove il caso lo depose, ma non si tratta di un omaggio, piuttosto di una constatazione. L'indagine su se stesso, e tra i ricordi, appare condotta con una sorta di scientificità. Non si avverte elegia, lirismo. Non si coglie partecipazione empatica alla piccola, ma onesta e laboriosa, vita del padre e della madre.
Qua e là si intravedono scene di quotidianità: il padre operaio all'altoforno, la madre a infilare occhielli di cotone sul ferro dell'uncinetto, qualche spicchio di cielo o di orto o di un agrumeto. Tenerissima la cantina, divenuta sacrario, dove il padre, l'interlocutore di tutto il canto, conserva merce scaduta e i giochi inutilizzabili, come un pallone senza rimbalzo e una coccinella che ha perso un occhio, testimonianze, anzi parte integrante, ormai, della sua maturità.
Dal padre, per crescere, Schiavoni ha dovuto allontanarsi anche fisicamente, ma nessuno dei luoghi che lo ha ospitato, pur dalla bellezza indiscutibile, sembra averlo affascinato. Tra le righe fa capolino la città di Londra, ma anch'essa è osservata, anzi sezionata, con il medesimo occhio scettico e inesorabile.
Questa potrebbe essere la genesi artistico-psicologica che ha dato vita al libro. Dico potrebbe perché il testo è talmente fitto che ogni verso, anzi ogni parola, sgronda un universo di sensi e di metafore, non sempre chiaramente decifrabili, se non per suggestione.
Dal punto di vista stilistico, si tratta di un poemetto -omologo per ritmo, opzione linguistica e anche punteggiatura- che rappresenta la seconda parte di una trilogia (la prima costituita la Salentitudine del 2006). Ad esso, a detta dell'autore, seguirà L'atleta.
Indubbia la qualità della lingua adoperata, nobile e di illustri natali, ma non compiaciuta. Nel suo dispiegarsi difatti tende a farsi dura, dissonante. Oltre alla cura della cadenza con l'endecasillabo ben disseminato, si notano elaborazioni metriche di tanto in tanto, come rime interne, assonanze, allitterazioni, ma che non inducono dolcezza nel verso, il quale anzi appare volutamente e costantemente indirizzato all'asperità.
 
Roma, 19 ottobre 2012

 

 
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