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2012
25
Mar

Agave

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LietoColle, 2011
 
Poesia femminile questa di Cinzia Marulli, non solo perché espressione di autoascolto, ma proprio canto della maternità, che rappresenta la realizzazione più piena del suo esistere, pari alla forza generatrice dell’intera natura, che si mostra pertanto come la Grande Dea Madre che contiene il tutto.
Del fervore della germinazione universale lei è parte integrante e in esso, congiuntamente, è chiamata a condurre il Tempo avanti.
Appaiono altre madri, come la sua che è da anni malata –i tuoi occhi mi hanno inseguita/ in essi solitudine/ cantava a squarciagola- e quella sfigurata di Peppino Impastato. Tornano e ritornano termini come grembo, materno, maternità, imperitura maternità, lattei seni, amnios
L’autrice sente l’orgoglio e la nobiltà del dono ricevuto –fierezza di donna fierezza di pace/ che stringe e protegge-.
Il femminile di Cinzia ha connotati ancestrali. Si tinge del colore del sangue, scova il senso del dovere da compiere, l’abitudine ad accudire senza tentennamenti, perché il dato dell’offerta di sé è scritto nel profondo. Tra queste mura incatenate/ m’incateno alla mia coscienza/ a quel senso del dovere/ che s’avvinghia come l’edera.
La sollecitudine verso gli altri e la cura di coloro che dipendono da lei sono i lineamenti della sua anima e della sua poesia. La generosità, che è un aspetto precipuo della sua vita, passa diritto nella poesia e si evince pure dai tanti omaggi poetici offerti a chi stima o la circonda.
Si rivolge al prefatore della silloge col titolo di Maestro, qualifica che, se pure meritata, indica ancora un altro sentimento perso: quello dell’umiltà e del riconoscimento disinteressato dei meriti altrui.
Spesso la poesia delle donne dettaglia angosce esistenziali, forme di relativismo riguardanti non solo le idee eterne e filosofiche, ma persino i rapporti umani. Mi è piaciuto allora definire la limpidezza di Cinzia, la sua stoica meditazione all’orlo di tanti baratri, come poesia d’amore, inteso nel senso più alto o poesia pacificata
Non è poesia ingenua, tuttavia. La Marulli porta le stesse stigmate che la vita scrive sulla pelle di tutti, ma nei suoi versi si respira un’aria di conciliazione.
Non ti tipo mistico, quale troviamo nei Fioretti, ma l’ottimismo del cuore, la speranza, che rivive col rinascere del giorno, a dispetto del pessimismo indotto dagli accadimenti. Difatti scopriamo altri lemmi e locuzioni ricorrenti, come quando scrive: i colori della speranza, il cuore si spalanca/ ed abbraccia la vita.
Ma sollievo principale è offerto dal figlio che riesce a medicare ogni inquietudine e ogni escoriazione.
Ed ecco/ figlio mio/ spalancarsi all’improvviso/ una finestra aperta sul tuo sorriso.
Anche la natura ha funzione consolatrice, come il mare, per esempio, nella sezione Amnios, che torna nelle sue caleidoscopiche tinte a seconda dell’ora. E anche qui mare, mareggia, marea, onda, sabbia…, servono a descrivere il percorso dei suoi occhi e del suo alleggerimento.
Insomma, è un libro inscritto degli elementi primordiali -aria acqua terra fuoco- che compongono l’antica cosmogonia e quella della Marulli: un respiro unico e universale che conduce le creature, vegetali compresi, ciascuno col proprio carico d’inchiostro che imbratta le pagine della vita.
Fortuna Della Porta
 
 

Grembo

 

Nel mio corpo materia

sta crescendo un fiore

 

I suoi petali mi saziano

 

L’anima mia grida

 

E’ così forte il mutamento

è sabbia che diventa mare

 

Il mio grembo esplode

al vagito della vita.

 

 

Di catene avvinta

 

Nel grembo mio

           è nato il mio fiore

 

carezze di petali

sfiorano ignare

                      il mio pensiero

le spine incidono a fuoco 

                      la mia pelle

Le lacrime fluiscono

                      dalla fonte della vita

e gli acquei pensieri s’insinuano

                      tra le zolle incolte

 

Le orme del cammino avanzano da sole

la tua strada prosegue tra i sentieri del domani

il mio traguardo è nel vederti andare

 

Io anche fui figlia

di catene avvinta

e

di te

ora

figlio

sono madre

 

Adolescenza

 

Parlano i silenzi della gioventù

sono parole urlate nell’animo

                                mutazioni chimiche

                                di sensazioni eteree

sono giochi beffardi e strafottenti

che ridono beati dei sentimenti

 

Parlano gli sguardi della gioventù

sono lacrime silenti di rabbia

                                 cristalli di sale

                                 tra prati in fiore

sono corse sfrenate e impertinenti

che seguono cieche gli eventi

 

 

Alta velocità

 

Arranca silenziosa

la vita ingannata

 

Destino beffardo

di tragici scherzi

 

Corpi sospesi nel vuoto

                            senza linfa

giacciono persi

su gambe di ruote

                            senza gesti

 

Acqua

 

Solo nei tuoi occhi

mi specchio

                  amore mio

per vedermi danzare

                      piuma al vento

riflesso dolce e sensuale

della materia persa

                     nell’oblio

 

Tu sei acqua

                      amore mio

nella quale leggera

                         io nuoto

 

Maestrale

 

Davanti al mare mi siedo

ad ascoltare il vento

 

nel bianco increspare

delle onde

si perde il mio pensiero

 

ed è un vagare solitario

e tumultuoso

tra la risacca del tempo

 

 

Sul bordo del declivio

 

Sul bordo del declivio

s’azzurra lo sguardo

s’imbeve di sale

si sperde nell’onda

 

Vacilla la mente

risacca il pensiero

 

Vertigine marina

 

Il piede mio sconfina

nel vuoto [quindi] arieggia

 

e in un tuffo mi rotondo d’ignoto.

 
Agave, del 2011 (LietoColle), è opera prima. Per la casa editrice Progetto Cultura cura la collezione di quaderni di poesia "Le gemme". È redattrice nella rivista Polimnia dove cura la rubrica "Opere prime". Organizza eventi ed incontri al fine di diffondere e condividere la poesia
 
 
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:: Fortuna Della Porta
Fortuna Della Porta nasce in provincia di Salerno e lì ha vissuto per molti anni. Dopo la laurea in lettere per quasi un ventennio si è dedicata all’insegnamento, trasferendo nella professione l’amore per la classicità e la parola poetica. Ha pubblicato due volumetti di versi: Rosso di sera, ed. Il Calamaio e Diario di minima quiete, ed. LietoColle. Un poemetto di circa 1000 versi, Canto Primo, è apparso sul periodico letterario Poiesis. Recensioni, articoli, racconti e il dramma Scacco al re sono stati pubblicati in siti specifici della rete, mentre alcune raccolte inedite, e Rosso di sera, si sono segnalate tra i vincitori o i finalisti in alcuni premi (J. Prévert, E. Morante, G.Lorca.)
Collabora a numerose riviste sia cartacee che on line. Vive ormai stabilmente a Roma.
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