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2012
4
Mar

Non morire mai - Giuliana Lucchini

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edizioni Roma Congressi, 2011
(recensione, e un po’ d’altro)
 
Ci troviamo di fronte alla scrittura di una donna e potremmo cominciare col sottolineare ancora una volta, ancora oggi, la limitata attenzione della critica ufficiale alla poesia femminile, la subalterna presenza delle poetesse nelle antologie di risonanza maggiore, ma Francesca Genti ebbe a dire in un’intervista che questo è un vantaggio perché la poesia femminile, più lontana dal cosiddetto canone e dai crismi della critica imperante, rispetto a quella maschile, si rivela più randagia e autonoma.
Ed è proprio l’aspetto dell’indipendenza, oltre al connotato costante della ricerca e della sperimentazione, a caratterizzare in gran parte l’itinerario spirituale e stilistico della Lucchini.
Ho seguito il percorso poetico dell’autrice a cominciare da Vuoto d’aria, desolazione lirica per la morte del padre, a Vivere il due, drammatico nelle sue intenzioni, sulla impossibilità di spartire con l’altro la propria fisionomia profonda.
L’individuo, isolato nel fragore di segni eloquenti solo per sé, sommerso dal disagio di non poter oltrepassare la propria soggettività, vive su pietra dura: Perduti i sensi Io sono illusorio/ Sogno di calce d’ossa mescolata con la putredine.
Subito i libri sorprendono con l’eleganza della veste grafica, che include sempre un connotato iconografico; coinvolgono, poi, con la raffinatezza stilistica e concettuale della stesura.
L’autrice non ha avuto bisogno di apprendistato. La poesia nasce matura, nel senso che è stata offerta alla lettura quando ritenuta compiuta, dopo un cammino che non conosciamo ma che possiamo immaginare di riflessione lessicale e sintattica, esistenziale e critica sul ruolo e il senso della poesia nella nostra vita, nonché sui modi opportuni per esprimerla. Ne risulta un’architettura emotiva e speculativa sofisticata alla quale si aggrappa un altrettanto rigoroso impasto linguistico, entrambi sottoposti a continua rivisitazione, tanto da sfociare in soluzioni sempre diverse a mano a mano che le opere vengono alla luce.
Giuliana Lucchini, a proposito delle sue pubblicazioni, ama ribadire che i suoi libri non si somigliano, in realtà rappresentano le varie tappe della strada che percorre dentro di sé e attraverso i mezzi espressivi che ritiene più idonei a veicolare, in quel determinato momento, l’equilibrio raggiunto tra urgenze intime e connotato dell’espressione.
Pertanto, il filo rosso che lega tutta l’ampia produzione è proprio il lavorio di indagine sui modi più opportuni del dire poetico, oltre allo svelamento di una parte sempre diversa della propria sensibilità.
Ma è soprattutto in Linea di corpo che l’autrice libera del tutto la parola, avvolgendo il lettore in un reticolo semantico scoppiettante, tanto che allora, quando lessi, mi venne in mente un accostamento con Laborintus di Sanguineti. Si prova quasi una sorta di vertigine di fronte all’azzardo dello sperimentalismo, che però, dopo un attimo di frastuono, svela la sua capacità di offrirsi alla comprensione e sedurre. Lì persino i caratteri di stampa si assoggettano alla sua intenzione: è lei, l’autrice, che ne decide la varietà della dimensione e dello spessore,  nonché la disposizione nella pagina.
La Lucchini sfoggia nell’opera una parola poetica colta, torcendola e indirizzandola al proprio scopo –sensoriale, a questo punto, nel senso più ampio concesso dallo strumento linguistico- lanciando se stessa e chi legge nella sua fantasmagoria, ma anche in un crogiolo di versi, citazioni e commenti altrui perché lei ancora una volta chiama a raccolta, attraverso richiami espliciti o malcelati, altri poeti e altri artisti, dalla Bibbia, ai futuristi, a Montale, ai suoi amatissimi poeti anglosassoni, per dare un’indicazione. E, dunque,  nonostante la poesia della Lucchini sia fluida, musicale, intrigante non la si può definire poesia d’impulso proprio perché nasce, anche dal punto di vista formale, da un preciso progetto precedente alla posa della parola sulla pagina.
Lontana dalle forme minori del lirismo e da quelle che lisciano i lemmi indirizzandoli  al bel dire, staccata da mode o scuole coeve, la Lucchini preferisce tendere la parola come freccia all’arco, enfatizzarla, arricchirla di allusioni, esaltarla quasi per verificarne la tenuta.
Siamo proprio lontani dai pericolo che lo stesso Montale paventava a proposito della poesia femminile, quando, nella prefazione a all’opera di Antonia Pozzi “Parole”, sostenne che l’incaglio che fa dubitare tanti della possibilità di una poesia di  donna sia collegato ai rischi della cosiddetta spontaneità.
Suppongo che anche la scrittura in lingua inglese –Cipher of possibility- rientri nel novero delle possibilità linguistiche che la poetessa offre al suo talento per esprimersi. Lo stesso può dirsi per L’ombra gestuale, volumetto nel quale la Lucchini si serve, come dice, della semplicità e sceglie per la comunicazione la forma dell’Haiku.
Benché, come si vede, i libri nascano tutti da bisogni diversi e quindi apparentemente pronuncino note dissimili, il connubio con altre arti costituisce uno dei modi che legano tutta la sua produzione poetica.
Vivere il due, si apre, ad esempio, su uno spartito di Tosti e prosegue con 13 formelle di Gaetano Pompa, mentre, se non ricordo male, Vuoto d’aria è stato illustrato con delicati lavori arborescenti del padre.
In breve, ero convinta di aver saggiato le peculiarità della poetica della Lucchini, che mi convincevano ad assegnarla alla schiera dei poeti più interessanti della generazione. Del resto non le sono mancati giudizi di apprezzamento da parte dei critici e la considerazione di chi conosce la sua poesia.
Eppure lei è riuscita a dare una nuova sferzata al suo passo, tanto che Non morire mai, l’ultimo lavoro nel quale, a mio parere, l’autrice raggiunge  il culmine della meditazione personale sull’arte e sul suo privato, appare quasi una sorta di approdo. La tensione che sosteneva le pagine precedenti, dove sembrava che la Lucchini battagliasse con il vocabolario e con se stessa per raggiungere la perfezione, si è stemperata in una calma che intendo come pacificazione con l’io poetante, col cosmo e con la parola. Sembra che per una volta si sia lasciata andare ottenendo l’esito di una quiete spirituale e di una trasparenza del verso che permettono di fruire del testo senza sforzi e fraintendimenti.
Partita da una versificazione gonfia di senso e rintanata, talora tanto impregnata  da sembrare quasi negarsi, giunge oggi all’àncora di una scrittura dipanata e saggia, che mi piace definire poesia di riconciliazione.
L’autrice, in breve, mantenendo costante lo studio e l’impegno delle opere precedenti, è riuscita a rendere gradevole e naturale la parola rinunciando del tutto a utilizzarla con intenzione provocatoria.
In mezzo, tra le altre opere e l’ultima, c’è almeno un articolo di approfondimento critico sullo stato dell’arte poetica che potrebbero spiegare la virata.
Ammoniva anche se stessa, quando temeva le secche nelle quali può finire la poesia?
Intendiamoci, la Lucchini, come lei stessa ammette, aveva due tragitti possibili: continuare ad arroccare l’espressione fino a giungere alle soglie dell’incomunicabilità oppure scegliere di affrancare il verso, svincolandolo da eccessivi oneri significanti.
L’articolo, cui si fa riferimento, ha suscitato interesse. Riguardava la collocazione  della poesia nella storia dell’uomo, ma soprattutto il senso che essa conserva, a sua opinione, ai giorni nostri, dove albergano parecchi sedicenti poeti che hanno intrapreso condotte parecchio azzardate.
La Lucchini scrive: Oggi si prediligono percorsi poetici di valenza enigmatica, scrittura informale che dicendo cela. Accostamenti imprevisti sul suolo lessicale, parole a ruota libera, su lastricato scivoloso in quanto si può saltare di palo in frasca seguendo i flussi della coscienza, le cadute, se ci sono, sono occultate dalla ovvietà del risultato. Il poeta si innamora di ciò che scrive, non taglia, non elimina. Tutto è possibile: “fuorché dire qualcosa”, commenta Alfonso Berardinelli.
Poesia oggi: come per un quadro astratto è la pittura, colore liquido gettato sulla tela, poi capovolta a lasciarsi asciugare in verticale. Se il metodo è seguito da molti, il pericolo per il poeta sta nel non potersi distinguere come personalità individuale.
La sua poesia non sarebbe mai diventata sciatta o fluttuante o avventurosa come quella che teme in queste righe, però è chiaro che ha intravisto anche per sé il pericolo della chiusura, per quanto aristocratica la potesse intendere.
Insomma, qualunque sia stato il tragitto che l’ha portata al mutamento, ha scelto e il risultato è convincente. E questo è avvenuto in concomitanza con un accentuato rilascio delle sue fibre nascoste e si sa che denudare l’anima è forse più difficile che svestire il corpo.
In Non morire mai, di nuovo è la veste grafica di elegante qualità a colpire in primo luogo. La copertina è di Lia Battaglia e all’interno troviamo diverse pagine col disegno delle costellazioni, che luccicano persino con la luce applicata di alcuni strass.
In vero, la domatrice del lessico non ha del tutto riposto i suoi arnesi e nella poesia  Madre, per una volta, riprende il gioco dei lemmi e dei suoni, ma è solo un attimo.
Il senso autentico dell’opera mi sembra di trovarlo in una rinnovata fiducia nell’espressione della poesia, ritenuta capace di  avviare un cammino di conoscenza che arrivi all’essere delle cose, ossia al Vero. Questa attesa apre nell’opera spazi di intensa spiritualità. Le cose hanno una ragione nel loro esistere e noi con loro. C’è una presenza più alta che vigila su tutto, che accende l’ottimismo nella storia, finalmente diretta ad un fine, rivelando una speranza nella trascendenza che in qualche punto rasenta il misticismo e che, pure per l’accuratezza formale del testo, mi ha fatto pensare a Mario Luzi.
Benché il mistero sia alla fine il custode del Tutto, la Verità è possibile, se pure riposta in una dimensione umanamente inaccessibile.
Secondo un appunto della Lucchini, l’opera è strutturata in tre parti, dalla forte valenza metaforica: l’invocazione alla sera nel declino di tutte le cose, ciò che fu il giorno e, in conclusione, l’addio. E in un rigo rivendica per il libro l’inclinazione narrativa: raccontare emozioni.
Tono suadente nella raccolta, intensa di meditazione e intimismo, ove per la prima volta, come si diceva, incontriamo senza velature un vagheggiare semantico di termini della tradizione religiosa, come se, al cospetto della notte, ma già nella sera quietata, l’autrice accettasse il limite della vita e l’impossibilità di sapere, nella convinzione, tuttavia, che la carne dell’uomo è sì ricettacolo di un enigma, ma soprattutto d’infinito.
Pur rondini in fuga dalle terre del freddo e dell’ignoto, l’approdo manca di gemiti e desolazione.  Si tratta di semplice costatazione, nella convinzione che dopo il mistero si cela Colui che svelerà.
Temi della metafisica, dunque, raccontati per allegorie ma anche immagini dirette della concretezza quotidiana, immersa l’autrice nel luminoso pulviscolo serale delle stelle che dà pace e talora i toni sono tanto accorati da sfociare nella preghiera.
La sera non solo si fa metafora della vita nella sua fase declinante ma è crogiolo nel quale riposa tutto ciò che sovrasta la vicenda terrena, con le verità alle quali non possiamo accedere, onde l’invocazione: dicci quello che fu l’inizio del creato, oppure altrove: parlaci allora sera/…/raccontaci, che sai, tutte le storie; invocazioni che rivelano il bisogno struggente di sapere anche in questa vita, prima che si chiudano fatte d’acqua/ palpebre per sempre.
Il libro dà conto di un’idea del cosmo e della storia con una sensibilità non solo rivolta all’intreccio delle personali sensazioni. La Lucchini non è ripiegata su se stessa per seguire il suo flusso interiore, ma guarda in alto e intorno. Pur affrontando temi meditativi, il grado della concretezza espositiva è stringente. L’esemplificazione avviene attraverso le sue vicende e i suoi incontri.
L’autrice attraversa strade, paesaggi ed esseri, inscritti a camminare sulla sua stessa traccia. Si avverte l’emozione che l’invade nell’intuire la condivisa corrente temporale e si tratta di un attimo di folgorazione che contiene anche tutte le ere e la storia già passate, come quando Leopardi al cospetto del monte Tabor avverte per un istante la scintilla dell’infinito nel finito, in un lampo fatato di magnifica compresenza di tutto il Tempo.
La Lucchini non è ingenua, sa che il fato sa essere crudele, assegnando male fisico e morale, conosce le parti che ci destiniamo, di quadro in quadro. Drammi/ Commedie. Tragedie. Farse… Eppure sul palcoscenico dell’avventura umana si accende la luce.  Ma nel petto còlta come alabarda/ l’apparizione.
Una sorta di ossimoro aleggia sulla raccolta. Le contrapposizioni tra finito-infinito, scritto in-finito, essere-non essere, impermanenza-permanente, vita-morte, alto-basso, ossia cielo con le sue fulminazioni e dimensione terrena, città-campagna, ove la natura è in grado di consolare, sostanza materica–spiritualità. E in mezzo l’essere umano ambivalente, in bilico tra il suo destino limitato e il suo occhio soprannaturale.
La materia non basta a se stessa. La Lucchini sa che la materia ha còlto che da sé s’è persa…e dunque solleva lo sguardo per scrivere:…tu (Tu) // la fiamma più grande// al centro del centro, tu centro/ e sfera, brilli/ da dentro/ invisibile all’occhio/ bruci freddo/ vivibile di carne// dove si esalta infine il corpo// del non sapere.
 
Fortuna Della Porta
 
 
Giuliana Lucchini, ex docente di Lingua  e Letteratura Inglese vive a Roma gran parte dell’anno.
Ha pubblicato sei libri di poesia, uno in inglese e traduzioni di poesia dalle lingue inglese, francese, spagnolo, di autori antichi e moderni (segnatamente i 154 “Shakespeare’s Sonnets” e “The Phoenix and Turtle”- in metro fisso e rima).
Ha collaborazioni con riviste specializzate (testi di poesia, traduzioni, recensioni, saggi).
E’ stata redattrice per la rivista d’avanguardia ‘Terra del Fuoco’.
Si è interessata di editoria. Libri d’artista (in collaborazione).
Ha curato antologie di poesia, letture su CD, video-poesia.
Ha partecipato alla elaborazione ‘voci’ della ‘Enciclopedia dello Spettacolo’ sezione ‘Danza’ (IX vol.), per Vittoria Ottolenghi; Silvio D’Amico, Le Maschere/Armando, Roma 1969/2002.
Poesia pubblicata:
“Vuoto d’Aria (‘Radice del mito’), 1981
 “Vivere il Due”, 1983
“Cipher of possibility”, 1986, (In inglese).
“Linea di Corpo”, 1988
 “L’Ombra gestuale” (1998-99), 2011
 “Non morire mai” (2000-2009), 2011
 
ALCUNI TESTI FUORI RACCOLTA
Giuliana Lucchini, 1995
 
Memoria
Quando la terra ti colse
fosti volo, poi questa
di carne forma
nuda ti fu data. Eterea
eburnea a sfondo d’altare
qui siedi e leggi sulla
trasparenza del libro
Ritratta, nello splendore
già oltre il bosco
sul muschio d’ambra
un giorno qualcuno ti vide
allontanarti e pietra
nel palmo caldo
ti prese
E poi quella mano ti pose
a srotolarti sulla montagna
scoscesa soltanto per vedere
in lontananze precipitare un tramonto
- e ancora ti mosse a segnalare sul dorso
esposto il numero di vetro dell’onda
fra bacche di cipresso e orologi
*
Chi ti lanciò non si chiese
quali radici nel sonno ti avrebbero
raccolto caldo il mattino
- nell’attimo fece di te lancia e ombra perse
di te il bene e il fondo abdicò
ai posteri i diritti di usucapione
e si ustionò nel lampo
di raggi riflessi del tuo specchio concavo :
un giorno a mani giunte sul ciglio coglievi i fiori
di Ofelia
un giorno fra le colonne del chiostro segretamente
bevevi la fiala -
potente sul podio bacchetta in mano agitava il tuono
il principe
Igor
Anche tu come l’erba
il piede ed il passo di pioggia pativi
- fra i fumi delle strade di guerra
la storia delle ripide acque
capovolte sul volto del mondo
in alto dall’ultimo ramo bruciato
friniva
 
Preghiera
(per il giorno dei Morti 2007)
“Che fu quel punto acerbo
che di vita ebbe nome?”
(G.Leopardi ‘Coro dei morti’)
presso le vostre mura ristrette
non vogliate che venga rinchiuso
lui che nessuna colpa da scontare
avrebbe a suo carico se non
l’occhio piantato a freccia
nel cuore del destino −
calacatta e marmi di Carrara
non splenderanno bianchi per lui nè alabastri
all’ amore della luce - umidità a corridoi
di buio sgombra pulchreria la vergine
dal cerchio della perfezione
di tutte le cose nate che s’arrendono
Siate pietosi, o amorevoli, senza vicinanze
restate - oh soli - dentro le vostre stanze di viola,
voce di coro ammutolita, a guardare fuori del cancello
il corpo che canta - sorbe e lamponi, il vento -
dai vostri giardini chiusi
di bosso e di roveto
 
Castiglione del Terziere (1999)
Imbronciati
fu baldanza scendere
lastre di pietra dal bastione
lavorate da mano di secoli
(o Capitano mio Capitano ..)
„Belli come dèi“ - affiancati,
qualcuno amandoci disse
oltre l’arco più in basso
fotografandoci
 
 
2000
su mani di terra
finito -
un orpello una trina una filigrana -
oh infinito
nel palpito indistinto
un segno soltanto
incerto significato
di cenere
messaggero magnifico
precedendo
il Sole
(troppi zeri
si confrontano al numero 2)
 
 
TESTI BREVI - DAI LIBRI PUBBLICATI
 
 da „Vuoto d’Aria“, 1981
 
La notte è nera
di risonanze
taccia -
sferza i morti sul viso il verso del gufo -
gli incappucciati battono il tamburo
e
ricamati di sangue
i flagellanti nudi
urlano
bianchi nel fumo
dell’incenso acre
 
 
da „Vivere il Due“, 1983
 
Ogni uomo è un’isola.
Mi ficca nel corpo sette coltelli
se oso sfidarlo negli occhi suoi belli
Volevo stare al suo fianco
mi ha detto che il mio giusto posto era un passo indietro
A forza di stare nella retroguardia
ho disertato
non mi ha più trovato
 
 
da „Cipher of Possibility“, 1986
 
The vibrant youth
Dizzying length of legs
and perfect countenance of the body :
from the springboard a sudden launch to
glorious winging arabesquing in the sky
long immemorial moment
irremediably downwards
she plunges into cool waters
and disappears . too soon .
new mermaid of the pool : a mysterious
breeder of storms now underwater
°
La giovinezza vibrante
Vertiginosa lunghezza delle gambe
e perfetto lineamento del corpo :
dal trampolino un lancio improvviso
glorioso d’ala arabesco di cielo
lungo momento immemoriale
vòlto irrimediabilmente al basso
lei piomba in acque indifferenti
e scompare . troppo presto .
nuova sirena del lago : una misteriosa
nutrice di tempeste ora sott’acqua
(trad. G.L., 2010)
 
 
da „Linea di Corpo“, 1988
 
Inconsustanziale il suo corpo
 
Marina di velieri e rocce pulpiti :
dalle polene in lontananza palpiti
di sciacquio. Freddo il campo s’illumina
s’infanga. All’ora consacrata, ombra incorporea.
Ancora s’apre il suo corpo libro. Si sfoglia. Viene
dalle nubi al cerchio l’oro attarda l’ostia
a una tenacia di licheni. Segue il suo passo
lo sfioro del guizzo. L’onda non trova
la meta al romorio. Volo di pipistrello
basso di ritorno. Ansimo si conserta di carne
pagina : all’arco stretta dello spazio dappresso
allo squittio
 
da „L’Ombra gestuale“, 2011 (haiku)
 
parola cada
calda, acqua piuma sasso,
o neve pura
 
da „Non morire mai“, 2011
 
Immortalità - nel non visto
stai
materia d’ombra, una tomba
a celebrare la tua croce splendida di vita,
un nome, numeri, marmo di questa luce
tenebra
volto racchiuso
cui china giaculatoria di pena in umiltà
la devozione
in una cornice tonda
sconosciuto
volto dell’Altissimo
 

 

 
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:: Fortuna Della Porta
Fortuna Della Porta nasce in provincia di Salerno e lì ha vissuto per molti anni. Dopo la laurea in lettere per quasi un ventennio si è dedicata all’insegnamento, trasferendo nella professione l’amore per la classicità e la parola poetica. Ha pubblicato due volumetti di versi: Rosso di sera, ed. Il Calamaio e Diario di minima quiete, ed. LietoColle. Un poemetto di circa 1000 versi, Canto Primo, è apparso sul periodico letterario Poiesis. Recensioni, articoli, racconti e il dramma Scacco al re sono stati pubblicati in siti specifici della rete, mentre alcune raccolte inedite, e Rosso di sera, si sono segnalate tra i vincitori o i finalisti in alcuni premi (J. Prévert, E. Morante, G.Lorca.)
Collabora a numerose riviste sia cartacee che on line. Vive ormai stabilmente a Roma.
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