2011
6
Set
Intervista a Maria Teresa Santalucia Scibona
Commenti (
autrice della
silloge La contesa dei vini
edito da Pascal
Questo libro, che
in effetti è un poemetto, è veramente divertente e un po’ fuori dai canoni a
cui ci hai abituato, quasi una vacanza artistica in cui evidenzi anche doti di
spirito non comuni. Come ti è venuta l’idea di scrivere dei vini?
La cultura del bere
che risale ai primordi della civiltà, mi ha sempre affascinato, ma la mia
conoscenza dei vini era assai modesta. Ricordo però, che dopo la presentazione
di un libro
del quale ero
relatore, ebbi il privilegio di conoscere il Dottor Pasquale Di Lena,
Direttore dell’Enoteca Italiana di Siena.
Mi accorsi subito
che avevo incontrato un personaggio straordinario dai mille progetti attuati e
in fieri, in varie parti del mondo e che avevamo molti interessi in comune
Il vulcanico Dr. DI
Lena mi chiese se fossi disposta a presentare il suo libro “ U Penziere”,
raccolta di poesie dialettali molisane.
Tale piacevole
evento, organizzato dall’Associazione Culturale fiorentina “Gli Amici del
Paiolo”, si svolse lunedì 7 ottobre 1991 a Bacchereto (Carmignano, nell’antica casa della nonna di Leonardo da Vinci).Dopo il mio intervento critico,
l’attore Sergio Ciulli declamò alcuni testi. Durante la deliziosa cena oltre
alle molte Autorità locali,conobbi alcuni giornalisti di New York, insieme
brindammo con i favolosi Vini di Carmignano , posati in bella mostra sui
tavoli della sala.
Nel viaggio di
ritorno, Pasquale mi domandò se mi sarebbe piaciuto presentare nel Salotto
della Cultura e del vino delle’Enoteca senese, i libri di famosi scrittori, da
me conosciuti, al Premio Letterario Viareggio – Répaci.
Iniziò così la mia
ludica avventura con i più rinomati vini italiani.
E la conoscenza
delle caratteristiche dei vini da te così ben tratteggiate nel poemetto è
frutto di studi in materia o anche di una conoscenza diretta, vale a dire di un
assaggio degli stessi?
La mia prima
conoscenza è stata diretta.
Durante l’annuale
settimana dei vini, l’Enoteca senese invitava a rotazione una regione diversa,
non solo per far conoscere la coltivazione delle uve, le tecniche enologiche,
la squisita bontà di tali nettari, ma spesso per dar modo
ai Presidenti delle
Case Vinicole di valorizzare i prodotti gastronomici del loro territorio.
Potrei citarti
decine di queste degustazioni divine !…
Ti parlerò di una
in particolare che ricordo bene poiché
mi riguarda
personalmente.
Per le
manifestazioni, della 28° Settimana dei Vini -1994 indette dall’Enoteca, era
stata invitata la Campania, rappresentata da “Solopaca”, una delle più antiche
Cantine Sociali della Regione Sannita.
Il nome deriva
dall’omonima e ridente cittadina, in provincia di Benevento, che si adagia alle
falde del monte Taburno.
In quell’oasi di
verde, le viti ammantano le colline in estesi filari, punteggiati da sparse
fattorie e antichi casali, invece in pianura predominano ombrosi pergolati
che si inoltrano sino all’abitato.
Nel pomeriggio del
6 aprile’94, alle 0re18,15, presso il Bastione San Filippo della cinquecentesca
Fortezza Medicea, fu presentato il mio libro poetico“ Il Tempo sospeso”(1993) a
cura di Giorgio Luti, Edizioni del Leone (Venezia).
Oltre ai Relatori
Sandro Briosi e Carmelo Mezzasalma, Docenti Universitari di Critica e
Letteratura, introdusse la serata il Dr. Pasquale di Lena, Segretario Generale
dell’Enoteca e ci parlò delle tante iniziative allestite.
Dopo seguì una
mirabile degustazione di vini D. O. C della
famosa Cantina
Sociale di Solopaca, accompagnata da altrettanti squisiti prodotti tipici
locali come il caciocavallo dolce e piccante,i gustosi salumi del Sannio
(capocollo, salsicce) i delicati torroni di Benevento e altre prelibatezze che
deliziarono gli intervenuti.
Durante la serata
potemmo ammirare le nuove e simpatiche etichette dei vini ideate per
l’occasione dal bravissimo disegnatore emiliano Ro Marcenaro .
Il fantasioso
vignettista oltre ai vigneti e al paesaggio, aveva inserito nelle originali
etichette alcuni animali.
Per “l’Aglianico”
dal colore rosso rubino, una volpe che si aggirava guardinga tra i filari; per
la “Falanghina”, vino bianco secco di colore paglierino e talora verdognolo, un
fastoso pavone; per il corposo “Rosso Superore”, dal profumo di fragola muschio
e viola, Ro aveva scelto la timida upupa.
Nelle cene di gala
che allora, si svolgevano al Bastione angolare San Francesco, il sommelier
addetto ai nostri tavoli ci spiegava con dovizia di particolari, le proprietà
organolettiche dei vini, gli abbinamenti al cibo, nonché i diversi aromi e
sapori che formano la caratteristica qualitativa di quelle straordinarie
eccellenze.
Nei nostri lieti
incontri conviviali, io dovevo limitarmi negli assaggi e spesso i miei tersi
calici rimanevano pieni.
Però, ascoltavo
affascinata l’esperto che ci svelava con rigore e competenza quell’universo
enologico sconosciuto.
In seguito, per
acquisire una conoscenza più approfondita sui vini pregiati, mi sono
documentata nelle riviste che sempre abbondano sui tavoli e su alcuni libri
dell’Enoteca.
E’ vero: i tuoi
versi trasudano una passione gioiosa che non può che derivare da un’esperienza
diretta. Ne so qualche cosa pure io, invero modesto bevitore, ma da sempre
orientato alla qualità e non certo alla quantità. Il vino ha una sua ben
definita collocazione in ambito letterario e di volta in volta è visto come
tormento oppure come estasi. E’ evidente che il segreto sta nel moderarsi, ma
quella capacità di aprirsi che può offrire un bicchiere di vino, quella
leggerezza mentale che spesso ne deriva ne fanno anche un prodotto di
meditazione. Al riguardo ne parla diffusamente Enzo Bianchi nel suo “Il pane di
ieri”, e ne parla con rispetto, se non addirittura con amore come mezzo anche
per comunicare, con quella modesta, ma importante disinibizione che sembra
aprire porte che danno su universi sconosciuti. Del resto l’episodio biblico
di Noè che dopo il diluvio piantò una vigna con cui produsse uva, di cui bevve
il nettare fino a ubriacarsi, non è visto come un atto riprovevole, ma anzi
trapela nelle righe se non un invito esplicito a farne uso, almeno una benevola
tolleranza, quasi a voler dire che il vino è uno strumento utile per conoscere
se stessi e anche così per avvicinarsi a Dio.
Anche la storia
romana, che abbondando di divinità in effetti riconduceva ogni uomo a una sfera
a se stante, in un panteismo individuale, tributa al vino doti non comuni, è
simbolo di allegria, di leggerezza d’animo e foriero di intime esplorazioni.
Non a caso, peraltro, introduci i tuoi versi con quelli celeberrimi di Orazio,
con quel famoso passo tratto dalle Odi.
Vengo alla domanda:
al vino, oltre alle qualità gustative e alimentari, è possibile attribuire
anche quella di quasi indispensabile strumento per rendere migliore la vita e
per poter conoscere meglio se stessi?
Dopo aver valutato
alcuni aspetti salienti dello stretto
legame esistente
tra la cultura, il vino e la poesia, ora mi chiedi se il nettare degli dei può
allietarci e renderci felici.
Dall’alba dei
giorni, il vino occupa un posto essenziale della nostra esistenza, poiché
attraverso il suo allegro, invasivo calore celebriamo ed esterniamo i nostri
momenti più significativi, non solo i sentimenti, le emozioni, l’amore, le
passioni affettive, civili e politiche, sono rese più ardenti e convincenti
dopo i rituali brindisi.
Tale piacevole
connubio, lo si applica ad anniversari, ai premi, ai riconoscimenti di carriera
e ogni altra occasione conviviale da condividere, festeggiando con le persone
care.
Il frutto della
vite rappresenta una splendida panacea,
persino per tutte
le stagioni.
Il poeta greco
Alceo incitava gli amici a obliare ogni pena, con abbondanti libagioni. Nelle
sue odi mirabili esortava a
“ non piantare
alcun albero prima della vite”.
In quanto al
mutamento delle stagioni, il vate nel gelido inverno, per ritemprarsi con il
calore di Bacco , soleva dire al suo commensale:
“ Giove diluvia,
una grande invernata vien giù dal cielo, le correnti dei fiumi son di
ghiaccio…. orsù scaccia il freddo attizzando il fuoco e mescendo senza
risparmio vino dolce col miele”.
Naturalmente quando
si brinda in compagnia, anche l’animo dal temperamento più schivo e riservato,
si apre
lasciando
trapelare alcuni frammenti del proprio intimo. Così grazie al potere
inebriante e seduttivo delle magiche bollicine, ognuno di noi possa rivelare
una parte di sé che forse nemmeno si conosceva.
Lasciamo da parte
il vino e questo riuscitissimo poemetto per avere notizie su quel che hai in
cantiere; vista anche l’ampiezza e la profondità della tua vena poetica penso
che sia più che logico presumere un’uscita a breve di un’altra silloge. Al
riguardo, e se è così, puoi fornirci qualche anticipazione?
I progetti nel
cassetto quasi completati sarebbero diversi. Molto dipenderà dalla mia salute
e dagli editori, ai quali potrebbero interessare le mie opere.
Mi piacerebbe
ristampare il mio poemetto in versi “Mose”, ritenuto da alcuni noti critici,
il testo più valido e maturo. Ho impiegato ben sette anni per scriverlo,
consultando i testi biblici più accreditati e attenendomi ai vari capitoli del
Vecchio Testamento che descrivono l’esodo degli ebrei verso la Terra Promessa.
Il testo è stato recitato in molte Chiese di Siena e provincia.
Mi piacerebbe
riunire tutte le mie poesie religiose sparse in libri e riviste un unico
volume.
Sto finendo un
diario, dal taglio serio e ironico, sul mio soggiorno in una clinica di
Marsiglia (dai primi di marzo alla fine di aprile 1983) e il successivo
periodo, dopo aver superato ben cinque operazioni agli arti inferiori.
Poi, il mio
insuperabile chirurgo G.L. mi ha spedito per la rieducazione motoria e
l’ergoterapia sulla Costa Azzurra, che ho eseguito nell’Istituto Marino di
Hyeres (dai primi di maggio ai primi di luglio dello stesso anno).
Naturalmente nel
fedele diario non parlo solo della mia vicenda personale, ma di molte persone,
pazienti stranieri, toscani con i loro familiari, nonché il personale
ospedaliero assistente e gli amici francesi che hanno vissuto con me tale
incisivo periodo.
Avrei altri
progetti che scalpitano per uscire dalla mia fantasia, ma li serbo gelosamente
per la tua prossima intervista.
Grazie per il tempo
che mi hai dedicato e per la pazienza certosina.
Grazie e ti saluto,
ricordando ai lettori che questo è proprio il caso di un libro non solo da
leggere, ma anche da bere.
La contesa dei vini
di Maria Teresa Santalucia Scibona
Prefazione di Vinicio Serino
Pascal Editrice
Poesia silloge
Pagg. 40
ISBN 88 - 7626 - 005 – 6
Prezzo € 10,00
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:: Renzo Montagnoli
Renzo Montagnoli nasce a Mantova l’8 maggio 1947. Laureato in economia e commercio, dopo aver lavorato per lungo tempo presso un’azienda di credito ora è in pensione e vive con la moglie Svetlana a Virgilio (MN). Suoi racconti e poesie sono pubblicati sulle riviste letterarie Isola Nera, Prospektiva, Writers Magazine Italia e Carmina. E’ il dominus del sito culturale Arteinsieme (www.arteinsieme.net). Blog: http://armoniadelleparole.splinder.com
WEB: www.arteinsieme.net
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