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2011
12
Mar

Democrazia proletaria

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La nuova sinistra tra piazze e palazzi
Edizioni Punto Rosso (Milano, 2010)
pag. 276, euro 15.00.
 
“Democrazia proletaria. La nuova sinistra tra piazze e palazzi”, di William Gambetta, è un viaggio come si dice imprescindibile nella memoria della sinistra; della sinistra più attenta a sentire ogni paradosso della ragione e della pratica, persino, ma sempre capace d’interrogarsi, seppur certe volte persino troppo, sulla propria identità di movimento politico, e non solo, perché agganciato alla volontà e ai diritti di lavoratrici e lavoratori. Una lucida e intransigente’ ricostruzione dei “fatti”, che giustamente e volontariamente fa a meno dei personaggi (soggetti) in forma massmediatica più determinanti per la lettura della storia d’un pezzo della storia. Ogni particolare del percorso vitale del prima movimento e poi partito Dp, dal ’78 al ’91. Ma con particolare, anzi speciale attenzione al frangente temporale che raccoglie le mosse che porteranno alla discesa fuori dalla piazza, per certi versi, e per certi versi nel palazzo. Ogni azione e reazione dei gruppi vari che fecero e tentarono di fare una, come si dice, “casa comune” elettorale, più che veramente e realmente politica dei movimenti e dei tanti gruppi che furono motore o segmento delle lotte del decennio che va dal ’67 al 1968 fino al Settantasette e quindi eccetera. Perché dal quel contesto, da quello sconvolgimento, non dimentichiamo che Il manifesto che conosciamo non è che una delle conseguenze di quei tempi, e non è possibile dimenticare la figura di Luigi Pintor – da questo punto di vista - , parte l’esperienza del cartello elettorale comune. Quasi comunista. Nel mentre tanti dirigenti, insomma, vogliono e “sperano” in una vita appunto tra piazze e palazzi. Certamente non per posizioni personali di vantaggio, individuale e individuali. Almeno inizialmente. Seppure oggi potremmo andare a guardare facce e corpi di quel che resta d’alcuni di quelli che furono dirigenti rivoluzionari all’epoca. Fra qualche piccola vittoria e grosse sconfitte. Decisive. In perdite: che hanno costruito un futuro. “Una sconfitta che, inevitabilmente, aprì una ridefinizione della geografia politica nel campo della sinistra anticapitalista, una riflessione sulle scelte elettorali e, in particolare, sulla necessità di una modalità unitaria con cui presentarsi alle urne.
La ricerca unitaria convisse con una competizione serrata tra i diversi soggetti, ognuno convinto di poter rappresentare in esclusiva e meglio degli altri le istanze rivoluzionarie, e tra diverse opzioni strategiche”. Sempre troppo attenti ai dogmi del comunismo classico e alle fatiche tattiche del Pci. Non si scordi neppure che, per giunta, congresso fondativo’ di Democrazia proletaria quale partito autonomo, avviene nei giorni del sequestro Moro. E anticipa la morte del compagno Peppino Impastato. Fra le pagine più illuminanti del testo, quelle che raccontano dell’ascesa in qualità di visibilità pubblica e forza di capo di Mario Capanna. Successiva alla sua prima elezione. Dopo che, dunque, fu dirigente di certo non fra i più significativi. Il lavoro migliore che Gambetta fa è quello di narrare tante delle posizioni politiche e dei contenuti dei dibattiti, seri, di quel mondo che ci ha condizionato. Il volume è nato anche grazie alla collaborazione imprescindibile con l’Archivio Storico della Nuova Sinistra “Marco Pezzi” e il Centro studi movimenti – Parma. E’ non è per trascinarci indietro consuetudini giornalistiche e semplicistiche che diciamo che il libro di William Gambetta, persino per fortuna, si legge come un romanzo.
 
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