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2010
16
Dic
Intervista ad Alessandro Mariotti
Commenti (
autore del libro La
toga sbiadita
edito da Agemina
Perché un magistrato in pensione da più di
un lustro decide di scrivere un libro così?
Ho iniziato a scrivere il libro circa due
anni fa quando ho avuto la disponibilità di maggior tempo libero, anche se
l’idea era maturata in me ancor prima, quando, ancora in servizio, come ho
accennato anche nel mio scritto, ho cominciato ad avvertire un certo logorio
fisio-psichico che ha contribuito, anche se non in modo determinante, alle mie
dimissioni dalla magistratura. Tuttavia ciò che soprattutto mi ha spinto alla
mia iniziativa editoriale, devo ammetterlo, è stato il desiderio di togliermi
un sassolino dalla scarpa, svelando l’inerzia, per la salvaguardia del
"quieto vivere", di importanti organi istituzionali anche all’interno
della stessa magistratura, rispetto all’esigenza di estirpare la mala pianta
dell’arbitrio, della prevaricazione ed in definitiva dell’illegalità, che ha
messo radici profonde nel tessuto delle nostre amministrazioni statali e non
solo. Al di fuori da ogni facile populismo, ho inteso inviare un messaggio non
solo ai giovani magistrati che si apprestano a svolgere in condizioni sempre
più difficili le loro delicatissime funzioni, ma anche all’uomo della strada,
sempre più spesso vittima di una sistematica disinformazione, mistificazione e
manipolazione informativa sulle responsabilità della mala o denegata giustizia,
a opera dei giornali e soprattutto dalla televisione.
Quindi, quando si sente dire che la nostra
giustizia è malata, non si esagera per nulla, ma se i sintomi sono facilmente
riconoscibili (lunghezza estenuante dei procedimenti, incertezza della concreta
applicazione della pena, tolleranza per i reati compiuti da determinati
influenti personaggi), le cause e i rimedi sono quasi sempre nebulosi nelle
comunicazioni dei mass-media.
Di cosa soffre esattamente la giustizia
italiana?
La nebbia che circonda i cittadini in
ordine alle cause dei malanni delle giustizia ed ai possibili
rimedi non è casuale: è voluta, direi preordinata, da chi ha interesse a non
cambiare nulla o da chi pretende addirittura - annullando i progressi che sia
pure con difficoltà si sono ottenuti negli ultimi cinquant’anni per eliminare
almeno le più gravi e vistose contraddizioni tra la legislazione in vigore,
residuata dal vecchio regime fascista ed il nuovo regime democratico come
disegnato dalla Costituzione del 1948 ( una delle migliori al mondo, persino
superiore a quella di Weimar, adottata dalla Germania dopo la fine della prima
guerra mondiale) - di controriformare il sistema giustizia, in sostanza
restaurando il verticismo e la gerarchizzazione all’interno della magistratura
allo scopo reale di limitare l’autonomia e l’indipendenza dei giudici; è
evidente che ciò fa comodo a chi vuole continuare a comandare e a fare affari
senza i lacci e laccioli delle leggi.
La verità è che, con la scusa di combattere
la politicizzazione dei magistrati, si vuole da più parti delegittimare agli
occhi del popolo un’intera categoria di servitori dello Stato. A mio avviso una
magistratura indipendente (anche se non irresponsabile) fa paura a tutti, a
destra, al centro, a sinistra, sopra e sotto; la vorrebbero invece certamente i
cittadini, ma nel nostro paese essi sono in gran parte
frustrati o politicamente impotenti.
Ciò non significa che anche una parte dei
giudici (fortunatamente minoritaria secondo la mia esperienza) non abbia
responsabilità e non certo quella attribuita loro da denigratori interessati,
ma invece quella che deriva da sacche di impreparazione professionale,
opportunismo, indolenza lavorativa, corporativismo.
Quanto ai rimedi da adottare, da molto
tempo i giudici associati hanno indicato la strada da seguire, proprio opposta
a quella intrapresa da Berlusconi e soci negli ultimi anni e ignorata anche
prima dai precedenti governi.
In realtà, è mancata la volontà politica,
sia del centrosinistra che del centrodestra, di muoversi nella direzione
giusta, che è poi semplicemente quella dell’applicazione della Costituzione.
Di quali riforme in particolare ha bisogno
il nostro sistema giudiziario?
E’ un combinato di interventi, che, se
applicato, sarebbe in grado di risolvere finalmente i problemi e questi
consistono:
1) nella necessaria revisione delle
circoscrizioni giudiziarie, ai fini dell’abolizione dei tribunali più piccoli
(ben 88 su 165) e di una più razionale distribuzione degli Uffici sul
territorio che determinerebbe, da un lato, risparmi di spesa e, dall’altro, una
migliore utilizzazione del personale, sia di magistratura che amministrativo;
2) nella riqualificazione della spesa,
convogliando le risorse finanziarie disponibili anche su investimenti idonei a
equiparare il nostro sistema giustizia agli standards dei paesi più progrediti
dell’Europa, ad esempio a favore dell’assistenza legale dei non abbienti,
eliminando gli sprechi e modificando l’anomalia di un bilancio ove il 70%
appartiene alla spesa corrente (essenzialmente per gli stipendi) e solo il 30%
è adibito agli investimenti;
3) in una seria, radicale riforma del
Codice Penale, risalente al vetusto Codice Rocco, con un nuovo testo che non
solo adegui la scelta dei reati da perseguire e delle pene da applicare in una
democrazia moderna, ma soprattutto riservi la pena del carcere ai delitti più
gravi e preveda invece come pene principali e non semplicemente accessorie
quelle pecuniarie, e soprattutto una gamma di sanzioni penali non restrittive,
ma assai più certe ed efficaci (come le interdizioni, le sospensioni le
radiazioni, revoche delle licenze, le confische, il lavoro non retribuito
socialmente utile e simili);
3) nella riforma dell’ordinamento
giudiziario, per adeguarlo completamente al modello disegnato dal Costituente e
quindi all’irrinunciabile autonomia e indipendenza dei magistrati,
nell’interesse non di questi ultimi, ma dei cittadini tutti. La legge dovrebbe
davvero essere uguale per tutti, anche per quei privilegiati eccellenti che,
rossi, neri o azzurri, vorrebbero, stravolgendo la Costituzione, se non addirittura reintrodurre quel sistema verticistico, burocratico e
gerarchico in vigore durante il regime fascista, far ripiombare i giudici in
quel limbo omologante di conformismo giurisprudenziale in cui si trovavano
negli anni ’50, quando la nuova Costituzione del 1948 stava nelle soffitte (o
nelle cantine) non solo dei governanti, ma anche dei giudici e, segnatamente,
di quelli della Corte di Cassazione.
Una delle accuse mosse ai magistrati,
considerati unici colpevoli del malfunzionamento della giustizia, è quella di
lavorare poco, di essere insomma poco presenti in Tribunale. Premetto che non
condivido questa opinione, ma in effetti quale è l’orario di lavoro dei
giudici?
Nessuno è in grado di accertare
direttamente quanto lavora un giudice, neppure tramite le rilevazioni
statistiche che gli ispettori ministeriali, periodicamente e sistematicamente,
effettuano con le ispezioni programmate in tutti gli uffici giudiziari.
I dati contenuti nelle relazioni ispettive
possono solo essere significative della quantità delle udienze e dei
provvedimenti (decreti, ordinanze, sentenze) adottati da ogni singolo
magistrato, ma non certamente della loro qualità ed in definitiva del tempo
lavorativo da lui impiegato.
Innanzitutto va chiarito che non esiste un
orario di lavoro per i magistrati, a differenza di altre categorie di
dipendenti statali.
Certamente essi hanno l’obbligo di
assicurare la loro presenza fisica per partecipare alle udienze prefissate e
per ottemperare agli adempimenti e le incombenze, talora anche urgenti, che la
legge prevede siano effettuate entro certi termini. Ciò vale sia per i Pubblici
Ministeri che per i magistrati giudicanti.
Quello che la gente comune dovrebbe sapere
è che i magistrati non lavorano solo presso i Tribunali, ma anche e prevalentemente
a casa loro. Anzi è proprio qui che si svolge l’attività più importante e
delicata: lo studio delle carte, la riflessione, la decisione e la stesura dei
provvedimenti più complessi ed impegnativi.
Sostenere che i giudici lavorano in media
per quattro ore al giorno o anche meno , come è accaduto di recente,
rappresenta una solenne sciocchezza da parte di interessati denigratori oppure
di soggetti così ignoranti e sprovveduti da non sapere che essi lavorano, senza
alcuna visibilità, anche e soprattutto a domicilio.
Che poi vi siano non pochi magistrati
indolenti, infingardi e poco laboriosi non si può negare e la cosa più grave è
che il sistema di controllo per molte ragioni resta inefficace, talora per
carenze informative, talaltra e più spesso per colpevole connivenza dei capi
degli uffici, dei Consigli Giudiziari e dello stesso C.S.M., organi tutti
affetti da deprecabile corporativismo.
In pratica si verifica purtroppo che le
sanzioni disciplinari (censura, perdita di anzianità, ecc.) vengano irrogate dalla
sezione disciplinare del C.S.M. ai magistrati che, venendo meno non al dovere
di essere imparziali, ma a quello di sembrarlo agli occhi dei cittadini,
esternano sui giornali o alla TV le loro convinzioni politiche magari opposte
rispetto a quelle dei poteri dominanti e non anche a quelli che si sottraggono
ai più elementari doveri professionali lavorando poco o male ed omettendo di
aggiornarsi professionalmente.
Ciò detto, non posso però fare a meno di
sottolineare il fatto di aver conosciuto, nel corso della mia trentennale
carriera, sia direttamente in uffici giudiziari, sia in occasione di incontri
di studio organizzati dal C.S.M. giudici altamente operosi, alcuni dei quali
sino al limite della resistenza psico-fisica.
Insomma in magistratura, come del resto in
tutte le professioni, c’è un po’ di tutto. Nel settore del pubblico impiego di
vagabondi ce ne sono tanti, ma non mancano anche lì quelli che lavorano più del
dovuto, al posto degli impiegati che sono perennemente "fuori stanza"
o a prendere il caffè o a leggere il giornale, con buona pace del ministro
Brunetta: perché allora prendersela solo con i giudici lavativi?
Altra accusa rivolta alla magistratura è
quella di percepire una retribuzione sproporzionata rispetto all’incarico
ricoperto e ancor più al lavoro svolto effettivamente. Inoltre, la gente ha la
convinzione che le promozioni, insomma gli avanzamenti di carriera siano il
frutto di una mentalità corporativistica, nel senso che vengono decisi
autonomamente dalla magistratura stessa, sfuggendo così al controllo di un
terzo non di parte. Allora, arriviamo alle domande: la retribuzione dei giudici
è proporzionata all’incarico rivestito ed è suscettibile di variazioni in
dipendenza dell’attività effettivamente svolta? Per gli avanzamenti di carriera
c’è un criterio che tiene conto del merito effettivo?
In materia di trattamento economico dei
magistrati se ne sentono di tutti i colori ed i cittadini restano frastornati
nel caos informativo che regna sull’argomento, il quale tuttavia presenta
aspetti per molti versi obiettivamente complessi e assai articolati.
I magistrati ordinari e talora anche quelli
amministrativi dei Tribunali Amministrativi Regionali (T.A.R.) si lamentano,
qualche volta si sente dire dagli avvocati, che i giudici hanno stipendi
favolosi ed immeritati, i deputati e senatori dal canto loro dichiarano che il
loro trattamento economico è ancorato a quello dei magistrati. Il risultato è
che la gente comune non ci capisce niente e percepisce solo,
indifferenziatamente, l’esistenza di scandalosi privilegi castali che
accomunano giudici, politici, dirigenti.
Perfino gli addetti ai lavori spesso
stentano a districarsi nei folti cespugli di quella che appare davvero come
"una giungla retributiva", di difficile esplorazione anche per le
guide più esperte.
Addentrandoci dunque nella selva, molto
spesso volutamente "oscurata" dagli interessati, per fare un po’
d’ordine nella materia, cominciamo intanto a distinguere tre fondamentali
categorie di magistrati ordinari i cui appannaggi differiscono notevolmente:
1) magistrati ordinari togati che svolgono
funzioni giurisdizionali negli Uffici Giudiziari (Tribunali, Corti d’Appello,
Corte di Cassazione);
2) magistrati ordinari fuori ruolo
distaccati presso il Ministero della Giustizia, addetti a funzioni
amministrative e di consulenza legale, che vengono esercitate anche presso
altri Ministeri e presso una miriade di Enti Statali, parastatali ed enti
pubblici (territoriali e non, come la Presidenza del Consiglio dei Ministri, le Regioni, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro e simili);
3) magistrati amministrativi dei T.A.R. e
del Consiglio di Stato, magistrati contabili della Corte dei Conti (refendari).
Per quanto concerne la categoria di cui sub
1 i trattamenti economici sono correlati alle varie qualifiche che vengono via
via acquisite con il mero passaggio del tempo, e quindi per mera anzianità
senza demerito, in modo del tutto automatico.
La retribuzione si compone essenzialmente
di tre voci: a) lo stipendio vero e proprio, b) l’indennità integrativa
speciale e c) l’indennità giudiziaria.
Per completezza si deve aggiungere che in
modo automatico avviene anche l’adeguamento della retribuzione triennale
(agganciata agli aumenti di stipendio del pubblico impiego), sia l’attribuzione
degli scatti retribuiti biennali all’interno di ciascuna classe di stipendio.
Per i magistrati ordinari le classi
stipendiali sono le seguenti ( gli importi indicati sono mensili):
1) Uditore giudiziario senza funzioni nei
primi sei mesi di servizio
Euro al netto: 1.680,50;
2) Uditore giudiziario senza funzioni, dopo
sei mesi
l’indennità giudiziaria raddoppia, passando
da Euro 378,02 a circa Euro 756,00; lo stipendio passa a Euro al netto:
1.826,77;
3) Uditore giudiziario con funzioni
Euro al netto: 2.600,00;
4) Magistrato di Tribunale,
qualifica raggiunta dopo tre anni dalla
nomina:
Euro al netto: 3.200.00;
5) Magistrato di Tribunale, dopo ulteriori
tre anni di permanenza nella qualifica
Euro al netto: 3.500,00;
6) Magistrato di Corte d’Appello,
qualifica conseguita dopo 13 anni dalla
nomina:
Euro al netto: 4.500,00;
7) Magistrato di Corte di Cassazione,
qualifica conseguita dopo 20 anni dalla
nomina:
Euro al netto: 6.000,00;
8) Magistrato di Corte di Cassazione idoneo
all’esercizio delle funzioni direttive superiori,
qualifica conseguita dopo 28 anni dalla
nomina:
Euro al netto: 6.341,00.
Ciò precisato, balza agli occhi la grossa
divaricazione tra la retribuzione dei giovani e quella degli anziani
cassazionisti, certamente superiore a quella che si registra nei paesi come la Francia, la Germania, la Spagna. A mio avviso, senza aumentare la spesa complessiva per gli
stipendi, occorrerebbe perequare la classi stipendiali aumentando quelle più
basse e diminuendo quelle più alte, anche se ciò appare del tutto utopistico in
un paese gerontocratico a tutti livelli e in tutti settori come l’Italia, in
cui i nonni, stante anche la crisi economica, spesso, oltre ai figli, devono
mantenere anche i nipoti!
Da sottolineare che le retribuzioni sopra
dette sono omnicomprensive, costituiscono cioè una somma fissa, invariabile,
completamente svincolata dalla quantità e qualità del lavoro svolto, dal tempo
impiegato e dalla tipologia delle funzioni espletate.
Fuoriescono da questo quadro solo i
trattamenti previsti per il Primo Presidente della Corte di Cassazione, per il
Presidente Aggiunto, per Procuratore Generale presso la stessa Corte ed infine
per il Presidente del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche: organi apicali
che fruiscono di eccezionali retribuzioni particolarmente elevate rispetto a
quelle di tutti gli altri magistrati ordinari, compresi quelli investiti di
incarichi direttivi.
Diversa la situazione delle retribuzioni
dei non pochi magistrati ordinari posti fuori ruolo, (di cui si è detto sopra
sub 2) i quali, oltre a fruire dello stipendio dei magistrati in ruolo, godono
di molti altri emolumenti e indennità extra, per cui in pratica guadagnano
molto di più, giacchè per loro non vale l’onnicomprensività prevista per i
magistrati dei Tribunali, delle Corti di Appello e della stessa Corte di
Cassazione.
Per quanto poi concerne la categoria sub 3)
va sottolineato il regime del tutto privilegiato dei magistrati amministrativi
e contabili, i quali, pur avendo una retribuzione parametrata su quella dei
magistrati dell’ordine giudiziario, fruiscono però di una progressione
economica molto più veloce. Infatti essi, con la qualifica di referendario,
cominciano a percepire immediatamente, al momento della nomina, uno stipendio
uguale a quello dei magistrati ordinari di Tribunale con tre anni di servizio.
Dopo soli quattro anni dalla nomina, con la qualifica di 1° referendario, il
loro stipendio eguaglia quello di un consigliere di Corte d’Appello, con un
anticipo rispetto a quest’ultimo di ben nove anni. Lo stipendio pari a quello
di un Consigliere di Corte di Cassazione (per il quale il magistrato ordinario
impiega venti anni dalla nomina) viene raggiunto dopo otto anni dalla nomina.
Ma tutto ciò che ho riferito in ordine alle
incongruenze ed alle anomalie dei sistemi retributivi dei magistrati
impallidisce dinanzi al rilievo degli scandalosi guadagni realizzati da una
minoranza di loro per la partecipazione a collegi arbitrali.
Invero per i magistrati ordinari il
problema è stato risolto dal C.S.M. che ad un certo momento ha deciso di
rifiutare le autorizzazioni, ma per quelli amministrativi e contabili è ancora
aperta la strada per il conseguimento di incarichi arbitrali enormemente
lucrosi; infatti i compensi percepiti sono ragguagliati ad una percentuale del
4 – 5% dell’intero ammontare del valore delle controversie tra lo Stato ed
aziende private, che spesso raggiunge le centinaia di miliardi delle vecchie
lire.
In proposito è stato calcolato, ad esempio,
che nel solo biennio 1991-1992 per arbitrati di un valore complessivo di 1.052
miliardi di lire, 24 magistrati hanno incassato compensi per circa 50 miliardi.
La risposta mi sembra più che esauriente.
Devo rilevare come nella carriera conti solo l’anzianità di lavoro e non il
merito, con il risultato che la retribuzione è la stessa sia nel caso di un
eccellente magistrato, sia nell’eventualità di un pessimo giudice.
Comunque, dal punto di vista economico gli
emolumenti, se pur bassi nei primi anni, sono più che soddisfacenti. E questo
introduce all’ultima domanda., che poi in effetti sono due.
Per quali motivi un giovante laureato in
giurisprudenza oggi dovrebbe intraprendere la carriera di magistrato e che
qualità sono indispensabili affinché l’incarico possa essere svolto nel pieno
rispetto della funzione?
Prima di rispondere alle due domande che mi
vengono poste ritengo opportuno fare una premessa e raccontare un aneddoto:
a) la premessa consiste nel sottolineare
che vi sono molti modi di fare il giudice e di interpretarne il ruolo. Alcuni
di fatto si comportano come impiegati dello stato e svolgono le funzioni
giurisdizionali con la stessa mentalità di un cancelliere o di un impiegato del
catasto, voglio dire senza la consapevolezza di essere investiti, per il solo
fatto di essere giudici, dell’estrema delicatezza e rilevanza del mestiere di
applicare la legge in conformità allo spirito della Costituzione e in
particolare del principio fondamentale contenuto nell’art. 3 (tutti i cittadini
sono uguali di fronte alla legge) e dunque con uno stile burocratico non
diverso da qualunque altro funzionario statale. Altri invece sono sensibili
all’esigenza di essere consci del loro alto ruolo istituzionale di fedeli
interpreti della volontà del legislatore e del Costituente, e quindi di dover
anche valutare, prima di applicare una disposizione di legge, se questa appaia
o meno in contrasto con le norme e i principi costituzionali;
b) l’aneddoto è questo: all’indomani della
barbara uccisione, da parte della mafia, del giudice Chinnici, la vedova di
questi fu intervistata da un corrispondente di un importante giornale del Nord.
Il giornalista le chiese che cosa ne pensasse dei giudici siciliani: al che la
donna rispose che essi si dividevano in tre categorie: gli eroi, pari alle dita
di una mano, tolte alcune dita; i collusi con la mafia: pochi; tutti gli altri
(probabilmente il 90%) "tiravano a campà".
Ovviamente io non sono in grado di valutare
in che misura le personali opinioni della signora Chinnici possano essere
conformi alla realtà della magistratura siciliana e quanto questa possa
differenziarsi dal resto dei magistrati d’Italia. Essendo notoriamente estraneo
e del tutto refrattario a ogni anche più larvato razzismo antimeridionalistico
(mia moglie è siciliana ed ho sempre ammirato alcune caratteristiche del popolo
siciliano), ho le carte in regola, da un lato. per affermare che di
"giudici burocrati" ce ne sono in ogni parte di Italia, e però anche
per ricordare che quando per me si trattò di scegliere la prima sede dove
esercitare le funzioni giurisdizionali, optai per il Nord, dove immaginavo di
poter lavorare più tranquillo, anche se in condizioni economiche meno agiate.
Passando quindi alle risposte richiestemi,
direi che ancor oggi, nonostante il deterioramento delle condizioni non solo
ambientali in cui il magistrato è chiamato ad operare, sussistono validi motivi
per i quali vale la pena di cimentarsi in una professione che per moltissimi
aspetti è diversa da tutte le altre, sia per il livello intellettuale
richiesto, che per il grado di autonomia dell’attività, la quale peraltro non
ha mai carattere di routine.
Il giovane che guarda alla magistratura non
come ad una comoda sistemazione lavorativa in vista di una facile carriera e di
un’automatica progressione economica, ma a un nobile servizio nell’interesse
dei cittadini, deve considerare che dovrà affrontare notevoli sacrifici e i
rischi di impopolarità, isolamento, solitudine, spesso anche nei confronti dei
suoi colleghi.
Le doti che si richiedono a un giudice
degno di questo nome non sono solo quelle dell’autonomia, dell’imparzialità,
della terzietà, dell’equilibrio, della preparazione, della diligenza, della
laboriosità, ma anche, in specie nella situazione attuale, del coraggio:
quello di applicare la legge senza guardare in faccia nessuno.
Grazie per le risposte veramente
esaurienti. La saluto con l’augurio che il suo libro, oltre a incontrare i
favori del pubblico, possa essere utile per un’effettiva riforma della
giustizia nell’interesse di tutti i cittadini.
La Toga Sbiadita
Memorie di un giudice
di Alessandro Mariotti
Prefazione di Renzo Montagnoli
Edizioni Agemina
Collana I libri della memoria
Pagg. 144
ISBN 9788895555362
Prezzo € 13,00
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:: Renzo Montagnoli
Renzo Montagnoli nasce a Mantova l’8 maggio 1947. Laureato in economia e commercio, dopo aver lavorato per lungo tempo presso un’azienda di credito ora è in pensione e vive con la moglie Svetlana a Virgilio (MN). Suoi racconti e poesie sono pubblicati sulle riviste letterarie Isola Nera, Prospektiva, Writers Magazine Italia e Carmina. E’ il dominus del sito culturale Arteinsieme (www.arteinsieme.net). Blog: http://armoniadelleparole.splinder.com
WEB: www.arteinsieme.net
WEB: www.arteinsieme.net
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