2005
21
Gen

Tutta quell'acqua

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(Luigi Bernardi - Dario Flaccovio Editore)

“Tutta quell’acqua” è un romanzo che parla di guerra, una guerra ripresa da un’ottica particolarissima che la attualizza in modo angosciante.

La guerra è presente, reale, devastante, una guerra notturna che colpisce dall’alto con i suoi bombardamenti e che lascia l’illusione, durante il giorno, che niente sia cambiato; invece niente è come prima, in un paese di provincia fuori dal tempo e dallo spazio. La mancanza di riferimenti spazio-temporali rende l’ambientazione molto vicina al lettore, che percepisce subito che il luogo in cui si svolgono le vicende del romanzo potrebbe essere proprio la città o il paese nel quale lui stesso abita, in un futuro drammaticamente prossimo.
La vita sembra scorrere normale, come sempre, e invece la guerra lascia il segno fuori e dentro, ma soprattutto dentro, e non potrebbe essere altrimenti; se ne vedono le tracce nelle associazioni mentali dei protagonisti, nelle immagini che affiorano ossessive e ricorrenti, perché “gli aerei e le bombe sono arrivati persino dentro ai sogni”. Il conflitto cambia la prospettiva, cambia le esigenze e i valori, del denaro e del tempo, il senso della vita e della morte, della solitudine e della sofferenza; tutto viene rimesso in gioco.

La guerra scardina la vita dei protagonisti: Vanni e Bianca, due persone fragili e sole, uno per scelta, l’altra a causa della malattia, che si incontrano e si innamorano forse, ma i sentimenti nascono contorti, distorti, difficili da ammettere e da vivere.

Vanni è un insegnante di filosofia che crede di avere scoperto come va il mondo, è convinto di conoscere la vita. Solitario e cinico, per non soffrire si è affidato alla “filosofia della sottrazione” e si è in questo modo votato a un destino di solitudine, eliminando dalla sua vita eventi e persone scomodi ("Se qualcosa non gli piaceva, ne faceva a meno: se non tollerava un ambiente, se ne andava. Se una persona lo infastidiva, smetteva di frequentarla").

Ben presto Vanni si accorge che la guerra lo ha privato di ogni certezza. Infatti, senza quasi sapere il perché, ruba un motorino, insegue un paio di scippatori, perde la giornata di lavoro senza avvisare la scuola, cerca di rintracciare la ragazza vittima dello scippo e “ognuna di queste azioni deve avere un senso, ma Vanni non riesce a trovarlo”. La guerra porta a comportamenti strani, alla follia, la guerra ribalta i ruoli e scardina la quotidianità. E l’insegnante, in questa nuova realtà, ha la sensazione di essere allievo, di avere tutto da imparare e più nulla da insegnare.

Poi c’è Bianca, giovane, debole, malata; è l’altra voce di questo romanzo straordinario.
Bianca che “coltivava in fondo l'illusione che la guerra avrebbe in qualche modo cambiato le cose”. Bianca mentre va al lavoro viene scippata. Questo incidente si somma a un precedente trauma, che riemerge pagina dopo pagina dalle sue parole. Dal delirio della ragazza, dalle frasi spezzate, dalle sue allucinazioni prende forma il tema dell’acqua, il significato del titolo del romanzo e il trauma che Bianca ha vissuto. La guerra è entrata nella sua vita e ha devastato la sua mente. Durante una nuotata in un lago, una bomba scagliata dal cielo provoca una massa d’acqua che la sommerge, la schiaccia e la soffoca e le impedirà in futuro di accostarsi all’acqua, a tutto ciò che è liquido. Anche azioni banali come lavarsi, fare la doccia, lavare i piatti saranno vissute come pericolose e impossibili.

La guerra destabilizza le menti e lascia dietro di sé, oltre ai morti e ai feriti, uno sconvolgente numero di “persone a metà…”.

La città in cui si muovono i protagonisti è una città fantasma, distrutta dai bombardamenti, immobile, irreale, vuota e silenziosa, se si esclude il boato delle bombe nella notte e l’allarme per il coprifuoco. Le barriere che l’uomo costruisce per proteggersi, le recinzioni, i cancelli delle abitazioni, che lo facevano sentire al sicuro, non servono più. Nella guerra moderna il pericolo viene dall’alto, dagli aerei, dalle bombe.

La guerra che ritorna ogni notte, da mesi cancella le previsioni, annulla le speranze”, e con la guerra “tutto comincia a finire”.

Un bellissimo libro, di grande introspezione psicologica, coinvolgente e sconvolgente, che non si riesce a posare fino alla fine e che anche dopo ti ritorna in mente, mentre segui il telegiornale o leggi un quotidiano, perché è terribilmente attuale. Il tema è affrontato da un’ottica insolita, particolare. L’autore sceglie di rappresentare una guerra senza sangue, senza soldati (non espliciti almeno), per così dire una guerra “civile”, che il lettore sente molto vicina. La scelta dell’autore colpisce nel segno; infatti il romanzo trasmette una sensazione di angoscia e di instabilità che non è solo dei protagonisti, ma di ognuno di noi.

E questa sensazione di disperazione, dolore e impotenza che si insinua dappertutto, quasi kafkiana per l’angoscia che scava dentro, dice al lettore che niente è abbastanza forte: la routine, il lavoro, le convinzioni, gli affetti, l’amore persino, nulla contro la guerra “la guerra che era il tempo dei poeti, degli eroi, e che adesso chiude la bocca solo ai cadaveri ”.

 
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