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2010
5
Gen

Intervista a Nicola Vacca

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autore della raccolta poetica “Esperienza degli affanni
edita dal Foglio Letterario.
 
 
Questa tua ultima raccolta è indubbiamente di forte impegno civile, a risvegliare coscienze sopite, a far riaprire occhi chiusi da un torpore indotto. Come vedi l’attuale situazione, e in particolare dove sta andando il mondo?
 
In questo particolare momento sono molte le cose che non vanno. L’umanità è perduta. Voglio dire che giriamo a vuoto, perché abbiamo perso il baricentro. Siamo avvitati intorno a una pericolosa involuzione che sta minando le fondamenta della nostra specie, che non è più capace di guardarsi dentro. Manchiamo di impegno e di responsabilità. La politica non è più in grado di dare risposte alla società, il primato della cultura è stato demolito da un’omologazione mediatica che ha completamente reso superfluo il valore fondamentale della conoscenza. C’è una brutta aria, un asettico analfabetismo emotivo ci sta togliendo definitivamente  la meraviglia dello stupore. Insomma, dovremmo iniziare a fiutare l’odore del pericolo, invece continuiamo a farci del male aprendo la strada a un’Apocalisse postmoderna che ci annienterà.
 
Concordo, nel senso che l’uomo sembra affetto da una rassegnata imbecillità, come se fosse in corso una vera e propria involuzione. Il pericolo, veramente grave, che l’umanità corre è compito degli intellettuali portarlo alla luce, proprio perché chi è abituato a vivere con spirito critico deve rendere edotti dei rischi tutti gli altri. Un poeta, benché intellettuale, ha per sua natura, tuttavia, altre caratteristiche, nel senso che molto spesso vede molto al di là del problema, prevedendo scenari che vanno oltre l’umana immaginazione, e per questo resta una Cassandra inascoltata. E’ questo allora un pregio o un limite del poeta?
 
Ezra Pound scriveva che il compito del poeta è quello di riempire il caos. E aveva perfettamente ragione. La poesia  riesce a vedere quello che  altre discipline non guardano nemmeno. L’invisibile che contiene verità assolute. Per quanto riguarda gli intellettuali il discorso è un po’ complesso. Questa categoria molto spesso è prigioniera di luoghi comuni e di conformismi servili. Mette la conoscenza al servizio del potere. È il caso di dire che l’intelligenza perde un’occasione per rendere il mondo migliore. Il poeta, quando è guardiano dei fatti, sa testimoniare con la parola quello che vede, e soprattutto scrive e dice quello che pensa, sapendo di porsi in una posizione inattuale e scomoda che disturba il manovratore.
 
Non si può dire che i tuoi versi gridino, ma la denuncia, pur avendo un tono pacato, è ferma, come a dire che tu ricorri alla “non violenza”, un po’ come Gandhi. Però, secondo te, ci sono attualmente i presupposti perché si possano ottenere dei risultati senza dover ricorrere necessariamente alla violenza?
 
Forse lascerei da parte Gandhi e le sue utopie. La violenza e il male sono nelle cose.  L’unica cosa che il poeta può fare, e con lui l’uomo di pensiero, è attraversarlo con il racconto della propria esperienza di uomo fra gli uomini con la consapevolezza che  la poesia non salva la vita, ma può essere utile a conservare le tracce che lasciamo in questa stagione di grande freddo interiore. Scrivere scavando nell’abisso che non ci circonda, ma che ci abbraccia. Forse da questa missione qualcosa verrà fuori. O forse no…
 
E visto che concordiamo sulla deriva attuale, e magari anche sui motivi, quale potrebbe essere la soluzione per fare un passo indietro, per non spingerci a capofitto nel baratro?
 
Il baratro diventa sempre più profondo e cupo. C’è molto da fare per liberarci da quest’agonia. Una cosa dovremmo imparare una volta per tutte. Metterci in ascolto. Imparare ad ascoltare gli altri, smettere di ascoltare noi stessi. Siamo troppo innamorati del nostro ego per capire, come scriveva Roberto Sanesi, che  il dialogo è l’unica salvezza che c’è. E in questo la poesia diventa l’urgenza dalla quale non si può più prescindere.
 
Mi chiedo spesso, ravvisando analogie con il periodo del tardo impero romano, se è vero che la civiltà occidentale ha intrapreso un percorso caratterizzato da un declino ormai inarrestabile, oppure se l’uomo è sempre stato così e ci sono periodi in cui più ci accorgiamo di queste carenze innate. Resta comunque il fatto che una società che ha come unico valore il profitto e che per ottenerlo dimentica il passato non può avere avvenire. Molto opportunamente hai messo in evidenza questo sgomento, laddove scrivi “…/il vuoto che cresce / annuncia tumulti”. Ecco, io mi soffermerei su quest’ultimo verso, quell’annuncia tumulti, che potrebbe essere inteso come una ribellione, oppure anche come una crescita di violenza dovuta all’insoddisfazione. Quale è la tua interpretazione?
 
Sì lo ammetto è un verso forte. Ma c’è bisogno del pensiero forte in questo tempo di sgomento. Ovviamente non mi riferisco a quello autoritario. Bisogna costruire con parole che dicono e che a volte possono risultare scomode, ma devono dire,  quindi significare. L’immagine del vuoto che annuncia tumulti è la fotografia dell’impoverimento del nostro tempo interiore che ha bisogno dell’unica rivoluzione possibile, quella del cuore che tarda a venire. Dal punto di vista relazionale bisogna stare attenti al nulla nel quale la crisi economica, che è soprattutto crisi morale, ci ha trascinato. Si avverte il pericolo del conflitto sociale. E questa volta i tumulti lascerebbero il segno.
 
Quindi le parole devono ferire la coscienza, un po’ come direbbe Cioran, nell’ambito di una pacifica opposizione alla disgregazione morale, in un conflitto di pensiero con i contemporanei che avrebbe sicuramente trovato il consenso di Nietzsche, due filosofi che, a quanto mi risulta, hanno esercitato su di te un influsso marcato.
Questa raccolta può quindi essere definita propria della poesia “civile”, ma è anche vero che i toni, mai enfatici, se pur fermi, sono quelli di una civile comunicazione, non allineata a ideologie politiche, a differenza delle opere di quello che può essere definito il miglior interprete della “poesia civile”, cioè Nazim Hikmet. Questo tuo modo di esporre, pacato, ma univoco mi richiama invece un altro autore, dal quale peraltro ti differenzi poiché non parti come lui da un credo politico: Pablo Neruda.
Ci sono termini che ricorrono, quali buio, nero, che, nella mia interpretazione, non devono essere intesi tanto come assenza di luce, ma come senso di vuoto che stringe da dentro al punto di esprimere il dissenso con un lacerante urlo muto (…/Il vuoto afferra la realtà / la distruzione non molla la presa /  la distruzione non molla la presa).  Questi tre versi sono molto belli già da soli, perché esprimono quasi tangibilmente la sofferenza interiore. Un poeta deve mettere sull’avviso, ma può poi lenire il suo dolore?
 
Esatto le parole devono ferire sempre con un punto di domanda.  Voglio citarti in proposito alcuni versi di Wisława Szymborska, in cui la grande poetessa ha dato un senso alla vocazione di chi scrive versi:<<… e non risparmiargli domande ad alcuna risposta,/ se riguardano la vita,/ossia la tempesta prima delle quiete>>. La mia è una poesia civile che guarda al mondo ferito ma non cerca affatto nessuna morale.  Il senso di vuoto è incolmabile perché si crede poco e niente nell’anima. Il dolore è difficile da sconfiggere perché entra nelle nostre vite senza bussare. Ma se ci mettiamo in ascolto dell’anima possiamo dare un senso alla sua aggressività. A questo serve la poesia. Porre domande sulla vita, non smettere mai di interrogarsi, cercare di evocare, affermare per combattere il nichilismo che avanza dappertutto. Soltanto la parola che chiama le cose con il loro nome può limitare i danni. Questo intendo per poesia. Il resto è solo cronaca e minimalismo.
 
Vero ed eccoci all’ultima domanda. So di questa tua iniziativa di una rubrica sulla poesia, notizia che peraltro ho già divulgato. Vuoi aggiungere qualcosa al riguardo?
 
Sono contento di questa possibilità per la poesia che ha sempre più necessità di essere divulgata e testimoniata. Come sempre ho fatto, dedicherò maggiore attenzione alla piccola e media editoria. E soprattutto mi auguro che nel nostro Paese si torni a dare al mondo del verso  la giusta considerazione.
 
Grazie, Nicola, per la piacevole intervista e per i tuoi propositi di contribuire fattivamente alla divulgazione della poesia.

Esperienza degli affanni
di Nicola Vacca
Edizioni Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it
Poesia
Collana Plaquette I Blu
Pagg. 90
ISBN 978 - 88 - 7606 - 242 – 1
Prezzo € 6,00

 
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:: Renzo Montagnoli
Renzo Montagnoli nasce a Mantova l’8 maggio 1947. Laureato in economia e commercio, dopo aver lavorato per lungo tempo presso un’azienda di credito ora è in pensione e vive con la moglie Svetlana a Virgilio (MN). Suoi racconti e poesie sono pubblicati sulle riviste letterarie Isola Nera, Prospektiva, Writers Magazine Italia e Carmina. E’ il dominus del sito culturale Arteinsieme (www.arteinsieme.net). Blog:  http://armoniadelleparole.splinder.com  
WEB: www.arteinsieme.net
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