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2009
21
Lug

Intervista a Franco Seculin

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autore della silloge poetica La luna al traguardo del bosco, edito da Sabinae.
 
A parte la bellissima copertina, quello che mi ha colpito di più prendendo in mano questo libro, e quindi prima ancora di leggerlo, è il titolo: La luna al traguardo del bosco. Che cosa significa e il perché di questa strana, ma anche ammiccante intestazione?
 
Credo necessaria innanzitutto una premessa: il titolo risale al momento in cui ho scelto di raccogliere le poesie, che ritenevo più corrispondenti a certi episodi della mia vita, per farne una raccolta senza avere ancora ben chiara in me l’idea di volerle pubblicare. Erano immagini e ricordi più o meno felici che in quel momento di fisicità divenivano attuali e finiti. In seguito, dopo la presentazione del volume di “Frammenti… alchimia di segni e di parole” a cura di Franco Fabri, ho accettato la proposta delle Edizioni Sabinae per una nuova silloge a cui è stato dato il titolo in questione e, per l’occasione, ho chiesto di poter utilizzare come copertina un’incisione donatami diversi anni prima da Otello Fabri durante una mia visita al suo studio in Terni. A mio vedere corrispondeva al titolo da me immaginato. Quella incisione, ora in copertina, che ne è una seconda identica versione ma acquarellata, rendeva pienamente i miei stati d’animo, i chiaroscuri della mia vita, le luci e le ombre create da una luna danzante nel suo percorso attraverso un bosco, animato da leggiadre presenze femminili, assorte o noncuranti, sino al suo limitare.
 
Queste leggiadre figure femminili hanno avuto ovviamente un senso per Fabri, ma anche per te, poiché il fatto che l’immagine renda pienamente i tuoi stati d’animo dimostra che la donna, con la sua grazia, è una presenza costante nel tuo pensiero. Considerato che la tua poesia rappresenta i tuoi ricordi, con temi ricorrenti come la morte e l’amore, l’eros e thanatos degli antichi, quale importanza ha rivestito per te l’altro sesso e quanto ha concorso a delineare la tua vita?
 
Non è semplice per me tracciare una linea di demarcazione tra le due domande e risolverne in poco spazio la portata. Dato il continuo o quasi cambiare regione, città, ambiente, se si considera l’influenza in famiglia di un rapporto madre/padre costruito sull’instabilità e la discontinuità della residenza,  sono stato costretto ancora adolescente a fare delle scelte ben precise. Optando per una vita quasi indipendente a fianco di mio padre, devo dire che l’importanza del mio rapporto con l’altro sesso è emersa in modo tangibile alle soglie dei vent’anni, mentre ha concorso in modo fondamentale a tracciare i percorsi e i confini della mia esistenza solo dopo la laurea e l’ingresso nel mondo del lavoro. Tralasciando i primi approcci con l’altro sesso sul piano del ’cameratismo’ liceale dove di solito faceva la differenza la mia maturità di profugo-traslocato, abituato a fare e disfare, trovare e lasciare, spesso perdere amicizie cosiddette inseparabili, un attributo che mi rendeva interessante era la mia camaleontica capacità di ambientamento e la possibilità per le rappresentanti indigene, anche meno giovani, di vivere e godere delle mie esperienze. Il che mi poneva spesso su un gradino più elevato di importanza in diverse occasioni. La mia storia, senza alcun abbellimento voluto, nuda e cruda, affascinava le più o meno giovani e leggiadre, ma non sempre disponibili, appartenenti all’altro sesso. Il rovescio della medaglia, ancor più evidente, nei primi anni di università, era dato dal fatto che mentre mi era quasi naturale stringere rapporti duraturi, quasi indistruttibili fondati sull’amicizia, l’affetto e la solidarietà con una o più femmine, anche di facoltà diverse, non riuscivo a capire l’effimero e il passeggero di un rapporto più coinvolgente con una donna. Qualcosa mi sfuggiva, davo troppa importanza a certi valori, mentre sottovalutavo, o trascuravo la fisicità di un legame più approfondito. Questa specie di illuminazione, il tutto potrebbe  sembrare anche divertente se non buffo, mi venne dalla lettura di un testo ritenuto fondamentale in Francia e altrove, scritto da una donna e per le donne (…così si pensava) ma tutto da approfondire per quanto mi riguardava, per conoscere quello che non avevo mai assimilato delle mie conoscenze in campo femminile. “Le deuxième sèxe” di Simone de Beauvoir. Lo lessi con l’intensità e l’attenzione che di solito riservavo a scrittori del calibro di Pratolini, Pavese, Moravia, Levi…e ne fui talmente preso tanto da indirizzare a Gallimard, l’editore, una lettera diretta all’autrice per spiegare il mio entusiasmo e l’enorme interesse destato in me da quell’opera. Tornando alle questioni ‘de quo agitur’, poco tempo dopo feci la conoscenza con la persona che, impersonando a tutti gli effetti l’essere femminile concettualizzato dalla S. de Beauvoir, avrebbe radicalmente cambiato il mio modo di pensare all’altro sesso e a come, anche la molteplicità dei rapporti sino ad allora intrattenuti, mi avesse condotto alla generalizzazione di un concetto volgarmente prevalente. Stretto da un legame a volte anche impossibile da vivere in un ambiente dalla mentalità ristretta, cui quella persona apparteneva, pur essendo entrambi consci delle nostre possibilità di superare certi preconcetti e di essere destinati a diventare un “tuttuno”, le nostre forze si infransero sulla misera scogliera del distacco, dovuto al mio forzato abbandono della sede universitaria e alla conseguente incapacità, onestamente per entrambi, di continuare a gestire a distanza un amore, un rapporto, viscerale e completo, che sembrava imperituro. La storia non è così semplice: ad essa seguì per me un periodo che oggi vorrei considerare superato dagli eventi successivi, ma sei anni della mia vita si erano dispersi nel vento gelido di un inverno indimenticato. Nel breve volgere di un estate, l’ingresso nel mondo del lavoro mi fornì il destro per cercare di riemergere da un specie di letargo sentimentale, dal totale o quasi disinteresse per  relazioni che superassero anche di poco l’offerta di un amplesso a buon mercato, condito da un minimo di interesse culturale e da un accattivante, quanto sapiente, presenza fisica che appagasse il mio ego di sciupafemmine. Non fu facile far sì che la mia persona si rivalutasse alla ricerca di quei valori quasi obsoleti. L’amicizia e la solidarietà incontrate, senza una ricerca precisa,  nei rapporti con le mie collaboratrici di tutti i giorni; nel venire a conoscenza dei loro problemi di donne, spesso madri e sole, nel sentirmi utile nei loro confronti, ma spesso ero io  in difesa perché certi confini predefiniti non venissero superati, anche se poi era la solitudine cui mi ero relegato ad avere la meglio. Ma questa nuova sfera di interessi da coltivare con cura ebbe alla fine il sopravvento, e posso affermare oggi, con cognizione di causa, che fu l’incipit di una svolta determinante per la mia vita che iniziava ad acquistare giorno dopo giorno un significato preciso, un obiettivo da raggiungere: la quiete, la pace interiore, la voglia di trasmettere ad altri quello che, gli anni rubati o dispersi in inutili affanni mi avevano tolto, stava per essermi restituito. E’ storia di ieri, tanto mi sembra vicina, ma venticinque anni fa un nuovo, meditato e voluto, rapporto con l’altro sesso ha fondamentalmente cambiato la mia vita.
 
Ho visto giusto, quindi, e quanto hai scritto si desume indirettamente da alcune poesie di questa silloge, dove si avverte, più che l’amore, il bisogno di amare, la ricerca di un rapporto più coinvolgente, quasi un approdo a cui giungere in una vita non dico tanto avventurosa quanto piuttosto movimentata. Ho scritto nella precedente domanda eros e thanatos, una contrapposizione di fatto fra la vita e la morte.
All’eros hai risposto, ma che hai da dirmi sul thanatos? E’ forse quel timore inconscio che è in tutti gli uomini, o è qualche cosa di più profondo?
 
Credo di avere letto anche troppo in materia, ma è stato molto tempo fa per cui certe riflessioni e osservazioni nel tempo si sono decantate lasciandomi quasi disincantato rispetto a un fenomeno che, quali che siano gli eventi che lo determinano, appartiene di diritto all‘esistenza di tutti. Libido e thanatos, segni contrapposti e inevitabili di un percorso comune che unitamente alla destrudo, questo impulso inarrestabile per taluni all’autodistruzione, affiorano sovente in quello che scrivo perché mutuati, forse anche istintivamente, e poi elaborati da un attenta lettura di quegli autori contemporanei, più vicini al mio modo di pensare, che ne hanno fatto un elemento risolutore di certe loro opere e anche della loro storia. Solo per farmi comprendere alludo a Drieu La Rochelle – Fuoco Fatuo – e Cesare Pavese – Il mestiere di vivere – . Per diverso tempo sono stato affascinato in modo preoccupante dall’idea del suicidio cercato non come un ultimo gesto disperato a fronte di situazioni irrisolvibili. Quello che intendo è togliersi la vita come ultimo atto vitale lentamente maturato nel vuoto progressivo di un esistenza in cui si è speso tutto annullandone il significato. Il vuoto prima, il vuoto dopo. C’è una frase che spesso ricorre in diverse occasioni… “eh sì… ha fatto una bella morte” sovente accompagnata da parole di cordoglio che preferisco non citare. In quello che scrivo, in poesia, la morte non è semplicemente un evento: è un qualcosa di reale costruito fisicamente con una collocazione ben precisa, come il sole, la luna, la carne… e gli aggettivi, pochi, che la connotano sono quelli che si attribuiscono di solito a persone o cose inanimate. Ma non è un timore inconscio…se mai una certezza con una scadenza purtroppo a volte imprevedibile. 
 
Altre caratteristiche di questa silloge sono il fluire lineare del tempo, un tempo non figurato secondo il concetto umano, ma sulla base di quello che veramente è, vale a dire un succedersi costante di fatti, nonché un richiamo forte alla natura, di cui l’uomo è parte e non certo dominus. Sono elementi che mi trovano in accordo e in fin dei conti l’uno e l’altro rientrano di buon diritto nel decorso naturale di ogni cosa. Se ci addentriamo di più nell’argomento, sorge spontanea una domanda: che cosa rappresentano per te il tempo e la natura?
 
Il tempo è l’oceano della vita. Non è il mare della vita. Nella sua immensità ha pur sempre una definizione fisica, una collocazione se vogliamo anche ideale ma dove esistono un principio e una fine. Dal punto di partenza: una terra sicura che ognuno può individuare e datare, al punto di arrivo, ancor più terreno e databile, ma non certo. Durante la traversata o la navigazione - lo scorrere del tempo - può succedere tutto. Correnti contrarie o favorevoli, burrasche improvvise, tempeste e lunghe attese quando la natura decide di concederci una pausa opportuna per riflettere sulla rotta intrapresa e volendo, se è possibile, anche modificarla. Ma l’oceano non è mai fermo: la calma apparente prelude sovente a nuovi sviluppi, repentini e impensati. E’ il gioco della vita dove alla fine non si vince e non si perde. Qualcuno colto da un’onda più violenta e improvvisa finirà sfracellato su una scogliera. Altri approderanno serenamente alla riva sognata, altri ancora dispersi nella nebbia non si capaciteranno mai del punto dove hanno toccato terra. Ed è la natura a far da corollario al movimento del tempo, segnando le stagioni dell’uomo, amministrando le forze occorrenti durante il percorso, offrendosi come amica o nemica, ma sempre giusta, avveduta, amministratrice di tutte quelle risorse occorrenti perché la navigazione intrapresa, con pari opportunità, non si trasformi in catastrofe consentendo ai soli “rari nantes in gurgite vasto” di poter continuare a fruire delle energie necessarie alla sopravvivenza.
 
Dunque convieni con me che la misura del tempo della natura è diversa da quella che usa l’uomo e quindi già in questo si nota un contrasto insanabile. Fino a non molti anni fa, soprattutto nelle campagne, il lavoro era scandito dal movimento del sole nella giornata, mentre oggi ci è indifferente, anzi tendiamo ad accelerare, in modo che separandoci dal corso naturale finiamo con il diventare nevrotici. Secondo te, poiché generalmente un poeta ha la capacità di vedere oltre l’apparenza, dove sta andando oggi l’umanità?
 
Se devo essere sincero quello che mi viene in mente è dove non sta andando…a diciotto anni ho letto e tradotto - all’epoca si usava così - il De rerum natura di Lucrezio. Quindi sono stato invitato ad esporre il mio pensiero in un componimento nel quale mi si chiedeva di avvalorare o meno le teorie che il poeta e filosofo latino, mutuandole da Epicuro, cercava di divulgare usando le sue composizioni in esametri per renderne più facile la comprensione. In piena crisi esistenziale mi fu facile assimilare la raffigurazione di un uomo soggetto in tutta la sua misera condizione di mortale alla titanica tragedia della natura universale, un uomo drammaticamente solo perché abbandonato dagli dei. Chiaramente il pensiero di Lucrezio si distaccava da quello materialistico di Epicuro: la sua visione melanconica dell’uomo che, figlio di un madre terra distratta e assente, poteva assurgere a una valenza esistenziale tale da porsi de visu a confronto con gli dei, per approdare a un pessimismo senza rimedi tale da spingerlo a formulare, tra i primi credo, se non il “perché sono nato?” l’idea “che male sarebbe stato non nascere”. In sintesi in quel componimento avevo espresso, con forza, che mi aveva colpito di più la percezione di entrambi, al di là degli esseri meritevoli di sopravvivere per saggezza o per ingegno, di un orizzonte che andava disegnandosi per l’uomo comune, per l’umanità nel suo complesso, esistenziale sì ma privo di senso per i non saggi, i soli cui sarebbe stato dato di vedere la luce. L’insegnante al termine della valutazione del mio scritto, per quello che posso ricordare mi disse di avere trovato in me un nihilista, agnostico, fortemente attratto da J.Paul Sartre e che avrei fatto meglio a dedicarmi a letture più riposanti.
Questo lungo preambolo per dire cosa?
L’entusiasmo “politico e sociale” di quegli anni che preludevano al boom economico, con già alle spalle  un’Italia in ginocchio, quasi dimenticata, e il piano Marshall chiuso in un cassetto, si trasferiva anche in classe e forse Tito Lucrezio Caro dava fastidio. Ma a me dava fastidio che chi aveva partecipato alle proteste (se così era lecito definirle) per i fatti di Ungheria si fosse poi ritrovato una nota in condotta; che nessuno riuscisse ad ottenere un commento sulla guerra di Indocina, quella di Algeria, o i massacri che avvenivano in Kenia, mentre i civilissimi Lords Inglesi perdevano le loro immense proprietà  a causa di una volgare banda di ladroni guidata da un pazzo criminale, tale Jomo Kenjatta, definito dai giornali inglesi “il signore della morte”, laureatosi in Inghilterra 1937, e divenuto poi primo presidente del Kenia indipendente nel 1964. Anche allora qualcuno si poneva la domanda: ma dove va l’umanità? E anche dopo; il sorgere e lo sparire di democrazie fatiscenti e dittature da avanspettacolo non meno pericolose, il nascere di imperi economici, immense cattedrali del profitto, organi di controllo potentissimi e inattaccabili anche quando era in gioco la libertà e la dignità dell’uomo qualunque, quello che moltiplicato per qualche miliardo darebbe luogo fisicamente come risultato all’UMANITA’, forse un numero più elevato di qualcuno a me non sembra che si sia posto il problema. E si potrebbe continuare sino ai giorni nostri, ai vari G8 sparsi qua e là per questa grande magnifica terra ormai  prossima (fra 100 - 500 – 1000…e più anni non importa) al collasso per chiederci ancora: dove va questa umanità? Non si può essere ottimisti, quando questo succede anche in una piccola umanità, scelta a campione, dove però si incontrano le stesse prevaricazioni sull’operato dell’uomo, sulla sua dignità di nato libero, e gli si impedisce di parlare, vivere in modo libero e costruttivo per sé e i propri figli. In apertura ho detto che mi sarei posto il quesito inverso, apparentemente più facile, ma non è così: se l’umanità non prende coscienza dell’unica direzione possibile che forse ci riporta alla prima dichiarazione dei diritti dell’uomo o a modelli di civiltà pregresse dove forse quel concetto aveva  già un peso morale non indifferente, NOI, L’UMANITA’, faremo in senso inverso il cammino tracciato da Kubrick in “Odissea dello spazio 2001” dal robot omicida e autodistruttivo alle prime armi, quelle enormi clave impugnate dai nostri progenitori. E sarà di nuovo il CAOS.

Pure a me è caro, scusa la cacofonia, Tito Lucrezio Caro. E in questo quadro a tinte fosche, che senso può avere ancora la poesia?

Vorrei, se mi è consentito, riprendere in questa sede alcune considerazioni  da me fatte per rispondere a una domanda, sorta improvvisa, mentre rileggevo alcune pagine di Dylan Thomas: perché la poesia?

Nella mia arte scontrosa o mestiere…” così il poeta identifica lo scrivere in versi che abbracciano l’umano in tutte le sue posture e dice di una fatica…mai smessa. Viene proprio da credergli. Se mai qualcuno di chi mi legge ha preso una penna in mano, cercato disperatamente un pezzo di carta, qualunque, perché un insopprimibile voce, gli alitava dentro partendo dal cuore per unirsi al cervello…se questo è successo, allora: “non per pane o  per ambizione…e vender fascino” qualcosa di vivo e immarcescibile si è prodotto e tradotto su quel pezzo di carta. Scrivere dei fatti degli uomini non era solo dato ai cronisti,  masticatori di parole, pazienti e forse imparziali, dei secoli addietro che si imbarcavano su navi agguerrite con programmi precisi per dire, raccontare che si sa bene (o quasi) da dove veniamo, ma non dove siamo diretti. Ci sono esseri umili e forti, con memorie infinite, che tracciano segni indelebili sulla carta del passato mentre guardano al futuro, per quanto precario e caduco possa essere un cuore che batte. Loro che guardano ai morti sanno di essere vivi, custodi anche infedeli, di vite trascorse nell’essere e il nulla. Vorremmo chiamarli poeti? Perché la poesia in loro si svela a volte anche discreta? Non sono semplici quesiti che l’ozioso osservatore si pone, intorno al quale ruotare pensando: a che servono?...a chi servono?...quale il senso del loro andare con le lanterne in mano su infidi percorsi ma con passi sicuri? Non è qui il caso di tener conto di risposte scontate, ma un fine, uno scopo…certo chi scrive in versi se lo pone. A volte anche lo esplicita. Dylan Thomas scrive, lui dice: ” Non per il superbo, né per i morti…ma per gli amanti, che non pagano lodi né salario e non si curano del mio mestiere o arte…”. E’, se si vuole, un rivendicare con forza il valore della poesia, certo non quella adulterata dei poeti di corte o di certi vati, da salotto, di italica memoria.
Anch’ io poeta, che pure in versi tronchi e sgraziati metto la mia vita e quella altrui, umilmente a volte ancora mi chiedo: “perché la poesia?” questa angosciante parola che posto ha? Viene prima o dopo che il bianco si cancelli sotto la penna?
 
Se vogliamo valutare qualsiasi forma d’arte dal punto di vista del profitto i poeti, tranne rari casi, soprattutto in un lontano passato, sono dei travet, ma l’essenza propria dell’esprimersi in versi consiste in un dono che l’autore, facendolo a sé, lo estende sempre anche ad altri. In un’epoca come la nostra, in cui il profitto e l’apparenza sono i punti di riferimento, scrivere poesie può sembrare assurdo, ma invece è l’unica autentica forma di libertà, al di fuori degli schemi aridi che il sistema di vita propone. Il problema è un altro ed é dato dal fatto che un numero crescente di individui rifiuta questo dono, e non solo per pigrizia mentale, ma perché non ha prezzo. Le tue citazioni di Dylan Thomas mi hanno fatto venire in mente questo poeta gallese, un autentico bambino prodigio in campo poetico, dalla vita sregolata e che ricorreva a ogni mezzo per farsi mantenere, giacché anche allora chi scriveva in versi, pur se a livelli elevatissimi, dagli stessi non ritraeva vantaggi economici diretti. Ecco, questi tuoi riferimenti a un autore del XX secolo fanno scattare un’ulteriore domanda: secondo te qual è stato il più grande poeta del XX secolo e perché?
 
Per riprendere brevemente… Quasimodo ha scritto: […] Chi sono questi poeti e che cosa rappresentano nel mondo contemporaneo? Giocano con le ombre in pure forme d’arte, o, attraverso uno svolgimento di conoscenza e le temporali determinazioni, congiungono vita e letteratura?[…] Ma la letteratura <>, mentre la poesia< < si fa>>. Il poeta non esiste come partecipazione letteraria se non dopo la sua esperienza d’<>…il poeta modifica il mondo con la sua libertà e verità.[…]ll poeta non ‘dice’ ma riassume la propria anima e la propria conoscenza, e fa ‘esistere’ questi suoi segreti costringendoli dall’anonimo alla persona.[…] La poesia è l’uomo…e scrivere poesie è l’unica autentica forma di libertà. Come è detto più sopra. Le parole di Quasimodo che mi sono permesso di stralciare dal suo Discorso sulla poesia (da Il falso e vero verde - Mondadori 1966 -) mi riportano a quanto personalmente tengo a confermare nella scelta di quello che a me pare essere stato il poeta più significativo del secolo scorso. Il poeta che lo stesso Quasimodo ci ha permesso di conoscere e approfondire attraverso alcune sue traduzioni: Pablo Neruda. Se la poesia è l’uomo… pochi, come questo monumento di impegno sociale e politico, con l’amore viscerale per la cultura dell’essere umano, della sua carne, e del suo anelito vitale per la libertà sotto tutte le bandiere, sono quelli che meritano di essere così riconosciuti. Amo Neruda e lo porto nel cuore e non me ne vogliano Garcia Lorca, Bertolth Brecht, Cesare Pavese, Costantino Kavafis, P.P. Pasolini, Alfonso Gatto e, chiaramente, Salvatore Quasimodo che, per un’affinità elettiva, sono da sempre  voci amiche a lenire la mia solitudine.
 
Nella prima risposta hai citato un pittore, Otello Fabri,  che hai avuto l’opportunità di conoscere tanto da instaurare con lui un vincolo d’amicizia e di cui alcuni lavori sono parte integrante della silloge La luna al traguardo del bosco. Quello che i lettori, però, forse non sanno è che tu e questo artista, scomparso nel 2001, avete dato vita a un’opera di grande formato (Frammenti), in cui è presente una contemporaneità fra poesia e pittura, un po’, e mi scuso per il paragone, un’unione fra paroliere e musicista, anzi nel caso specifico, al posto del compositore, un maestro di arti figurative.
Quale è stato lo scopo di questa pubblicazione e dalla vostra reciproca conoscenza e frequentazione che benefici ha avuto il tuo estro poetico?
 
Il progetto di pubblicare una silloge di miei versi è nato da un‘idea di Otello Fabri nel dicembre 1984 quasi immediatamente dopo aver letto il manoscritto che gli avevo spedito, dopo avergliene fatto leggere una parte durante una visita a Terni nel mese di Novembre. La contemporaneità esiste, anche se io non ero presente, perché il mio caro amico, come si può leggere in alcune sue lettere e proposte, pensando che i miei versi, a una prima lettura meritassero la stampa, nello stesso tempo provvedeva già a studiare come illustrarli nel modo che più riteneva consono alle sue capacità di disegnatore e incisore, al punto che in nemmeno “una mesata”, come mi fece sapere per iscritto, aveva illustrato quasi una cinquantina di mie “composizioni” e subito  dopo me le aveva inviate in fotocopia. Il tutto era stato improvvisato sullo stesso foglio di carta su cui la macchina da scrivere aveva lavorato e così è rimasto. Occorre leggere le pagine di Frammenti per comprendere quanto questo lavoro di getto non sia abituale, anzi. Questo aspetto inconsueto è stato messo in rilievo dal Prof. Elio Pecora durante la presentazione del volume a Terni. Ma non è il solo: il progetto non ebbe un seguito per diversi motivi, ferma restando la volontà del pittore di dare una giusta collocazione al suo impegno e un riconoscimento anche se tardivo alla mia opera, Otello Fabri continuò a pensare alla maniera migliore per presentare gli elaborati scritti unitamente alle sue magistrali invenzioni grafiche e alla fine riunì il tutto in una serie di cartelle, numerate e firmate, di squisita fattura. Ma di Franco Seculin si era persa ogni traccia e Otello Fabri non poté mai sapere quanto io avrei apprezzato il suo lavoro. Lo scopo di questa pubblicazione “postuma” fortemente voluta dal figlio Franco Fabri e chiaramente anche dal sottoscritto, una volta rintracciato in modo piuttosto singolare, è stato, ed è tuttora, quello di onorare la memoria di questo grande artista che nelle mie parole ha intravisto la possibilità di dare veramente forma a una grande amicizia con una strana e quanto mai efficace alchimia di segni e di parole…”Frammenti” per l’appunto. Aver conosciuto una persona come Otello, averlo frequentato con assiduità per un periodo di circa quattro anni, essere riuscito a comprendere le sue ansie, i suoi timori, la sua voglia inestinguibile di sperimentare e di affrontarsi sulle invenzioni cromatiche, anche su percorsi già tracciati cercando di essere “solo nella sua arte” nel modo che più lo soddisfaceva…questo contatto con il suo lavoro, quando mi era concesso, mi ha insegnato che anche con le parole si possono creare i suoni e i colori di quell’universale cui lui tendeva aiutandosi con la lettura di Gatto, Quasimodo e altri, o ascoltando insieme a me Rachmaninoff, Vivaldi, Prokofiev, dopo aver parlato di Daly, Kandinsky e Kokoshka. Certe parole non mi sarebbero mai riuscite così dolci o dure, certe immagini sarebbero ancora in volo in attesa di un gesto che le catturi, certe mie malinconie non porterebbero il segno dell’amore e l’amicizia che gli devo.
 
E ora, purtroppo,  siamo all’ultima domanda di questa intervista veramente piacevole e  interessante. Potrei chiederti a cosa stai lavorando, se hai in progetto pubblicazioni, ma sarebbe un discorso di routine che chiuderebbe in modo banale un colloquio che è stato tutt’altro. Io ho invece pensato al tuo peregrinare, a questa tua vita che è stato a lungo erratica e allora mi viene spontaneo chiederti che cosa si prova quando finalmente si perviene a una base sicura e in campo poetico che effetto ha avuto su di te questa certezza di non dover più andare?
 
Sono e resterò un irrequieto, per natura o per vocazione. Non ho mai messo radici o creato legami dai quali non potessi liberarmi, anche se questo non è il termine esatto che rappresenta l’aver preso certe decisioni quando capivo di non aver più interesse a restare in un certo ambiente o avevo forte il desiderio in me di un cambiamento radicale. In questo sono stato influenzato da avvenimenti anche estemporanei oltre che dalla mia voglia di affrontare situazioni diverse sul lavoro.  Ma alla “base” ci sono arrivato per convinzione, per mettere un punto fermo nella mia vita e iniziare un nuovo percorso, con delle nuove responsabilità e possibilità di ricerca di fare esperienze più significative sul piano umano facendomi coinvolgere profondamente dal valore della famiglia, di una mia famiglia. Tutto ciò mi ha reso più creativo, più attento alle sfumature della vita, più incline al rapporto con il sociale e di conseguenza il mio sentire e scrivere si è modificato maturando altre emozioni, anche nella ricerca di nuove esperienze e tentativi in campo narrativo, con un occhio al passato, alla memoria storica dei miei rapporti con la realtà, e con la convinzione di potermi rinnovare e ritrovare anche su un terreno che, al momento, mi appare meno istintivo e complesso della poesia in senso stretto.
 
Grazie, Franco, per questo dialogo a cui hai apportato tutta la tua esperienza di uomo e l’estro del poeta. E’ il momento dei saluti e ti dico arrivederci, magari per un’altra intervista relativa una nuova opera; per questa che ci ha occupato piacevolmente ti formulo invece tutti gli auguri possibili.

La luna al traguardo del bosco
di Franco Seculin
Immagini di Otello Fabri
Edizioni Sabinae
www.edizionisabinae.com
Poesia silloge
Pagg. 58
ISBN: 9788896105214
Prezzo: € 12,00

 
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:: Renzo Montagnoli
Renzo Montagnoli nasce a Mantova l’8 maggio 1947. Laureato in economia e commercio, dopo aver lavorato per lungo tempo presso un’azienda di credito ora è in pensione e vive con la moglie Svetlana a Virgilio (MN). Suoi racconti e poesie sono pubblicati sulle riviste letterarie Isola Nera, Prospektiva, Writers Magazine Italia e Carmina. E’ il dominus del sito culturale Arteinsieme (www.arteinsieme.net). Blog:  http://armoniadelleparole.splinder.com  
WEB: www.arteinsieme.net
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