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2009
4
Apr

Intervista a Fabrizio Manini

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Autore della silloge poetica Tentazioni, edita dal Foglio Letterario.

Tentazioni, un titolo del tutto particolare per la tua ultima silloge. Ce ne vuoi spiegare il significato?

 

Chi non ha mai avuto delle tentazioni durante il corso della propria vita? Chi non ha mai voluto fare qualcosa che sta particolarmente a cuore o soltanto per il gusto di farla? Tenendo ben saldo il principio che niente avviene per caso, nonostante i motivi reali degli accadimenti quasi sempre ci sfuggano, le tentazioni che ho proposto in questo libro andrebbero viste come sogni e aspirazioni da realizzare o più semplicemente come bisogni o desideri di fare. La tentazione in sé, con il suo carico di aspettative, corrisponde alla volontà di agire, di variare, di creare il nuovo (che appare più piacevole e più tollerabile) e contemporaneamente di allontanare il vecchio (che invece sembra dannoso, soffocante e insopportabile); il tutto però mantenendo la memoria di ciò che è stato e riconoscendogli la funzione di stimolo verso il cambiamento auspicato. In altre parole le tentazioni vorrebbero anticipare il futuro, un futuro costruito in base a ciò che è stato il passato o, per meglio dire, in base a ciò che non è stato il passato, nel senso che per creare la novità bisogna ben conoscere che cosa ha avuto luogo in precedenza; questo per non ripetere gli stessi errori e per non trovarsi ancora nelle situazioni sconvenienti che si sono già vissute. Le tentazioni quindi sono reazioni, per ora soltanto teoriche, a tutto o quasi quel che è stato il passato. Non è detto che accadano, tantomeno che si riesca a metterle in atto, ma senza dubbio alcuno è preferibile tentare e fallire che non tentare affatto.

 
 
Spiegazione esauriente e sul cui contenuto concordo. Tuttavia, mi sembra di aver interpretato la silloge come un desiderio di cambiare, ma con la quasi certezza che ciò sia impossibile. Quindi queste tentazioni resterebbero allo stato puramente velleitario di tentativi. E’ cosi? E se è così, perché questo pessimismo radicato con cui affrontare il futuro, pur cercando di cambiare, ma nella già permeata disillusione che ciò possa avvenire?
 
Il desiderio di cambiamento, in generale, è insito nella natura umana; gli insofferenti lo manifestano più apertamente, i rassegnati tendono a reprimerlo, ma credo di poter dire che permane comunque, sia pure in forme diverse. E non penso neanche sia una caratteristica legata all’età degli individui perché la sete di conoscenza è rintracciabile più o meno ovunque. Per tornare alla silloge c’è effettivamente una quasi certezza che il cambiamento desiderato sia impossibile, ma il punto nevralgico è proprio quel “quasi”; poiché (direi fortunatamente) non ci è dato di conoscere il futuro, non è possibile sapere se davvero riusciremo o meno a realizzare il “nostro” cambiamento. Il pessimismo con cui si affronta il futuro è dovuto a una molteplicità di fattori, ad es. la realtà sociale concreta che vediamo/viviamo all’esterno e i tratti di personalità di ciascuno, i quali mescolati insieme producono reazioni dissimili alle nostre percezioni e all’attuale stato di cose.
Queste tentazioni hanno la peculiarità di essere radicali e, come se non bastasse, vorrebbero vedersi realizzate in tempi relativamente stretti. È questo che le rende di difficile esecuzione in quanto molti potrebbero non comprendere né approvare certe esigenze e quindi opporvisi in maniera strenuamente ostinata. Vorrei tuttavia dire questo: malgrado le due caratteristiche limitanti appena espresse che ne ostacolano la messa in opera e nonostante una certa disillusione visibile nei testi, l’esortazione è quella a insistere nei tentativi, a non fermarsi di fronte agli impedimenti e soprattutto a rigettare la sconfitta.
Se c’è ragionevolezza il cambiamento si ottiene gradualmente con la persuasione e la partecipazione, se non c’è, per i più disparati motivi, si ottiene anche con la distruzione (a cui ovviamente segue la ricostruzione), con tagli netti e irreversibili, con atti di forza che sembrano illogici e insensibili. Il grande limite di questa concezione però, sono il primo a rendersene conto, è che questi cambiamenti sono del tutto egoistici.
 
 
Tu dici che questi cambiamenti sono egoistici, ma dato che interessano solo l’individuo, pur dovendo tener conto della massa delle realtà soggettive che lo circondano, mi sembra che non costituisca un limite, a meno che questa trasformazione non venga effettuata in accordo e con l’aiuto di altri individui, il che è utopistico. Al riguardo che cosa hai da dire?
 
Ogni individuo ha un suo sogno da realizzare; vedo esageratamente difficile che due sogni possano coincidere in toto. Se andiamo a sviscerare bene le nostre aspirazioni una qualche differenza emergerà sempre. L’egoismo a cui accennavo è dovuto proprio a questo, cioè al fatto di voler realizzare qualcosa senza tener conto delle realtà soggettive degli altri. D’altra parte siamo costretti a comportarci in questo modo, perché se prendessimo in considerazione tutte le istanze provenienti dall’esterno (vale a dire dagli altri) il cambiamento non avrebbe mai luogo. In questo senso la massa è limitante. Inoltre l’aiuto degli individui altri da sé non è mai del tutto sicuro; mettersi nelle mani di altri dando senza remore la propria fiducia, anche se si tratta di una cerchia selezionata di individui, non dà sufficienti garanzie di riuscita. L’accordo con gli altri non è condizione né necessaria né sufficiente per cambiare o per realizzare i propri desideri.
 
 
La tua silloge non parla del trasporto del caffè dalla piantagione al commerciante, né parla dell’amore come sentimento a sé stante, ma in buona sostanza riflette questo desiderio di svolta da dare alla tua vita. Mi viene allora spontanea una domanda: che cos’è per te la vita? E ne aggiungo un’altra: qual è per te la miglior vita, scusandomi per aver preso a prestito il titolo del più bel romanzo di Tomizza?
 
La vita… sai che non lo so? Mi verrebbe da dire che la vita si può assimilare alla ricerca. Sia la ricerca di quel che conosciamo ma che non abbiamo mai avuto (in sostanza di quel che abbiamo soltanto visto) sia la ricerca di quel che non conosciamo affatto. Credo si possa dire che abbiamo il dovere di migliorare la propria vita, o comunque di provare a cambiarla secondo i nostri gusti, le nostre credenze, le nostre aspettative. Dico questo perché non ho ancora trovato nessuno che si possa ritenere completamente soddisfatto di ciò che è e di ciò che ha. Nel corso della ricerca di cui sopra la vita quindi diviene un tentativo di modifica di uno stato di cose, il quale si traduce in un compromesso da negoziare con gli altri, con la specifica però che tale contrattazione abbia degli sviluppi che approdano a qualcosa. Sfortunatamente fin troppo spesso non è così, nel senso che la concertazione viene a mancare; in questi casi, che rappresentano la maggioranza, pur ascoltando e valutando le altrui proposte, bisogna andare avanti per la nostra strada e dare un po’ di appagamento all’amor proprio. In altre parole quel che è giusto/bello/piacevole per me, può non esserlo per gli altri, ma guai a rinunciare ai nostri sogni soltanto per compiacenza. Talvolta il giusto/bello/piacevole mio può danneggiare gli altri, ma questo fa parte del gioco della vita. Troppi scrupoli generano solo rimpianti.
Non ho una ricetta per definire la miglior vita e neanche una formula per crearla. Ribadisco che in primis è imprescindibile il rispetto di se stessi. Un rispetto che va creato anche concedendosi delle soddisfazioni. E per concedersele bisogna fare. Quando il pensare e il ponderare hanno raggiunto il loro culmine si passa necessariamente all’azione.

Questo agire per conoscere, questa ricerca mi ricorda un po’ Schopenhauer, ma in fin dei conti l’evoluzione del pensiero umano si restringe a un confronto fra se stessi e il mondo e quindi è più che logico che ci sia una naturale aspirazione a una miglior vita, per quanto essa venga spesso in contrasto con le stesse aspirazioni di altri individui. Concordo sostanzialmente con la risposta, quindi.

La tua silloge, come anche altre precedenti, è permeata da un diffuso pessimismo, quasi che i risultati dei nostri tentativi di migliorare fossero scontati in partenza nell’insuccesso.
Chissà perché questo atteggiamento mi suggerisce la visione poetica dei simbolisti. Ho forse ragione, cioè su di te, indirettamente, i simbolisti hanno un certo ascendente? E in tal caso, ritieni la loro poetica ancora attuale?
 
A me il temine “pessimismo”, così come l’etichetta di pessimista, non è mai piaciuta. Preferisco definirmi un realista, cioè uno che riflette sul contingente, cerca soluzioni nell’attuale, elabora Tentazioni (=progetti) e cerca di attuarle. La realtà non è mai come la vogliamo, risulta complicato modificarla, spesso anche in minima parte, e di conseguenza moltissime pianificazioni sono destinate inevitabilmente all’insuccesso. È necessario crearsi dei sogni, delle chimere, chiamali come vuoi, ma sempre con un occhio all’ambiente concreto dove si opera. Questo al fine di non desiderare cose troppo inattuabili e quindi per evitarsi la conseguente tranvata dovuta all’eccesso di idealismo.
Te citi il Simbolismo. È vero. Baudelaire, Verlaine, Rimbaud (e in misura minore anche Mallarmé) hanno un ascendente gigantesco su di me. Riuscire prima a cogliere, poi ad analizzare e infine a tradurre per tutti i simboli del mondo reale, è una cosa che mi affascina in maniera irresistibile. Questo però non significa che io lo sappia fare, anzi, so che non mi riesce; i veri simbolisti erano altri. E la loro poetica continua a vivere. O almeno lo voglio credere.

L’ultima silloge che hai pubblicato è stata Grigie distese, nel 2005. Sono passati da allora più di tre anni, in cui sarai stato senz’altro impegnato anche per completare gli studi, ma penso che questo lasso di tempo sia stato dedicato, almeno in parte, alla stesura di Tentazioni. In questo senso si può supporre che sia l’opera che ti ha richiesto maggior impegno e che è anche frutto di una maturazione cosciente, non veloce, che è sempre la migliore. Ora la domanda: questo lavoro è stato frutto di una programmazione di massima fin dalle origini, oppure si è formato un po’ per volta con una certa casualità che poi hai saputo cogliere per realizzare un qualche cosa di organico che a priori non avevi costruito?

 
 
Direi che è entrambe le cose. C’è stata una sorta di programmazione all’inizio della stesura, ma alcune tematiche le ho accolte in corso d’opera. Ti dirò di più: in genere quando sono prossimo alla fine di una silloge, ancor prima di terminarla inizio già a scrivere quella che sarà la prossima, la quale ovviamente (per me) tratterà argomenti differenti dalla precedente. Anche se non è del tutto definita l’organicità della successiva so già, in linea di massima, cosa intendo scrivere. Poi è chiaro che durante la stesura vengono a proporsi idee anche distanti da quelle iniziali per cui cerco una certa convergenza fra i vari pensieri che mi vengono in mente e mi sforzo di trovare un compromesso accettabile. Potrei quasi dire che faccio questo per coerenza nel senso che, come ho specificato prima, la vita è ricerca e io tento (ma non so se davvero mi riesce) di indagare i molteplici aspetti di una realtà versatile come quella in cui ci troviamo immersi e che siamo, nostro malgrado, costretti a vivere/subire.
 
Appurato quale è il tuo modus poetandi, passo a una domanda di carattere generale, che è abbastanza ricorrente, perché la giudico importante. Che cos’è secondo te la poesia?
 
Le domande più semplici sono quelle che mettono più in difficoltà. Potrei rispondere che la poesia è il rifugio delle persone sensibili che non accettano le brutture del mondo, ma oltre che retorico sarebbe anche banale e risibile. E ugualmente dire che si tratta di una forma d’arte o di una filosofia di vita o di una modalità espressiva mi sembra una risposta molto mediocre e scontata. Probabilmente la poesia è queste cose, ma è anche ciò che ciascuno la fa essere.
Per quanto mi riguarda è una sorta di bisogno interno, qualcosa che proviene dall’intimo e che deve essere “buttato fuori”. Credo che sia un bisogno comune a molti, un bisogno che, almeno in me, ha trovato l’estrinsecazione nell’imbrattare fogli e nello sprecare inchiostro (questo perché io la poesia, o almeno quella che credo essere poesia, la scrivo a mano su fogli di carta e solo dopo la riverso sul pc).
 
 
Sì, convengo che una definizione univoca non sia possibile. Ecco allora un’altra domanda di carattere generale, anche questa all’apparenza semplice. Oggi, cioè in questi anni, dove sta andando la poesia? Esaurito l’ermetismo, non è nata una nuova coesione di idee che indirizzi in un solco comune le scelte poetiche, anzi ho l’impressione che si vada a tentoni, spesso spacciando per poesia ciò che non lo è. Cosa hai da dirmi al riguardo?
 
Anche io ho l’impressione che la poesia stia procedendo a tentoni. La mia passione di direttore della sezione poesia delle Edizioni Il Foglio mi porta ogni giorno a leggere una notevole mole di poesia, o presunta tale, che viene inviata dagli autori con il fine ultimo di vedersi pubblicati. Non sto a disquisire sulla qualità del materiale che perviene (la quale talvolta è anche notevole), però mi rendo conto che c’è un’eterogeneità vastissima, direi quasi allarmante se mi permetti questa espressione, per quanto riguarda le tematiche affrontate nonché lo stile espressivo. Con questo non intendo dire che le discordanze di interessi e di punti di vista siano negativi, ma semplicemente che si nota subito questa grande dispersione verso ogni e qualsiasi aspetto che si ritiene essere degno di attenzione. È vero che la diversità è ricchezza, ma questo solo entro certi limiti; l’integrazione indiscriminata non crea nient’altro che nocumento in concomitanza con la perdita di identità. Chissà che non sia propria quest’ultima, nella sua forma attuale di spersonalizzazione/alienazione, dovuta in gran parte a quel che chiamiamo “progresso tecnologico”, che porta gli autori di oggi a scrivere evitando o limitando sia i contatti sia il confronto con gli altri. Forse questa mancanza di univocità (o se preferisci di un filo conduttore che a grandi linee possa indirizzare verso qualcosa di condiviso) affonda le proprie radici in un solipsismo individualistico che viene imposto dall’esterno e al quale ci siamo assuefatti, per comodità, senza ribellarci. Al di là delle ipotesi comunque l’impressione è proprio questa, cioè che non ci siano più dibattiti fra chi coltiva ancora, o inizia ora a coltivare, questa grande passione che è appunto la poesia.

Ci sono più che fondati motivi di ritenere che la poesia sia venuta prima della narrativa. Eppure, oggi, anzi da un po’ di tempo, è un arte negletta, un prodotto di nicchia, sacrificato spesso a testi di prosa di minor valore. Anche la figura del poeta è vista quasi con un senso di commiserazione, mentre un narratore è stimato maggiormente. Questo comportamento rientra nell’ottica dei profitti e, per dirla in breve, la poesia non paga, anzi non è infrequente il caso che un poeta per vedere pubblicato il suo lavoro debba sborsare delle cifre anche non indifferenti.

Pensi che questo trattamento, o meglio bistrattamento, delle opere poetiche rispetto alla narrativa sia ricollegabile effettivamente a questo concetto di massimizzazione degli utili, oppure esistono anche altre motivazioni non meno importanti?
 
Se davvero esistono anche altre motivazioni allora devo ammettere che mi sfuggono. Oggigiorno la logica economica è preponderante in ogni aspetto dell’esistenza umana. Se a questo fatto aggiungiamo una diffusa (e inoppugnabile) “pigrizia intellettiva” che ci porta a non voler impiegare un po’ del nostro tempo per provare a capire qualcosa che è scritto in un linguaggio relativamente diverso sia da quello parlato sia da quello più immediato della narrativa, allora vediamo che un rifiuto quasi aprioristico della poesia è l’unica conseguenza che può aver luogo.
Ogni cosa viene sacrificata al denaro per cui ciò che non lo produce, o che lo produce in quantità esigua inferiore alle spese, viene ghettizzato, accantonato, combattuto, ostacolato ecc. ecc.. Lo stesso dicasi per coloro che scrivono poesia; hanno sempre meno spazio nella letteratura e per questo vengono considerati scribacchini di serie B che molto difficilmente emergono. Concordo appieno quando dici che il poeta è una figura che subisce bistrattamento e commiserazione perché fa una cosa che la massa ritiene del tutto inutile.
 
 
Purtroppo noto che concordiamo e che il poeta nella società attuale viene visto nella migliore delle ipotesi come un sognatore e più frequentemente come uno incapace di scrivere narrativa e che allora ripiega sulla poesia.
Esaurita questa silloge, che ti ha impegnato non poco, hai avviato qualche altro progetto? Insomma, dato che è l’ultima domanda, mi par giusto che si sappia se c’è qualche cosa già in cantiere, oppure di imminente avvio.
 
Sicuramente a seguito di questo ci sarà un altro progetto. Però devo dire che fino ad adesso, e in parziale contraddizione con quanto affermo sopra, è soltanto in forma teorica; in altri termini non ho ancora scritto neanche una riga. Le idee sono molte e si rincorrono ininterrotte; devo mettere ordine e fare selezione. Spero di riuscire a concludere in molto meno tempo dei tre anni che sono occorsi per ques’ultimo libro. Riprendendo la tua domanda, e considerati anche i nostri commenti precedenti, non posso non chiedermi se è giusto che “sembri giusto che si sappia se c’è qualche cosa già in cantiere”… scusa il gioco di parole, ma veramente vorrei sapere se interessa a qualcuno…
Grazie, Renzo, per questa intervista e per il tempo che mi hai dedicato.

Grazie, Fabrizio, e con l’occasione ti dico che a me interessa se c’è già qualche cosa in cantiere. Non sono che un piccolo poeta, ma amo leggere ciò che scrivono gli altri e in special modo quelli che hanno da dire qualche cosa da cui imparare.

Tanti auguri per questa tua silloge.
 

Tentazioni di Fabrizio Manini
Introduzione di Taylor Grant Hawkes
Prefazione di Renzo Montagnoli
Elaborazione grafica di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infil.it
Collana Autori Contemporanei Poesia
Poesia silloge
Pagg. 100
ISBN: 978 - 88 - 7606 - 207 – 0
Prezzo: € 10,00

 
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:: Renzo Montagnoli
Renzo Montagnoli nasce a Mantova l’8 maggio 1947. Laureato in economia e commercio, dopo aver lavorato per lungo tempo presso un’azienda di credito ora è in pensione e vive con la moglie Svetlana a Virgilio (MN). Suoi racconti e poesie sono pubblicati sulle riviste letterarie Isola Nera, Prospektiva, Writers Magazine Italia e Carmina. E’ il dominus del sito culturale Arteinsieme (www.arteinsieme.net). Blog:  http://armoniadelleparole.splinder.com  
WEB: www.arteinsieme.net
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