2009
24
Gen

Intervista a Corrado Guzzon

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autore della silloge Un gioco d’azzardo, edita dal Foglio Letterario
 
 
E tre quindi. Dopo Dovrei vivere in una vasca (Ed. Clandestine) e Un deca sul bancone (Cicorivolta), ora hai scritto e pubblicato Un gioco d’azzardo. Ce ne vuoi parlare e anche spiegare il perché di questo titolo?
 
Ebbene, sono molto contento di dare vita a questa mia terza silloge di poesie. Devi sapere che i miei primi due libri erano in gran parte una raccolta di ciò che avevo scritto negli anni passati, mentre questo che pubblico con Il Foglio contiene una produzione tutta nuova e attuale. Ecco perché ne sono molto stimolato e orgoglioso. Il titolo Un Gioco d’Azzardo prende spunto innanzitutto da una omonima poesia presente nel libro: è una poesia che parla d’amore, o, meglio, dell’amore, visto un po’ come un gioco d’azzardo. Ma l’azzardo, in questa raccolta, vuole essere un po’ un concetto trasversale. Lo troverai, leggendo, più o meno agganciato sia ai temi della poesia che della vita. Una sorta di filo sottile che li lega tutti e tre.
Il “mio” azzardo vuole essere letto come una sfida, come una prova che è giusto tentare. Parlo del “gioco dei versi”, dell’amore come un lancio di dadi in attesa del numero vincente, delle scelte esistenziali che a volte è opportuno tentare, per dare maggiore luce ai propri giorni e per superare certe monotonie.
E poi c’è il “gioco”: sì, perché nell’amore e nella vita non bisogna prendersi troppo sul serio. Come ben ha sottolineato il prefatore del libro nel suo eccellente intervento (a proposito, possiamo rivelare che sei tu?), l’ironia e la sdrammatizzazione sono strumenti essenziali quando ci accorgiamo che il tempo e il destino si prendono gioco di noi, come pedine di una commedia di cui non conosciamo il testo e dove tutto sembra o è frutto del caso.
 
 
Sì, Corrado, dici giusto che è indispensabile nella vita una sorta di autoironia, per non cadere nel perenne sconforto, e del resto questo metodo di salvezza era già stato ben delineato, per non dire canonizzato, da Hermann Hesse in un suo celebre romanzo, Il lupo della steppa. Arriviamo ora alla domanda: questo mettersi in gioco è solo in funzione poetica, vale a dire di aspirazione letteraria, o caratterizza da sempre la tua vita?
 
Ho sempre amato il gioco. Mi è sempre piaciuto giocare e, nel farlo, mi sono sempre impegnato per riuscire meglio che potevo. Sin da bambino. Il gioco per me è sacro: amo rispettare le sue regole e cercare il massimo del divertimento e del risultato possibili. Sì, perché un gioco senza regole non è un gioco: è solo un caos nel quale non mi trovo a mio agio.
Sul “mettersi in gioco” invece è diverso. Devo ammettere che, di fatto, chi scrive poesie e, soprattutto, le pubblica si mette a nudo, offre sé e la sua anima in pasto ai lettori.
Per quanto riguarda la vita in genere, non sono mai stato – per carattere - un cieco coraggioso da “o la va o la spacca”, tanto da buttarmi nella mischia per il solo scopo di provare qualcosa a me stesso o a qualcuno.
Soltanto di recente, alcune circostanze mi hanno indotto a rischiare alcune scelte, alcuni cambiamenti. E’ stato una specie di “azzardo”, appunto, che ho vissuto con la giusta adrenalina e la necessaria preoccupazione. Ma ho scoperto che a volte funziona: occorre tentare e agire, non fermarsi, valutare l’obiettivo e, perché no?, lanciarsi nella sua direzione. Se lo fai con il giusto approccio, ti sentirai più forte in caso di vittoria, mentre un eventuale fallimento sarà un inciampo che potrai presto superare.
E’ per tale ragione che, parallelamente a questo mio tempo, è nata la nuova raccolta di cui parliamo: Un Gioco d’Azzardo.
 
 
Indubbiamente tu devi molto in campo poetico a Charles Bukowski, ma com’è nata la passione per questo autore di madre tedesca e di padre polacco-americano (un bel mix), il cui nome è stato spesso associato alla beat generation, movimento a cui per periodo e località di certo non hai avuto modo di partecipare?
 
Hai, diciamo, una ventina di pagine a disposizione affinché io inizi soltanto a parlare di Charles Bukowski? Immaginando la tua risposta negativa, allora cercherò di essere sintetico e essenziale. E’ vero: a Bukowski devo moltissimo, dall’amore smisurato per la sua intera opera letteraria alla passione che mi ha trasmesso per la poesia. Il suo primo libro che lessi a diciott’anni fu “Storie di Ordinaria follia”, come per molti, credo. Il fatto è che da allora non feci altro che divorare ogni suo scritto, narrativa o versi. Cominciai a collezionare i suoi libri, arrivando alle edizioni americane, alle riviste underground, a tutto ciò che negli States circolava di o su Bukowski. Ho libri autografati e, come la copertina di Un Gioco d’Azzardo dimostra, perfino una cartolina che lui stesso mi mandò pochi mesi prima di morire, facendomi sobbalzare il cuore a rischio d’infarto…
Amo tantissimo le sue poesie. Versi chiari, lineari, asciutti, scavati nella pagina. Emozionanti e ironici, divertiti e riflessivi. Il tutto senza ombra di supponenza o di elitaria circostanza.
Non sono d’accordo nell’associare Bukowski alla Beat Generation, non c’entra nulla con quel movimento letterario. Li accomuna soltanto il periodo storico in cui entrambi hanno vissuto e prodotto la propria arte. Bukowski era un solitario e non amava particolarmente fare “gruppo” con altri poeti: con Ginsberg, Corso, Ferlinghetti e altri si conoscevano ma non condivideva il loro movimento. Forse un’eccezione fu solo Ferlinghetti, per la cui casa editrice (City Lights Books) pubblicò qualche suo libro.
Ancora oggi leggo Bukowski. Non sai, dal 1994 (anno in cui morì), quante raccolte di poesie postume sono state pubblicate: quasi una all’anno. Per la gioia mia e di tutti i suoi amati lettori.
 
 
Ancora una domanda su Bukowski prima di tornare alla tua silloge. Vedi qualcuno, attualmente, che nella scia dell’autore americano rinnovi il suo stile o addirittura superi il maestro?
 
Credo che Bukowski sia uno dei poeti e degli scrittori che ha avuto il maggior numero di “seguaci” in America dagli anni settanta/ottanta in poi: basta andare a recuperare riviste e pubblicazioni di antologie di poeti americani che da allora hanno circolato laggiù. Non so dire se, tra loro, c’è qualcuno che rinnovi adeguatamente il suo stile, io – perlomeno - non l’ho notato. Ma sono convinto che sia molto difficile ritrovare, oggi, un nuovo Bukowski, uno scrittore e un poeta di grande personalità, storia e spessore. Uno dei grandi, senza dubbio, del secolo appena trascorso.
 

Ho dato libero sfogo alla tua passione per Bukowski, ma posso immaginare che ci siano altri poeti di riferimento per te e, a parte Cesare Pavese, che mi hai indicato nel corso dell’intervista relativa a Un deca sul bancone, quali sono e perché?

Nella mia libreria c’è una piccola schiera di autori che mi hanno fatto sognare a lungo, viaggiando tra le pagine a cavallo di imperdibili storie di vita, arrabbiandomi con loro, godendo con loro, bevendo con loro, dividendoci perfino le donne o assaporando l’ultima ciliegia posta in un daiquiri sapientemente preparato da baristi esperti. Mi riferisco a Hemingway, John Fante, Hamsun, Celine, Boris Vian, Dostojevskij, Carver ecc. Non ci sono soltanto questi, naturalmente. Ma, diciamo, che le mie letture sono nate con loro. E come puoi notare sono perlopiù “romanzieri” o autori di narrativa. Oltre a Bukowski, il poeta che più mi ha influenzato è Cesare Pavese come hai ben ricordato. La sua poesia “narrativa” è densa di ritmo, musicalità, ricca di personaggi e racconti: la fotografia del mondo di “Lavorare stanca” è da incorniciare, sotto questo punto di vista. I suoi versi corrono veloci, ti prendono per mano e mentre ti insinui, ad esempio, nei “Pensieri di Deola” o ti accompagni ai “Fumatori di carta” o ancora ti soffermi nell’Incontro, senti il senso della poesia che permea ogni verso, finché ogni quadro che si compie all’ultima parola ti lascia l’incanto che attendevi: un respiro sospeso, uno sguardo di malinconia, un pugno nello stomaco o una confusa dolcezza.
Queste sensazioni non le ho trovate spesso in altri poeti, in maniera così massiccia, diretta e costante. Ti racconto un aneddoto: anni fa ebbi l’occasione di frequentare Fernanda Pivano (che tu conoscerai benissimo) e una sera, a cena in un ristorante milanese, mi pose la stessa domanda che ora mi fai tu. Le dissi queste identiche mie impressioni su Pavese e sulla poesia: mi ascoltò con un’attenzione particolare e alla fine mi sorrise, con la dolcezza che caratterizza il suo splendido viso e mi disse: “Che Dio ti benedica, figliolo!”.
Lo sai? All’epoca, parliamo di circa 15 anni fa, le feci leggere molte mie poesie. Le analizzò tutte, verso dopo verso, con una calma e una professionalità uniche. Ricordo fece una serie di “orecchie” alle pagine di alcune poesie, altre le spostò di lato e altre ancora le lasciò nel mucchio.
Scoprii che le pagine con le “orecchie” contenevano le poesie che lei riteneva pienamente riuscite (quasi da “professionista”, disse). Le altre poste di lato avevano bisogno di ritocchi e quelle nel mucchio invece non funzionavano per niente.
Molte di quelle con le “orecchie” sono poi entrate nella mia prima raccolta “Dovrei vivere in una vasca”.
 
 
Parliamo di poeti e di poesie, ma che cos’è secondo te la poesia?
 
La poesia è una forma d’arte che mi offre la possibilità di esprimere le mie emozioni, i miei pensieri, le mie sensazioni. Mi consente di raccontarmi e di raccontare il metro quadro in cui vivo e di cui sono testimone. Ho adottato anch’io la scelta per una poesia, diciamo, narrativa, per il verso libero: ritengo offra più possibilità di coinvolgimento e facile lettura. Mi piace leggere le poesie, mie o di altri, a “voce”, per sentire il flusso delle parole, il ritmo, per verificarne i contenuti. L'incanto (di cui parlavo prima quando mi riferivo a Pavese) o il "successo" di una poesia possono derivarmi da diversi ingredienti. Spesso anche non necessariamente tutti presenti al contempo. Più ce ne sono e più l'effetto si crea, naturalmente. Ma una poesia è una poesia. Non sposo le teorie sulla "santità" della poesia. Del tipo, intoccabile o venerabile, se no non è degna...
Sono le parole scelte, ispirate e scavate nel verso, sono le immagini evocate, l’armonia, le metafore impreviste ma scioccanti, sono i contenuti in cui ti vedi, ti scopri e ti si mette a nudo, sono l'emozione del primo o dell'ultimo verso, il sorriso che ti concilia, a volte la risata, il respiro che si ferma un istante insieme al pensiero in quella riga, in quella parola, in quel preciso affresco che si compone davanti ai tuoi occhi. E, ripeto, può essere uno o più di questi elementi a far sì che un componimento produca un effetto positivo. Cerco questo, quando scrivo così come quando leggo poesie altrui.
 
 
Secondo te, dove sta andando oggi la poesia? Mi spiego meglio: l’ermetismo come corrente ha esaurito il suo corso, senza tuttavia generare nuove idee che convogliassero in una certa direzione le scelte poetiche. Oggi come oggi rilevo solo dei tentativi, individuali, volti a mescolare l’ermetismo con un po’ di classicismo. Tu che ne pensi?
 
Un esperto e profondo conoscitore dell’attuale panorama letterario come te, Renzo, può senz’altro avere punti di visuale migliori del mio per capire come si sta muovendo la produzione poetica. Ormai, oltre alle librerie e alle fiere del libro dislocate per tutta Italia, è prepotentemente entrato anche Internet col suo infinito mondo. Per me è impossibile trovare in questo ampio panorama una chiara tendenza verso uno stile preciso o un modo condiviso di intendere o scrivere poesia. C’è tutto e il contrario di tutto. Tranne Alda Merini, col suo lirismo e la sua vita intensa, non sono rimasto colpito da altri poeti. Parlare oggi di “ermetismo”, dopo che è trascorso quasi un secolo dalla sua nascita, mi lascia perplesso e mi infonde una profonda tristezza. Come ho ricordato prima, la poesia che amo segue una direzione opposta a quella ermetica. Abbiamo di fronte una società e un’esistenza che nulla ha a che fare con quella che ospitò gli Ermetici degli anni 30 o 40. Il classicismo è ancora più distante. Con questo non voglio assolutamente togliere valore a grandi poeti del passato, anzi. Hanno saputo innovare e indicare strade nuove rispetto all’epoca in cui hanno vissuto. Hanno trattato il tema della solitudine dell’uomo, argomento che certamente è di piena attualità anche oggi. Potremmo forse arricciare il naso davanti a Montale, Ungaretti o altri poeti francesi di allora?
La scelta espressiva ermetica, invece, pur legata a temi ancora validi, non la comprendo e non riesco a collocarla efficacemente oggi. Per questo, l’idea che un poeta si metta a scrivere di soli stati d’animo in forma evocativa, chiusa, ermetica appunto o incomprensibile ai più, mi sembra totalmente fuori tempo e fuori spazio. Se solo quel poeta si alzasse dalla sua poltrona di velluto e scendesse per le strade, girasse tra il cemento della città, mettesse i piedi dentro un bar, scrutasse il volto di una commessa a fine giornata, contasse le auto in fila di operai, rappresentanti, impiegati, madri e padri che tornano a casa la sera, ascoltasse le voci del palazzo in cui vive e cercasse di capire lo sguardo di un uomo o di una donna che ha al fianco o di un figlio che digita palmari o tastiere computerizzate a lui ignote, forse intuirebbe che la sua espressività poetica dovrebbe seguire altre vie per essere efficace. Per sé e per gli altri. Capirebbe che la magia semplice delle parole nel gioco affascinante dei versi sa colpire comunque l’obiettivo, senza cadere nella trappola elitaria di pochi intellettuali.


Una volta si diceva che non si poteva vivere di sola poesia e anche oggi è così. Il mercato è quello che è e le vendite di libri di questo genere sono risibili rispetto a quelle della narrativa. Fra l’altro, come ho potuto constatare andando per fiere, è raro che i poeti comprino opere di altri autori, una cosa di cui ancora non mi capacito. Resta comunque il fatto che la poesia è negletta rispetto alla narrativa. Secondo te, per quali motivi?

 
Quello che dici è vero. Le ragioni per cui il mercato e la conoscenza della poesia sono quelle che tu descrivi credo dipenda in gran parte da quanto ho raccontato e detto in precedenza. Impostando la valutazione su due fattori essenziali, ritengo, da un lato, che l’espressività dei poeti oggi non sia consona ai tempi che stiamo vivendo e alle peculiarità della società che ci circonda. Il persistente aggancio a modelli o correnti letterarie passate, in qualche modo riprese e mal riprodotte, non attira e non colpisce l’attenzione e l’emozionalità dei lettori. Alle fiere io stesso curioso tra i banchi degli editori, anche quelli più piccoli, sfoglio pagine e pagine di libri ma spesso li lascio ricadere lì dove li avevo raccolti. Non trovo, se non ogni tanto, versi che catturino il mio interesse. Tuttavia, frequentando anche forum letterari su internet, ti assicuro che la voglia di buona poesia esiste e non manca un interesse di fondo nei lettori.
Dall’altro lato, poi, il mercato editoriale non fa nulla per incentivare, promuovere, pubblicizzare la poesia. Domanda e offerta sono sempre concetti che dipendono l’uno dall’altro e non è vero e corretto affermare apoditticamente che “la poesia non interessa quanto la narrativa”. Se entri in libreria, troverai scaffali e banconi che ti assaltano con romanzi di ogni tipo e di ogni provenienza: autori spesso anche sconosciuti, stranieri, mentre in fondo, nell’ultima parete del locale, rimane un piccolo scaffale con venti/trenta libri in fila (spesso in basso) di poesia.
Altra nota particolare è la prevalenza di romanzi gialli o thriller: mi sono spesso chiesto il perché di questo filone. I “miei” grandi scrittori scrivevano della vita, dell’amore, della guerra, della morte: temi assoluti e profondi. Ora, c’è questa ondata di storie in cui rintracciare un assassino o il responsabile di qualche omicidio in serie.
Sai cosa disse Bukowski? “Che differenza c’è tra poesia e prosa? La poesia dice troppo in pochissimo tempo, la prosa dice poco e ci mette un bel po’”.
 
 
Adesso sono curioso di sapere i tuoi programmi, cioè se stai scrivendo un’altra silloge. Però, per rimanere nella scia di Bukowski, ti chiedo anche se potremo attenderci in futuro un Corrado Guzzon narratore. In pratica le domande sono due, ma puoi benissimo cavartela con un’unica risposta.
 
Continuo a scrivere, questo sì. Dire che sto già preparando una nuova raccolta è prematuro. Mantengo vivo questo “gioco” espressivo finché mi va di mettere nero su bianco, in forma poetica, l’ormai noto “metro quadro” in cui vivo e di cui cerco di essere testimone. Per quanto riguarda la narrativa non la escludo assolutamente. E’ un’esperienza che non ho ancora voluto approfondire veramente, anche se alcuni approcci confesso di averli già tentati. Mi affascina, non lo nego. Occorre però impegnarsi in modo diverso e più specifico. Altri, prima di te, mi hanno suggerito o chiesto questa prova. Un po’ per via anche del mio stile poetico che mi porta a volte a “raccontare” in versi storie o personaggi. Mi prendo tempo, non ho fretta. Intanto, mi fa piacere averti coinvolto così intensamente in questa bella intervista e nella lettura del mio nuovo libro di poesie. Penso sia una buona raccolta. Un gioco d’azzardo ben riuscito. Tu che ne pensi?
 
Se non mi fosse piaciuto, non ne avrei scritto la prefazione.
Abbiamo finito e ti saluto con l’augurio che Un Gioco d’Azzardo abbia il successo che si merita.
 
Un Gioco d’Azzardo
di Corrado Guzzon
Prefazione di Renzo Montagnoli
Edizioni Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infol.it
Poesia silloge
Collana Autori Contemporanei di Poesia
Pagg. 85
ISBN: 
978 88 7606 213 1
Prezzo: € 10,00
 
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:: Renzo Montagnoli
Renzo Montagnoli nasce a Mantova l’8 maggio 1947. Laureato in economia e commercio, dopo aver lavorato per lungo tempo presso un’azienda di credito ora è in pensione e vive con la moglie Svetlana a Virgilio (MN). Suoi racconti e poesie sono pubblicati sulle riviste letterarie Isola Nera, Prospektiva, Writers Magazine Italia e Carmina. E’ il dominus del sito culturale Arteinsieme (www.arteinsieme.net). Blog:  http://armoniadelleparole.splinder.com  
WEB: www.arteinsieme.net
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