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2008
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Giu

Criptogrammi

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LietoColle 2008
 
Poesia di pensiero, ragionamento intorno al senso del cosmo fluttuante, alla capacità umana di comprendere la propria avventura: questo è il segno evidente della scrittura di Contessini, che non dissimula la sua scelta volta all’indagine filosofica, dedicando esplicitamente una delle sezioni della silloge alla metafisica.

Ma il contatto con l’oggettivo Tempo-Durata, che la coscienza dovrebbe intercettare, inciampa sull’arduo negarsi dell’essere alla rivelazione: muri e ostacoli si alzano davanti al tentativo di interpetrare i segni e intuire i segreti del mondo. Il Tempo, insomma, non può essere scrutato in libertà, racchiuso nel suo orgoglioso bozzolo che oltrepassa la vicenda di ciascuno.

La parte di esso che tocca all’uomo è tanto esigua che non c’è modo di levare lo sguardo e capire, prima di tornare nuovamente nel vuoto. Fuori dalla propria coscienza domina l’inconoscibile.

Per questo aspetto Contessini si allontana anche dalle forme più evidenti dell’esistenzialismo, ad esempio di Sarte, per giungere ad una forma di personale agnosticismo. Insomma la nostra esistenza si tramuta quasi in un progetto incompiuto, rispetto a noi stessi, agli altri e alle cose.

Come il mondo ci parla attraverso messaggi ambigui e sibillini, la sua descrizione poetica non può che conservarne il medesimo carattere ermetico, attraverso l’accavallarsi di lemmi che quasi percorrono circolarmente il verso, per fermarsi nella stessa indefinibilità della partenza. Il titolo dell’opera Criptogrammi indica appunto l’incomprensibilità della parola quando osa proporsi come rivelatrice dell’universo perché criptica è la lingua della natura.

Lo sguardo inquisitorio delle cose
rivela inquieto enigma
d’immateriale legame che le unisce.
Sorrido in superficie,
per il feroce naverare di una spada.
Fatale il meridiano
di costola prestata
secondo senso
dell’utile occasione.

In tutta la raccolta arretra la parola: si chiude nell’impossibilità di oltrepassare il segno grafico e darsi significato, ma non per questo l’A. rinuncia allo scavo per consegnarla come pietra lavorata. E dunque poesia di parola indagata e offerta/sofferta, se pure mai risolutiva.

Si nota a tal punto il lavoro di ricerca per adeguare lo stile alla riflessione, dopo lo scandaglio sulle entità soggettive e oggettive che riempiono il mondo, illeggibili e misteriose, da poter proporre l’esito come poesia d’avanguardia o sperimentale, laddove la parola, sottratta a vagabondaggi lirici e ad armonie orecchiabili, si fa scabra e ardua, nel tentativo originale e riuscito di adeguare ad un’ispirazione cerebrale lo stile più adatto.
Non si vuole indurre l’equivoco a questo punto che si tratti di una scrittura senza emozioni, per così dire fredda, perché non si può tacere l’inquietudine che il poeta sente per sé e trasmette al lettore. Cerebrale allora intende solo il nucleo della mente indagatrice che si strugge sul proprio stato desolato.
Inoltre, per ben valutare il lavoro paziente compiuto dal poeta sullo stile, basterebbe porre l’attenzione agli anni che gli sono stati necessari prima di considerare i testi sufficientemente decantati da essere pronti a raggiungere il lettore.
Il quale probabilmente si avvicina esitante ad una poesia tanto introversa e per questo si può dire che essa è destinata al lettore raffinato e avvertito, capace di lasciarsi affascinare da temi spessi e da uno stile che nulla concedono alla superficie.
Quando nel baluginare dell’intuizione, stupefatta, la creatura coglie qualche aspetto della propria condizione, il risultato sgomenta.
Io catturato da decorsi /vacui di senso. 
Oppure:

Afferro che siamo come sabbia.

Altrove:
…nel vasto mare d’insipienza/ in cui galleggia /particolato d’uomo.
Significative e ricorrenti le voci, tutte al negativo, che sottolineano il suo personale punto di vista: labirinto, enigma, senso nascosto, vuoto, inafferrabili, interferenze, inganno, insipienza, straniata sospensione…sguardo inquisitorio delle cose, le piazze ermetiche interiori…
Paesaggio desolato, quello di Contessini, ma paesaggio interiore. Il poeta non descrive luoghi concreti, non si colloca precisamente in una fase storica, non circoscrive lo sfondo concreto e geografico che lo contiene. Nessun riferimento ad accadimenti, a fatti contemporanei o personali individuabili, chiusa la sua poesia tra mente e cuore, ma non lirica o intimista, nel senso corrente del termine. Da questa poesia densa, a tratti straniante, non giunge disperazione: lo sguardo del poeta è fermo ma ben capace di comunicare il disagio.
Molti sostengono che la poesia non possa che essere lirica, espressione di sentimenti, rimpianti, nostalgie. L’assillo di Contessini è diverso e riguarda, in verità, il sentimento più alto per un essere umano: la curiosità, ma forse l’ossessione, di rispondere alle domande che la filosofia si pose dai primordi, alle quali dopo circa 2500 anni di speculazione non si è trovata risposta.
Contessini però è convinto che solo la poesia e il poeta possono tentare la linea d’ombra o almeno descriverla da quest’altra parte dell’arcano.
 
Roma, 9 giugno 2008
 
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:: Fortuna Della Porta
Fortuna Della Porta nasce in provincia di Salerno e lì ha vissuto per molti anni. Dopo la laurea in lettere per quasi un ventennio si è dedicata all’insegnamento, trasferendo nella professione l’amore per la classicità e la parola poetica. Ha pubblicato due volumetti di versi: Rosso di sera, ed. Il Calamaio e Diario di minima quiete, ed. LietoColle. Un poemetto di circa 1000 versi, Canto Primo, è apparso sul periodico letterario Poiesis. Recensioni, articoli, racconti e il dramma Scacco al re sono stati pubblicati in siti specifici della rete, mentre alcune raccolte inedite, e Rosso di sera, si sono segnalate tra i vincitori o i finalisti in alcuni premi (J. Prévert, E. Morante, G.Lorca.)
Collabora a numerose riviste sia cartacee che on line. Vive ormai stabilmente a Roma.
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