2004
2
Dic

Claudio Bimbi

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Ciao Claudio, grazie per avere accettato questa intervista. Direi che potremmo iniziare parlando un po’ di te: quanti anni hai, dove vivi, che lavoro fai?

Ho 33 anni, vivo a Livorno e attualmente per portare il pane a casa mi occupo di idraulica e riscaldamento, divido completamente il guadagno per esistere dalla passione creativa, questo mi dà libertà di movimento e mi permette di non essere dipendente dalla necessità di dover scrivere per vivere.

È un insegnamento che non ho appreso dalla scrittura ma dalla pittura: infatti dopo aver concluso l’Accademia di Belle Arti a Firenze (siamo nel 96-97), forte del 110 e lode trovai subito lavoro come scenografo, ma furono anni duri; tutta la mia passione creativa passava inosservata davanti alle necessità degli altri… dipingi questo, decora quell’altro… sentirsi un ingranaggio è tremendo, specialmente quando hai un animo particolarmente sensibile, ti può distruggere lentamente. Così decisi di mollare tutto e dividere la mia vita, nel 98 ho sia trovato un lavoro assolutamente non inerente a ciò per cui avevo studiato e contemporaneamente ho aperto uno studio di pittura, il Sottoelle (che è diventato anche covo per scrivere), uno spazio libero dove un gruppo di artisti si esprime senza freni, e ognuno a suo modo cerca di farsi spazio, di aprirsi un varco in mezzo ad un mondo troppo frenetico e allo stesso tempo sempre più stanco e monotono. Non è un caso che i protagonisti del mio romanzo siano due artisti. E non è un caso che quando decidi di correre per conto tuo prima o poi i risultati arrivino: ne è conferma il fatto che 4 dei miei dipinti siano stati selezionati per la biennale dell’arte di Pisa. Se avessi continuano a fare lo scenografo non sarebbe mai successo. Infondo Henri Rousseau faceva il doganiere!


Da dove nasce la tua scrittura e a quando risale questa tua passione?

Sembrerà strano, visto che nel romanzo la critica sociale e la violenza come descrizione che riflette la società sono all’ordine del giorno… ma tutto è nato per amore, se così si può chiamare: ai tempi del liceo artistico mi ero invaghito di una biondina alla quale scrissi una quindicina di poesie (che a rileggerle oggi mi danno una sensazione mista di paura e tenerezza): una settimana dopo si mise con un maestro di sci prestante e muscoloso… ed io capii sia che la vita era un bel casino, sia che oltre alla pittura, la scrittura era un mezzo con il quale riuscivo ad esprimermi bene. Ma ne è passato di tempo…


Quali autori hanno contribuito alla tua formazione letteraria?

Per rispondere a questa domanda ci vorrebbe un intero sito internet: la fantascienza felliniana di Theodore Sturgeon, l’incidente stradale come metafora del sesso di James G. Ballard, le città sospese di Italo Calvino, i rumori nel buio di H.P. Lovecraft, ma senza dubbio Philip K. Dick e Gabriel G. Marquez sono i fari che illuminano le mie notti insonni… hanno entrambi l’incredibile capacità di rendermi piccolo e di farmi entrare nel loro mondo in modo totale, indossando i vestiti dei loro personaggi, sognando e soffrendo con loro. Quando apro libri come “L’uomo nell’alto castello” o “Ubik” o “Cent’anni di solitudine” o “L’amore ai tempi del colera” non riesco più a chiuderli, non riesco più ad essere me stesso fino a quando non arrivo all’ultimo punto.

     

Confessioni di uno scrittore impazzito e del suo dottore” è il tuo primo romanzo; un misto di giallo e fantascienza, davvero intrigante e avvincente. Ce ne vuoi parlare?

Questo romanzo appartiene alla social science-fiction, a quella sottobranca della fantascienza che non va troppo oltre, che non dipinge mondi lontani e impossibili ma si sposta di poco dal presente, cercando di prevedere quello che sarà del nostro assetto socio-politico tra non più di qualche decennio. In questo senso sono piuttosto pessimista. Gli eventi si svolgono intorno al 2040, in una situazione post bellica dove le città sono diventate delle fortezze iper protette disperse in deserti contaminati, e dove le classi sociali sono ben distinte in chi può permettersi di vivere e chi può solo sperare di arrivare al giorno seguente. La guerra non ci ha abbandonato, la clonazione è una pratica clandestina diffusa, la pena di morte continua a mietere vittime… In questo contesto i protagonisti, due gemelli, cercano di trovare un senso delle cose riversando nell’arte le loro più intime passioni, ma travolti dal ritrovamento di una scultura tanto perfetta quanto misteriosa, si danneranno alla ricerca del suo segreto, oltrepassando il limite dell’umana comprensione. Michelangelo diceva che bisogna sempre tentare di raggiungere la perfezione ma nella consapevolezza di non poterla mai raggiungere. Alan e Tom invece decidono che la ricerca della perfezione nell’arte è l’unica via di fuga da un mondo dove la vita sembra essere diventata una manciata di polvere che ti scorre inevitabilmente tra le mani fino a lasciarle vuote. La storia è suddivisa in una serie di flash back, è uno dei due gemelli a parlare dall’interno di una struttura di contenzione: ogni giorno, durante l’ora d’aria, descrive una parte della storia, parla di suo fratello, del ritrovamento della scultura, cita le sue lettere, descrive il susseguirsi degli eventi che lo hanno portato a ritrovarsi in quelle condizioni, fino a quando non gli verrà impedito di continuare a scrivere; sarà il suo dottore, nonché caro amico, a prendere in mano le redini della storia e tramite colloqui e registrazioni la ricostruirà pagina dopo pagina fino a portarla a termine.  

 

È un romanzo complesso e articolato, ricco di personaggi e di storie che si intrecciano. Quanto tempo hai impiegato per ultimare quest’opera? Quali le maggiori difficoltà incontrate?

Per completarla ed esserne soddisfatto ho impiegato 2 anni circa. Il momento più problematico è stato quello riguardante la definizione del susseguirsi degli eventi. E’ un romanzo che si svolge nel futuro, ma chi lo racconta parla descrivendo eventi che per lui sono passati. Li descrive fino ad arrivare al momento in cui si trova e da lì la storia continua andando ulteriormente avanti. Ho dovuto suddividere il racconto in una sequenza di date, che partono dalla nascita dei due gemelli fino alla fine della storia, stando attento a che tutti gli eventi narrati avessero la loro giusta collocazione: guerra, matrimoni, figli, incontri, fughe… tutte le tessere dovevano entrare in un punto ben preciso; non è stato facile.

 

Qual è la tua fonte maggiore di ispirazione?

La gente, sia quella che mi circonda che gli sconosciuti: sono un trenofilo, adoro viaggiare e adoro immaginare la vita delle persone semplicemente guardandole, infatti difficilmente scrivo al chiuso. Molti personaggi nascono da un iniziale spunto dovuto ad un incontro casuale, a una discussione con uno sconosciuto, a un evento, una rissa o un bacio, del quale sono stato involontariamente testimone: sono un scrittore voyeur. E poi i fatti di cronaca, le condanne ingiuste, la sofferenza, i disagi delle persone, ma anche le evoluzioni tecnologiche, la crescente facilità di comunicare, le possibilità e i pericoli della scienza. Il tutto filtrato dalle mie esperienze personali nel mondo dei sentimenti e dell’arte. 


Sei uno scrittore autodidatta o per esempio hai frequentato scuole/corsi di scrittura creativa?

A dire il vero no: ho notato che c’è una crescente presenza di master, corsi, scuole, specializzazioni e quant’altro sulla scrittura creativa. Spesso si paga, anzi quasi sempre, ma nonostante tutto trovare lavoro rimane un dramma. Sicuramente saranno utili, ma mi ricordo quando ho fatto l’Accademia di Belle Arti… è vero che ho imparato tanto, ma è anche vero che spesso sentivo come se si cercasse di mettere le briglie alla mia sensibilità, incanalandola in metodi teoricamente universali. Se posso dare un consiglio da profano, direi a chi decide di seguire questi corsi di cercare di conoscere bene chi sarà il suo insegnante, e se si tratta di uno scrittore o di un giornalista di leggere cosa ha scritto e fatto per capire se si è veramente davanti ad una persona che ti può dare qualcosa di importante. Credo molto più nelle persone che nei metodi.


Hai partecipato, prima di pubblicare il romanzo, a concorsi letterari per narrativa? 

Sì, ma molti anni fa e non con romanzi ma con racconti di poco più di dieci cartelle: ammetto però che in quel periodo la mia scrittura era ancora in una fase abbastanza sperimentale, e non ottenni nessun tipo di risultato; adesso forse potrei prendere di nuovo la cosa in considerazione. Forse parteciperò al premio Alien, devo ancora decidere con quale racconto.


Parliamo ora del tuo libro come prodotto editoriale. Come sei entrato in contatto con la casa editrice?
Sappiamo che l'editoria italiana è una realtà piuttosto chiusa. Quanto è difficile per un giovane autore fare conoscere la propria opera? Cosa pensi del panorama editoriale italiano e del problema spinoso dell’editoria a pagamento?

In un modo semplice e complesso allo stesso tempo. Semplice perché ho spedito una sinossi del romanzo alle Edizioni Clandestine, che mi ha ricontattato dopo qualche settimana chiedendomi una copia integrale in visione; dopo un mese circa il direttore editoriale mi ha telefonato dicendomi che il romanzo gli era piaciuto. Tempo un paio di colloqui e un’attenta lettura del contratto editoriale ho firmato e la cosa è andata in porto.

Complesso perché prima di arrivare a questo punto ho girato parecchie case editrici, dovendo spesso buttare giù bocconi amari: chi non era interessato alla fantascienza, chi non pubblicava autori italiani, chi non si occupava di scrittori emergenti, chi chiedeva soldi, ma la maggior parte non mi degnava neanche di una risposta negativa… l’indifferenza è un’arma micidiale per chi sente tutti i giorni la necessità di mettersi in discussione con il mondo. Non è stato facile ritagliarsi uno spicchio di realtà, l’unica cosa che mi sento di poter consigliare è insistere, anche quando sembra che tutto ti consigli di lasciar perdere e di chiudere definitivamente in un cassetto i tuoi sogni. Durante una delle presentazioni del mio libro, un editore concorrente era presente, quando in un intervento me la sono presa con l’indifferenza nei confronti dei giovani che spesso caratterizza l’editoria italiana e la vera e propria estorsione ai loro danni con inusitate richieste di denaro, il distinto signore è intervenuto dicendo, tra le altre cose, che cestina trenta romanzi al giorno senza neanche aprirli. Mi sono vergognato per lui. Non esiste un genio all’angolo di ogni strada, ma ognuno dovrebbe avere la sua possibilità, dovrebbe potersi giocare le sue carte. Spesso non può neanche mescolare il mazzo.


Come un giovane scrittore può promuovere la propria opera? Come ti muovi tu, nello specifico, per dare visibilità al tuo romanzo? Quanto l’editore ti supporta in questa fondamentale operazione?

Promuovere un autore emergente che pubblica in una casa editrice giovane non è semplice: se però si crea un giusto rapporto di collaborazione ci si può togliere molte soddisfazioni; la maggior parte delle presentazioni sono organizzate dalla casa editrice, che ha capito e mi ha fatto capire quanto sia importante il contatto con i singoli librai, con i quali si deve creare un rapporto che rasenta l’amicizia. Per quanto mi riguarda, il modo che utilizzo personalmente è quello che sto usando anche in questo momento: internet. Nel mio caso siti di fantascienza dove comunicare l’uscita del libro, e poi chat, forum, blog, ricerca di home page di altri scrittori ai quali chiedere consigli: negli ultimi 10 giorni ho spedito 6 copie del mio romanzo ad altrettanti scrittori conosciuti via internet che a loro volta mi hanno spedito il loro; bisogna conoscere e farsi conoscere; scambiare opinioni e notizie utili, bisogna essere famelici, cercare di incamerare più informazioni possibili. Internet dà possibilità fino ad un decennio fa assolutamente inimmaginabili. Queste possibilità vanno sfruttate appieno.


Hai mai pubblicato in e-book? Cosa pensi dell’editoria elettronica?

È una situazione strana quella dell’editoria elettronica: sinceramente per quanto mi riguarda non riesco ancora ad accettare l’inevitabile evoluzione delle cose. Prevedo che ci sarà un boom nel giro di qualche anno, ma io continuerò a desiderare la copia cartacea, il suo odore, l’idea di poterla rovinare e renderla ancora più mia, la voglia di sottolineare, di scarabocchiare appunti e disegni. Personalmente non ho mai letto un libro davanti ad uno schermo. Perfino il mio, prima che venisse pubblicato, preferivo stamparlo e rilegarlo.


Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Qualche anticipazione sulla tua prossima opera?

Adesso sto lavorando su diversi racconti di varia natura: tutti però hanno in comune un riferimento reale, un fatto che mi ha sconvolto. Il cannibalismo di Meiwess, ingegnere tedesco che si è mangiato un uomo dopo averlo cercato con un annuncio su internet, la pedofilia in ambiente cattolico con interviste a preti che sembrano dei ragazzini innamorati, le babygang che, videocamera alla mano, assalgono sconosciuti nelle periferie degradate per il solo piacere di rivedersi su uno schermo. Mi sto dedicando a fatti reali che sono già fantascienza tanto sembrano incredibili: questi fatti stanno dando diversi spunti per una raccolta di racconti che spero di concludere al più presto. Contemporaneamente sta prendendo corpo il prossimo romanzo di fantascienza, ma per il secondo atto delle confessioni, dovrete aspettare ancora un po’ di tempo.


Grazie ancora per la disponibilità e in bocca al lupo!

 
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