2007
29
Set

Stefano Bernazzani

Commenti () - Page hits: 1150

 

“Volevo essere…”. Inizia così il primo romanzo del piacentino Stefano Bernazzani, classe 1970, che torna sugli scaffali dopo la raccolta Viaggiatori diretti altrove (Mobydick, 2003) finalista al Premio Assisi. Protagonista è un ragazzino che, alla fine degli anni Settanta, racconta la storia d’Italia più recente, quella delle abitudini, quella delle bombe, quella di Aldo Moro e dell’Isola del Tesoro, quella dei brigatisti e di un cantiere abbandonato e di Cassius Clay. La prosa lineare, pulita e mai eccessiva, vero successo del romanzo, trova degno supporto in una storia agrodolce che non si vergogna dei sentimenti e non indugia su inutili, quanto scabrosi, particolari.

Il bel esordio di Bernazzani, mescola la tenerezza di certe riunioni segrete fra soli uomini, organizzate clandestinamente in garage, alla drammaticità di un’Italia che, alla deriva, si scontra con il passato e si trova a fare i conti con bombe in mano a bambini.

 

“I grandi non si accorgono di un sacco di cose, ma in compenso credono a tutto quello che fa un po’ di rumore”. Credi che effettivamente sia così?

Guardando ai grandi con gli occhi di un bambino, sì, nel senso che le due categorie ( genitori – ragazzi ) si sottovalutano a vicenda. Ma che i bambini sottovalutino i genitori è perdonabile, un po’ meno il contrario. Mi piace pensare che rispetto a quello che immaginiamo noi adulti, i bambini capiscano piuttosto una cosa in più che una in meno.

 

Hai scelto di raccontare un periodo difficile come gli anni settanta dal punto di vista di un bambino. C’è qualcosa di autobiografico? Perché questa scelta?

Diciamo che di autobiografico non c’è nulla, ma di “condiviso” c’è parecchio, nel senso che questa è una storia che entro certi limiti appartiene a una generazione intera, quella di chi è nato dai primi anni ’60 ai primi ’70. E’ un po’ come se questa storia ( che pure non manca di fantasia ) esistesse già prima del mio libro. E’ come se lei avesse chiesto; allora, chi mi scrive? L’ho scritta io, ma in tanti potrebbero riconoscersi nelle mie pagine. Poi ho scelto la figura di un bambino perché mi permetteva di scrivere una storia “nel” 1978 e non “sul” 1978. Con un adulto sarebbe stato quasi impossibile.

 

I ragazzi del romanzo fanno gruppo e non escludono quelli che sembrano meno svegli. C’è una forte unità, coesione. Atteggiamenti che difficilmente si trovano ancora. Come sono cambiati i bambini in questi trent’anni?

I bambini non tanto, credo, ma il contesto attorno a loro moltissimo. Anche troppo per un tempo così breve. Fino ai primi anni ottanta, la “second life” si trovava fuori dalla porta di casa ogni benedetto pomeriggio. Bastava andare al campo sportivo e gli adulti non esistevano più. Era un’altra vita rispetto a quella tra le mura domestiche, dove comandavano i genitori. Nessun genitore seguiva il figlio al pomeriggio. Oggi non è più così, per evidenti motivi di sicurezza. Non sto giudicando, intendiamoci, mi limito ai fatti. Nei pomeriggi di oggi i ragazzini fanno parte di gruppi ( nuoto, pallavolo, calcio, musica etc.) che sono sempre sotto il controllo degli adulti. E’ un cambiamento rilevante, e forse il web è anche un modo per smarcarsi dai genitori.

 

Il protagonista del romanzo gioca con i suoi amici con una bomba, emblema dei rischi, della vita in bilico, dell’esplosione e di quello che succederà dopo. “Ha la semplicità delle conseguenze inevitabili” dici…

In realtà nel romanzo la bomba è più un pericolo per il lettore che per i ragazzi. Per i ragazzi è un’opportunità, una risorsa in più. Mi riallaccio a quello che dicevi  all’inizio sulle cose che “fanno un po’ di rumore”. Ecco, la bomba può fare un sacco di rumore, e quindi svegliare i genitori affinché si accorgano di qualcosa. La bomba, per i ragazzi, rappresenta soprattutto l’azzeramento, la possibilità di ricominciare. Questo aspetto minimizza quello del pericolo.

 

Si parla anche di divorzio, leit motiv di una storia che affronta i fatti di casa e i fatti d’Italia…

Be’, sì, gli anni settanta sono quelli dei referendum sul divorzio e sull’aborto, ma anche quelli dell’applicazione del nuovo statuto dei lavoratori, per esempio - anche se oggi purtroppo non lo rivendica più nessuno. Anni di grandi cambiamenti, di piazze piene di giovani, contestazioni, cortei. Comunque la si pensi, anni di ampia partecipazione sociale. Cosa che non si può dire degli anni ottanta.

 

La storia della famiglia italiana si confronta, si intreccia, si mescola, con quella dell’Italia. Proprio come il mondo degli adulti si trova a sbattere con mondi sconosciuti. E quello del bambino con l’immaginazione e la realtà…

E’ vero, il libro gioca molto su questo equivoco tra immaginazione e realtà, perché per lunghi tratti il protagonista non capisce bene quello che sta succedendo in Italia ( ha solo dieci anni ), e quindi immagina le cose a suo modo, fino al punto di credere – ad esempio-  che i brigatisti siano solo dei giovani agili e svelti sempre inseguiti dalla polizia che non li acciuffa mai. Niente di drammatico, insomma, niente di grave. Evidentemente non è così, ma la rivelazione arriverà improvvisa, inattesa. Come arriva sempre improvvisa – in questo libro – ogni verità. Del resto il mondo dei bambini è così, cambia molto velocemente. Al posto dei ragionamenti ci sono delle intuizioni, al posto degli indizi, dei fatti. Nel mondo dei bambini le cose accadono senza preavviso. E in quegli anni, in Italia, forse anche nel mondo degli adulti. Se questo libro racconta la fine dell’infanzia per una generazione, anche per gli adulti con gli anni ’70 finisce qualcosa di importante.

 

Spesso viene citato Cassius Clay, come mai?

Cassius Clay incarna perfettamente lo spirito dei “miei” ragazzi, sempre pronti a fare a botte, ma soprattutto sempre in competizione tra loro e desiderosi di “stravincere”, non solo di vincere. E poi Cassius Clay è senz’altro lo sportivo simbolo di quegli anni, e non solo.

 

Che consiglio daresti ad un giovane scrittore?

Più che un consiglio, un augurio; di avere sempre un’idea molto alta della letteratura, ma di non smettere mai di pensare che la letteratura è uguale a tutte le altre cose, si impara col tempo e dagli errori.

 
:: Vota
Vota questo articolo: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 (1 = scarso - 5 = ottimo)
 
:: Flavia Piccinni
Flavia Piccinni è nata a Taranto nel 1986 e vive a Lucca. Ha vinto numerosi premi letterari, fra cui il Campiello Giovani e il premio Subway. Suoi racconti sono inclusi in numerse antologie, fra cui ''Voi siete qui'' (minimum fax, 2007). Il suo romanzo d'esordio è ''Adesso Tienimi'' (Fazi Editore, 2007).
:: Articoli recenti
 
KULT Virtual Press e KULT Underground sono iniziative amatoriali no-profit - per gli e-book e per gli articoli fare riferimento alla sezione Copyright
Webmaster: Marco Giorgini - e-mail: marco @ kultunderground.org - Per segnalazioni o commenti inviare una e-mail a: info @ kultunderground.org
Questo sito è ospitato su server ONE.COM

pagina generata in 90 millisecondi