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2007
19
Mar

Ali del colore

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Flavio Ermini e Giovanna Fra camminano sincronici verso il luogo dove incrociare lo specchio della propria compiutezza, al mezzo prescelto per reclutare ogni specifica trasparenza: il primo giunge, pertanto, alla fonte –traslato del doppio, dell’inganno- e la seconda alla carta per cospargerla del suo frastaglio, per poi accorgersi in simultanea che il corpo è colore, apparenza, circumnavigazione del vuoto, inattualità.
Sul supporto cartaceo, la pittura staglia tinte addensate in strie ampie, longitudinali, perpendicolari, talvolta aggiranti, sempre introverse, che dalla bi-tricromia del seghettato sembrano ambire allo spessore della dimensione mancante, per farsi evento, corpo reale: tensione che non lascia mai lo slancio del segno, presto però così arreso da sembrare incompiuto.
Ermini, in contrappunto, ha capito a sua volta che il colore è in sé limite e prigione, tanto che pennello e penna si incontrano in ogni punto della propria indagine, della propria frustrazione, in un esperimento di duplice linguaggio artistico dalla genesi affine.
Nella difficile sistemazione tra l’essere e l’impensato, il corpo-colore sagoma lo spazio, impermeabile all’emozione, in una sorta di sdoppiamento tra territorio della fisicità e zona cogitans, anche propriamente dell’emotività, in un’altalena devastante tra l’atteso e l’incompiuto perché il corpo è una combinazione di elementi tra loro inconciliabili, ove il colore è la sindone del puro accadere.
Se la pennellata corre come rabdomante verso gli esiti incerti della creatura, le è negata la nascita in forma, mai crisalide per vite più complete.
L’istante imperfetto non possiede il destino del miglioramento e del progresso e la storia non impara e non cresce da se stessa. Lo svolgimento è enumerazione di accidenti, sistemati contigui sul filo del tempo che non conduce a tappe successive, se non a quella definitiva della pietra tombale, sulla quale tangibilmente peserà per sempre la piattezza della vera assenza, unica misurabile.
Solo pezzi dell’essere, una specie di vivisezione, perciò possono occupare isolati la pagina bianca e la volta del verso e del tempo, inconciliabili particole, mondi come isole barricate, la cui finitezza apparente è il groviglio della incomunicabilità, la nascita in perpetuo di un brandello del puzzle che, come gli altri, è affidato al caso, in un’indeterminazione vincolante, dove predomina disatteso desiderio di un’identità, sotto la spada della sorte, la sola prossima ad un disegno accettabile dell’essere.
Qui gli occhi, per esempio, sono vagamente accennati o soppressi.
Così l’esame è per frammenti: la voce, l’udito, l’occhio, il tatto, le aree emotive inesplicabili in una vita di relazione, quasi Ermini si trovi sulla banchisa fratturata dai molteplici pezzi di ghiaccio che l’abitano. In questo senso l’unità non si ricompone neanche all’interno del proprio corpo, formato da distretti colorati in diversa maniera e incapaci, insieme o singolarmente, di trovare la maglia allentata della rete per venire fuori.
Qua e là, la soffice essenza dell’uomo aspira alla comunicazione e alla condivisione poiché persiste nel profondo l’indefinito bisogno di dialogo, ma l’incontro con l’altro, persino col corpo dell’altro, è il pendolo schopenhaueriano tra speranza e disinganno e in ultimo, se del cielo nessuno può fare a meno, il balzo non è verso l’alto, ma, ripiegate le ali, solo verso l’ulteriore rovina.
Lo sguardo alla volta celeste, l’abbraccio col proprio simile porta ad esaltarsi e a immaginare spiragli di fuga e di comprensione, per poi riprendere rasoterra il confuso vivere, girando sul proprio asse e, con la medesima iterazione sconclusionata, intorno all’altro, in una sorta di lavoro di Sisifo, emblema dell’inutilità dell’agire.
Pure avviluppati al secondo corpo, insomma, si resta al di qua della linea d’ombra, in grado soltanto di aggiungere di volta in volta alla disfatta un’altra caduta.
Anche il lessico segue il travaglio della condizione esistenziale. Nel versetti dal ritmo lento e solenne da antica nenia, da testo sacro si succedono sintagmi inerenti a ferite, cadute, vuoto, silenzio, caligini, ma soprattutto Ermini offre scampoli di lingua ripulita, voluta lingua introflessa, per l’evidenza che a stento essa è prossima a designare lo spazio del proprio movimento.
A nessun lemma mai apparterrà l’orgoglio della rivelazione.
Sotto l’arco del vivere che consegna alle categorie finite di spazio e di tempo, mai all’assoluto, si svolge la lallazione indecifrabile, il monologo incomprensibile dal proprio mutismo e all’altrui sordità. All’arte è affidata l’intuizione dell’abisso, ossia della solitudine e della tragica assurdità della vicenda umana che esprime la contraddittorietà insanabile tra esistenza e ragione.
Nel tentativo di recupero della propria entità corporea e pensante, Ermini deve cercare la ricomposizione, tratto dopo tratto, per segmenti di carne e di tempo, tragitto che lo porterà lontano all’albore della propria nascita, di ogni nascita, nel quale la tessitura dell’inconoscibile lancia un passaggio tra ragione e sentimento e quindi una possibilità di riscatto e autocoscienza.
Già nell’altro lavoro, Il moto apparente del sole, Ermini aveva additato, a ricomposizione dei problemi dell’ente-essere, l’irrazionale di questo luogo mistico-mitico e magico che è l’infanzia idealizzata in senso, probabilmente, personale e cosmologico. Nella fase in bilico tra l’alogico e la storicità si pone l’istante irripetibile dell’armonia tra cuore e senno, disattesa poi per sempre, tanto da concludere la propria meditazione nella definitiva resa, allorché il corpo sfinito, persino sta rinunciando ad essere visto.
Tale enunciato di perfezione, cristallizzato in durata infinitesimale, atemporalità, appare tuttavia fragile e appena adombrato, quasi l’autore tema possa acquisire carattere assertivo di verità, in uno studio dell’uomo che esclude progettualmente ogni apertura.
L’esame della condizione umana, crudele e immedicabile, in quest’opera disegna il male di vivere che non è lo spleen del novecento, ma il gelo dello straniamento, prossimo al controsenso di una lucida follia, ossimoro dell’umana devastazione.
Nessuna forma di resistenza o titanismo si concede Ermini se non questo sguardo attonito sulle linee inincidenti che sono la propria esistenza, tanto insostenibili da lasciare frastornati; sguardo asciutto dunque e penna descrittivo-oggettiva, in una dissezione da chirurgo.
Indeterminatezza, relativismo fino al nichilismo straziano la pagina e l’anima di Ermini-Fra sia nella fase analitica che quando tentano il volto della ricostruzione: riescono solo a provare ulteriormente che non si sbuca in nessun luogo, tanto soli quanto anonimi, inadatti sia alla propria intimità che a quella altrui.
Ombra al centro del vuoto, incapace di tagliare questo diaframma che mi divide dal corpo.
Appartati, alla distanza, è dato incontrare l’umanità, nella miopia che avvolge le scorie del colore, dove lo sguardo non scava la superficie e non incontra la zavorra della comune notte.

Roma, 7 marzo ’07

 
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:: Fortuna Della Porta
Fortuna Della Porta nasce in provincia di Salerno e lì ha vissuto per molti anni. Dopo la laurea in lettere per quasi un ventennio si è dedicata all’insegnamento, trasferendo nella professione l’amore per la classicità e la parola poetica. Ha pubblicato due volumetti di versi: Rosso di sera, ed. Il Calamaio e Diario di minima quiete, ed. LietoColle. Un poemetto di circa 1000 versi, Canto Primo, è apparso sul periodico letterario Poiesis. Recensioni, articoli, racconti e il dramma Scacco al re sono stati pubblicati in siti specifici della rete, mentre alcune raccolte inedite, e Rosso di sera, si sono segnalate tra i vincitori o i finalisti in alcuni premi (J. Prévert, E. Morante, G.Lorca.)
Collabora a numerose riviste sia cartacee che on line. Vive ormai stabilmente a Roma.
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