2007
18
Feb

Le notti bianche

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Nutrito di letture romantiche, vagabondo per gli angoli più obliqui della capitale nordica, Dostoevskij trascorse a Pietroburgo la propria giovinezza. L’odore dei vicoli, le taverne piene di una penosa festosità, il bagliore fioco degli sparuti lampioni a gas, il tetro specchio dei canali, balenano nella pagina del giovane scrittore russo facendo trasognare una cittadina allucinata e spettrale. Come Gogol’ e come più tardi Annenskij e Blok, anche Dostoevskij tratteggia una città che balugina e dissolve tra nebbie e vapori, un’entità apparentemente più vicina alla dimensione onirica che alle fattezze reali, consegnando integralmente Pietroburgo al vecchio mito di città enigmatica, stregata e inafferrabile. Fantasmi malsani, fiammelle nell’aria livida della palude, le anime di Pietroburgo passano frettolose, vagano e svaniscono veloci come emozioni circensi. Il simbolismo di Belyi, la poesia gitana di Blok, confluiscono così nel deserto notturno di una città avvoltolata in un fondo silenzio, nella sulfurea luce di queste notti bianche. Come le notti chiare della Russia più settentrionale, così la trama di questa breve storia è dipinta con i fosforici colori del sortilegio, rarefatta in un affresco di tinte renose. Gli esili figuri che la animano sono anime inette, perse e sole nella profondità della notte, o forse in quella delle proprie esistenze, sembrano piccoli lumi incerti al passo forte della brezza scura e gelida.

 

Questo compenetrante racconto, apparso nel dicembre 1848 sui "Quaderni patriottici", s’incardina attorno ad una delle figure più care a Dostoevskij: il sognatore. Il protagonista delle Notti Bianche è un visionario, un vagabondo incline a trastullarsi tra le proprie intime illusioni, un timido sognatore che passeggia ai bordi dell’oscurità. Profugo da un mondo meschino e violento, rifugge la realtà trovando conforto nel proprio castello di fragili fantasie; rifugiato, condanna sé stesso all’esilio forzoso, ad una lancinante solitudine. Staccato dalla vita, avulso dalla realtà, egli è prigioniero dei propri deliranti miraggi, delle proprie immaginose visioni che, se leniscono il suo mal di vivere, gli offuscano il senso della concretezza terrena. In questo mondo artificioso, che il panorama di Pietroburgo rende ancor più allucinato, egli avverte l’inconsistenza e la vanità d’ogni sforzo; soffre, incapace di vivere come vivono gli “altri”, ma non riesce a sollevare l’opaco velo delle proprie fantasie. Usando le parole di Angelo Maria Ripellino: “Egli è tutto nella rassegnazione. E’ un impasto di fantasia e timidezza. La disperata timidezza di questo sognatore, tanto più grande quanto più deserta è Pietroburgo, sembra trasferirsi a tutto il paesaggio, a tutto il tessuto verbale del racconto.

In una di quelle candide notti settentrionali il protagonista farà incontro di una dolce fanciulla di nome Nasten'ka, e basterà quell’istante, quel furtivo contatto con la realtà, ad illuderlo ancora una volta. Esaltato, nel vedersi (almeno per una volta) accettato, riuscirà a fissare con la giovane ragazza un nuovo appuntamento nello stesso luogo ed alla stessa ora. Dianzi alla ringhiera di un canale e poi sopra una panchina, nella dolce compagnia di Nasten'ka, la notte successiva fluirà lieve e l’introversione del protagonista lascerà spazio ad un eloquenza smisurata, che riverserà sulla ragazza sciami di strofe libresche per troppo tempo serbate in qualche impolverata parte del cuore. In un unico tassello della grande scenografia Pietroburghese, Dostoevskij lascia qualsiasi velleità di descrizione che tolga pathos e intensità al dialogo dei due innamorati e segue ferventemente il loro meccanismo interiore. Con toni pacati, quasi crepuscolari, e morbide sfumature, descrive in modo immediato e struggente le incertezze, gli scatti, gli smarrimenti, le improvvise illuminazioni, l’incessante oscillare tra sprazzi di gioia e sospiri di pena. Si assiste ad un crescendo di affettuose espressioni di conforto, un incalzare di scambievoli promesse e tenerezze, che accrescono le speranze del sognatore e rendono ancor più doloroso infine il suo disinganno, allontanano ancor più la sua immaginosa nave dall’approdo di un porto sicuro.

Malinconico, esangue, incantato, dentro ad un mattino di pioggia, il sognatore, abbandonato e derelitto, è rapito in un colpo dalle proprie fantasie e il mondo gli riappare nella sua scialba meschinità. Egli è tuttavia così fragile, inetto e straniato, da serbare in cuor suo un tiepido ricordo della dolce fanciulla, tanto generoso, da ringraziare ancora quelle ore di fuggevole pienezza: la fragile felicità durata un istante e subito confusa nel caleidoscopico labirinto dei propri sogni.

 

Queste pagine ingiallite del giovane Dostoevskij, ci riportano ad un modulo tardo-romantico, all’estetica dell’istante fuggito che non si può più carpire, ad una tipica rassegnazione oltre-balcanica maturata all’ombra di una natura e di una storia infauste. Sono pagine penetranti e struggenti, patetiche nell’accezione più profonda, sfiniscono letture alla luce di vecchie abat-jour ed aprono a loro volta notti insonni, popolate di fosforiche suggestioni, di personaggi dall’essenza onirica, di allucinazioni e sani pianti, fatti lontano dalle bottiglie.

 

Era una notte meravigliosa, una di quelle notti che ci capitano soltanto quando siamo giovani […] il cielo era così stellato, così luminoso, che, dopo averlo guardato, involontariamente ci si doveva chiedere: «Può vivere sotto un simile cielo gente iraconda e bizzosa?»

(F. Dostoevskij, Le notti bianche, Einaudi, Torino, 1991, p.2 )
 
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:: Alfio Sironi
Alfio Sironi nato nel mite ottobre del 1983, risiede in una sempre meno verde zona della Brianza orientale, frequenta il corso di Laurea in Scienze e Culture dell’Ambiente e del Paesaggio presso la benemerita Università degli studi di Milano. Scrittore disperato, scrive in particolare di Letteratura e Musica, Agricoltura e Ambiente.
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