2007
21
Gen

Settanta volte sete

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Ci accingiamo alla poesia di Schlesak come al tempio del nichilismo: ogni segno è impresso per negare. Siamo circondati da termini come blocco, buio, caduta, declino, infelicità.

Il problema ontologico e gnoseologico appare irrisolvibile; praticare l’utopia è lavoro coatto, schiavile. Il senso del nulla e della fine domina tutta l’espressione poetica.

L’occhio, il cieco fiore,|| pianto qui.

Spaventosamente alto|| il pensiero/e pesante,||quasi irraggiungibile: proprio||come il Signore-

Come// possiamo afferrare tutto// e non stringere mai nulla.

Il nulla //cancella //ogni sguardo infisso nell’apparenza.

Il tempo è nulla.

Incombe su Schlesak quasi in ogni verso questo tipo di ossessione sull’indecifrabilità del reale, sull’insignificanza dell’azione, che vede continuamente l’essere gettarsi nel nulla, secondo l’intendimento di Sartre, ma sulle altre spicca quella che riguarda l’inevitabile nostro destino finale che si configura così come il vero punto fermo che attraversa tutta la meditazione. Il mistero della vita combacia con quello della morte che ci scorta|| dal mattino alla notte, la vera sostanza del battito del tempo. Noi sempre ancora aspettiamo|| aspettiamo la nostra|| perduta memoria ||la morte.

L’arco esistenziale simula un viaggio da un vuoto ad un altro e non è dato immaginare che nell’altro abisso si apra il lembo della palpebra di modo che si possa finalmente vedere e intendere.

Il mito di Sisifo, riproposto a più riprese, metafora con efficacia l’inautenticità della vicenda umana, l’inutile lavorio dei giorni, destinati dunque a compiersi solo nel definito tracollo.

Siamo il sogno teso|| tra il sonno e i massi di Sisifo.

Il principio di verità è un errore storico, per Nietzsche sin dai tempi di Platone,  e in ciò il Nostro sembra proprio adattarsi alle tesi dell’esistenzialismo da Jaspers a Heidegger, che fermano nella coscienza la certezza dell’impossibilità di una definizione metafisica del reale, chiusi nel vuoto guscio che chiamiamo linguaggio e che per la sua inefficacia impedisce di cogliere l’essenza dell’oggetto. Anzi la riflessione sull’inganno del codice linguistico, il suo ingannevole imperterrito scantonare in altro (Agliano-alieno; erba-bare) lo costringe a imprigionare il lessico nella sua veste più ossuta e scabra.

Lo stile del poeta è pietrigno: poesia introversa e fiera espressa con taglio sghembo, con continue iperboli e capovolgimenti di metafore; lingua dura da iniziati, l’unica in grado di adattarsi al baratro umano: parola-pietra alla Ungaretti, non solo perché difficile da salire, ma anche perché onnicomprensiva, etimologicamente lapidaria.

Scrivere, un tacere,||l’assurdità: parole, parole;||null’altro che così camuffare la morte.

Lo scavo della parola diventa allora parte integrante dello scandaglio interiore, del resto il poeta fissa prescrittivamente il ritmo della lettura, non solo segmentando i versi, ma anche introducendo trattini per ulteriori pause.

Lo stile segue la medesima erta e  nulla concede ad artifici e abbellimenti. Manca anche un’aggettivazione compiaciuta e il verso si muove frastagliato da continue implicazioni.

Capovolgendo l’espressione di Apollinaire: il tempo passa noi restiamo, Schlesak afferma che il Tempo è il vero padrone che s’impossessa dell’umano dolore per farsi Storia. Il mutamento, dunque, di scaturigine eraclitea, definisce la materia del mondo.

Al dramma umano S. non sembra contrapporre l’accettazione che si risolva in libertà e passione, come fa Camus nel suo Mito di Sisifo e manca pure la caparbia assurda volontà di vivere che si esplica in Schopenauer. Il poeta si assesta su una posizione descrittiva del fallimento, una sorta di ghiacciata constatazione che non ammette salvezza.

Dio è l’assenza, la morte.

Ciascuno si muove nell’ossimoro Dio e Fisica, uno-nessuno senza venirne a capo.

Nella poesia Al signor cogito fumava la testa, persino Schlesak ridicolizza l’ambizione del razionalismo cartesiano di mettere in ordine il corrispettivo oggettivo, sfociando con evidenza nell’irrazionalismo del sentimento e dell’intuizione: il corpo e la vita schiacciati||dal macigno del pensiero.

Il primo, il sentimento, serve ad affrancarci dalla solitudine e la seconda, soprattutto attraverso l’arte, a relazionarci col mondo. Tornano in mente posizioni leopardiane di afflato collettivo degli umani che faccia argine alla barbarie della natura in senso lato e in quest’ambito ben si colloca la sezione L’amore è vita per sempre.

Schlesak considera l’amore l’unico rifugio-culla dove ci si possa riparare per schivare l’incaglio del pensiero raziocinante. I versi dedicati al sentimento appaiono pacati-placati. È tangibile per la prima e unica volta nel praticato dualismo un’armonia dell’anima.

Vieni/con me ||nascondimi nel pianto.

In ogni modo l’estetica di Schlesak appare vicina alle posizioni di Adorno quando sostiene che solo l’arte ha piena percezione dell’assurdità del reale, posizione analoga a quella di Heidegger, anche se neanche questa opzione il poeta accoglie con valore assoluto, convinto che nemmeno la parola poetica è in grado di raggiungere la pena del mondo, ma in ogni modo il soffio, lo sguardo sta nella scrittura.

Non c’è dubbio che, in tal senso, Schlesak ripercorra la crisi del novecento, entrata nell’arte e nella riflessione filosofica a cominciare dall’indagine delle oscure profondità del cuore che Freud inaugurò e che la svolta del millennio non è ancora riuscita a medicare.

Il termine che meglio descrive il vincolo dell’uomo è dunque l’Altrove, condizione di confino permanente che i deportati nel tempo sperimentano. In particolare il poeta, ondeggiando tra le patrie e le culture, vive sulla propria carne l’eterna condizione di disagio anche  fuori della metafora. Oltre il confine ||da tempo già più nessuna terra.

La nuova  colpa copre l’antica. Alcuni intravedono in tale constatazione la delusione susseguente all’abbandono della Romania per sottrarsi al regime comunista e che nella nuova patria tedesca gli ha chiuso intorno nuove barriere e pesanti asprezze, come l’impero del dio denaro, l’interiorità del mondo esterno, la globalizzazione, la corsa isterica entro-contro il tempo che definisce cronocrazia.

Il tempo può regalare momenti esaltanti come, per esempio, lo sciopero di Danzica, ma ci getta di continuo in nuovi assolutismi ovunque e sempre imperanti. La vita è dunque esilio e noi marionette in perenne conflitto.

Un poco di casa qui ||non m’aiuta oltre||e resto sempre come già ||fuori || davanti la porta.

Nei suoi vagabondaggi non solo spirituali sorprende il legame che è riuscito a stabilire anche con la sua terza patria, l’Italia.  Ricordiamo il sodalizio col poeta Fintoni, col pittore Mattioli a cui dedica molti versi, compresi quelli sul Crocefisso che Mattioli creò assemblando antiche tavole, in memoria della moglie.

Insistono personaggi altri come il poeta Caproni, un riferimento a Giotto, a paesaggi della Versilia, a testimonianza che il poeta appartiene profondamente anche alla nostra terra.

Dalle premesse ci aspetteremmo un essere devastato e arreso. In realtà a leggere meglio sotto la superficie scopriamo dietro la scabrosità del tratto la passione, la lotta e la speranza, qui l’ultimo verso, ed è in quest’ansia sottesa di assoluto che il poeta s’impone al filosofo.

Settanta volte sete è l’antologia apparsa di recente in Italia, curata egregiamente da  Stefano Busellato e altrettanto egregiamente tradotta da una schiera di traduttori; lavoro encomiabile sia per la qualità che per l’occasione offerta a una poesia tanto densa di  rendersi visibile anche da noi.

Il titolo fornisce al lettore la vera chiave di lettura dell’opera. Rappresenta, a dispetto dei giudizi e del pessimismo della ragione, il bisogno profondo di Schlesak di verità e di un principio unificante -Uno-Dio- che possa dare senso all’umana avventura, perché l’intimo vuole cantare nonostante il riflesso ||di Dio ||mancante ovunque.

Di cos’altro potrebbe avere sete?

L’ansia del poeta tenuta a bada dalla catena delle parole è in quell’ammissione iniziale tanto essenziale e rivelatrice da trasformare tutta la sua poesia in una sorta di preghiera affinché alla miseria umana sia dato di attraversare il limite –i cocci aguzzi di bottiglia di Montale- e ci sia donata la rivelazione.

Allora la ricerca di Schlesak è di natura spirituale tesa spasmodicamente su quel qualcosa di intangibile-inconoscibile che si stende oltre la precarietà dell’uomo, basti esemplificare che dopo morte, altri frequenti richiami riguardano Dio e l’eternità e cioè il regno della perfezione che l’impossibile approccio non basta a negare.

Schlesak conserva anche nel fisico la gravità severa della sua poesia. In un incontro del novembre scorso a Roma, davanti ad un uditorio appassionato e competente, con la sua voce profonda lesse le sue composizioni e consegnò i presenti a un’emozione perdurante.

                                                                                           Roma 18- 1- 2007

 
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:: Fortuna Della Porta
Fortuna Della Porta nasce in provincia di Salerno e lì ha vissuto per molti anni. Dopo la laurea in lettere per quasi un ventennio si è dedicata all’insegnamento, trasferendo nella professione l’amore per la classicità e la parola poetica. Ha pubblicato due volumetti di versi: Rosso di sera, ed. Il Calamaio e Diario di minima quiete, ed. LietoColle. Un poemetto di circa 1000 versi, Canto Primo, è apparso sul periodico letterario Poiesis. Recensioni, articoli, racconti e il dramma Scacco al re sono stati pubblicati in siti specifici della rete, mentre alcune raccolte inedite, e Rosso di sera, si sono segnalate tra i vincitori o i finalisti in alcuni premi (J. Prévert, E. Morante, G.Lorca.)
Collabora a numerose riviste sia cartacee che on line. Vive ormai stabilmente a Roma.
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