2006
11
Nov

Nel paese delle ragazze suicide

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MERAVIGLIE MODERNE

 

Chissà che cosa ho respirato in questa città di merda, non sono così convinta che la nebbia sia solo nebbia, qualcosa mi ha assassinato[1]

 

Meraviglie sì, o meglio: viaggio allucinante nell’odierno Paese delle meraviglie, cioè un locale notturno (ragionevole supporre) milanese.

Paese delle Meraviglie che si ribalta nel suo contrario complemento: il Paese delle Ragazze Suicide, appunto…

Le due autrici han proprio voluto fare il verso, a quel Lewis Carroll che estrasse dal cilindro Alice e le meravigliose creature che accompagnarono il suo metaforico viaggio dall’infanzia all’adolescenza.

Ma è un riso amaro, il loro, se solo si pensa alle voci che correvano sul summenzionato autore; se solo si pone mente al disgusto che l’unica protagonista “normale” di questo viaggio non al termine, ma nel cuore dellla notte, esprime nell’urlare la parola pedofili! all’indirizzo di un gruppetto di cocainomani trentenni che sbavano in pista dietro le sedicenni che finiranno proprio col dargliela, la non-si-sa-più-cosa…

 

Comunque sia, la prima dei lemuri, il cui flusso di coscienza di una notte accompagna il lettore nella Milano erede dello Sfacelo che cinquant’anni fa Anna Maria Ortese mirabilmente preconizzò e vividamente ritrasse, proclama a gran voce che quel Bianconiglio vorrebbe proprio ucciderlo.

Ed ecco la chiave di lettura, a mio parere, di questo sfaldante romanzo breve, di questo rutilar di nuovi abusati ed abusatori, queste comparse nel vuoto di modernità: la fine dell’infanzia, o meglio, del mito dell’infanzia felice, preludio di un’adolescenza che semplicemente non c’è; effetto di un’altra istituzione che proprio non c’è più: la tanto sviolinata, difesa, proclamata chiave di socialità: la Fa-mi-glia.

 

Una fosca e psicotica galleria di personaggi in cerca non d’autore, ma di vita. La loro, infatti, è una pseudoesistenza che gattona tra due sponde di un cortissimo ponte: è solo un brutto sogno/ vada a farsi fottere tutto.

Gattona come fanno i pargoli prima di drizzarsi sulle due gambette e camminare nel mondo.

Solo che questi “pargolastri” (mi si conceda il neologismo) hanno dai sedici ai trent’anni; e sono figlie abusate sessualmente – o “solo” sbattute di casa da madri aliene, e bene va loro, visto che hanno, in tal caso ancora la forza di reagire ad un tentativo di stupro. Peccato che poi sian costrette ad ammazzare il carnefice –; figli pseudoeterosessuali, in realtà bambini ventiseienni che negano le loro tendenze omosessuali perché non hanno superato la depressione psicotica derivata da crisi abbandoniche; ragazzetti pseudogay, terribilmente anaffettivi e vacui, che tranquillamente prendono gli psicofarmaci che le loro madri usano per lenire i dolori chemioterapici; donne omosessuali che non si accettano e pongono in essere dinamiche autodistruttive e pseudobisessuali:

Ultimamente bisex e lesbo fa figo. Ti bombardano, i media ci marciano sopra, tutto è diventato spettacolarizzazione e tu sei nel mezzo, inerme, e non puoi difenderti (pag. 41).

 

Difenderti da cosa? dalla mancanza di diritti e dalla conseguente pruriginosa marginalizzazione cui condanna l’inerzia parlamentare d’ogni colore e tendenza? o dai carnascialeschi Dì dell’Orgoglio, che alfine fanno il gioco dei suddetti Lorsignori?

Ops, scusate: mi scappa la riflessione psicosociopolitica. Sarà deformazione professionale, o solo anzianità, o meglio “matusalemmaggine”, visto lo Sfacelo under 30, che le autrici ben lasciano tralucere, con una vividezza cromatica ultraminimalista, con uno stile documentaristico ultramoderno (avete mai visto “Lucignolo”?). Lo scrittore diviene cameraman e sceneggiatore, e fotografa l’attimo del dj sociopatico con beffarda ironia:

Perché il cervello ce l’hanno anche le donne. È solo atrofizzato (pag. 28).

 

Hanno ragione, le due autrici, ad includere nelle Ragazze Suicide pure un paio di maschietti di tal fatta, di quelli che non sopportano neanche il rumore dei loro neuroni: Ho pensieri talmente rumorosi, a volte, che mi sembra di parlare a voce alta (pag.53).

 

Vi lascio con un brano-ponte: descrive il dimenarsi di vita in un locale notturno della Milano di ieri.

Monica Cito la chiamerebbe “Senza soluzione di discontinuità”[2]; Anna Maria Ortese così si esprime: La presenza dell’equivoco, in questa elegante saletta, è sconcertante come una coppa di champagne riempita con risciacquatura di piatti[3]

Costì, una folla decapitata […] rivolge agli organi della riproduzione domande di grazia inaccettabili, proposte e suppliche pietosamente inutili[4]

 

Cinquant’anni dopo, quegli stessi organi, molto più banalmente, vengono immortalati nella memoria di telefonini cellulari, e scaricati come files fotografici su notebooks o palmari.

E non sempre la domanda di grazia viene concessa, data l’impotentia coeundi ingenerata da abusi di droghe e di deliri d’onnipotenza…


[1] Da: Lisa Massei, “Insomnia”, Edizioni Il Foglio, Piombino, 2003; pag.7

[2] Monica Cito, “Venere, io t’amerò”, Giulio Perrone Editore, Roma, 2005.

[3] Anna Maria Ortese: “Silenzio a Milano”, Edizioni Laterza, Bari, 1958. Citazione tratta dal raccono “Locali notturni”; pag. 66

[4] Ibidem

 
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:: Elisabetta Blasi
Elisabetta Blasi è nata a Grottaglie (Taranto) nel 1968. Laureata in Scienze Politiche – indirizzo storico- politico – ha curato vari studi sull’applicazione della pari opportunità fra uomini e donne nel campo del disagio sociale (in Francia), nell’istruzione scolastica, universitaria e nella formazione professionale (in Italia). Ha collaborato colla rivista web www.lankelot.com come critica letteraria ed opinionista. Attualmente collabora con Giulio Perrone Editore.
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