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2006
30
Ott

L'orologio di cenere

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(Aldo Moscatelli - I Sognatori - http://www.casadeisognatori.com)

 

 

Un’atmosfera cupa e tenebrosa fa da sfondo al noir di Aldo Moscatelli, scrittore-editore pugliese che ha esordito recentemente nel panorama editoriale con questo primo libro edito dalla casa editrice I Sognatori. In realtà Aldo si occupa di scrittura praticamente da sempre ed è cresciuto sulle letture di Kafka, di Salgari, di Edgar Allan Poe. Dopo aver navigato nelle acque burocratiche e confuse dell’editoria nostrana, Aldo ha deciso di mettere su qualcosa di suo, che si contraddistinguesse dalle realtà circostanti, fondando la casa editrice con cui ha pubblicato questo libro. Pur avendo letto molto poco di noir, il suo romanzo, in cui si mescolano i fumi d’alcol del Blue Room e quelli riesumati dai fantasmi del passato del protagonista, ha riscosso immediatamente un discreto successo tra gli appassionati del genere. E credo che il motivo risieda nella trama, tutto sommato semplice, che la voce narrante è in grado di mascherare e dissimulare momento dopo momento, attirando il lettore verso un determinato punto per poi, regolarmente, depistarlo.

River Crane è il protagonista. Un ex poliziotto, frustrato e indurito dalla vita, con qualche colpa che grava sulle spalle, ma di cui l’autore ci dice ben poco. La sua è una personalità complessa e sfaccettata, rispetto alla quale l’autore gioca molto sui contrasti luce-ombra, tratteggiando una fisionomia ibrida in cui si concentrano i mille volti di un uomo d’esperienza, ma disilluso. Una notte qualsiasi, River viene distolto dai suoi soliti incubi dal trillo del campanello di casa. Si tratta di Marlen Tourneur, donna “dagli occhi gelidi ma persuasivi”, venuta a chiedergli aiuto per suo fratello – un ex collega di River – finito in galera con l’accusa di omicidio. Da questo momento in poi, la donna dal volto sfuggente e dalle “parole di fumo” entra di prepotenza nella vita del protagonista e non l’abbandona più fino all’ultima pagina del romanzo.

Tornare a fare indagini ha su Crane l’effetto di una catarsi devastante, che lo obbliga a un confronto con le ombre del passato e lo conduce, ora dopo ora, a sgretolare il muro con cui aveva coperto i ricordi. Si sgretolano i ricordi e si sgretola l’orologio del tempo, fatto ormai di polvere e cenere.

L’istinto ben addestrato dello spigoloso investigatore gli fa intuire, fin dall’inizio che, nelle confessioni della sua cliente, qualcosa non quadra. Grazie all’aiuto di alcuni amici di borgo, Crane giunge quindi, pagina dopo pagina, a dare una collocazione e un ruolo precisi a tutti i personaggi che vengono coinvolti nella vicenda e a sciogliere l’intricata matassa che vi è alla base. Ogni figura del romanzo viene spiegata, raccontata, parlata, spesso proprio attraverso le sue stesse parole.

L’unico personaggio che sfugge dall’inizio fino alla fine del libro, invece, è proprio il protagonista, sul quale l’autore proietta evidentemente una parte di sé e del suo vissuto (forse più interiore che di fatti). La narrazione si dipana attraverso molti dialoghi e poche ma concise descrizioni: il macrocosmo del mondo e delle convinzioni di Crane si avviluppa dentro alle mura di un bar di periferia che ricorda un po’ i nights fumosi degli anni ’30, in cui si suonava jazz fino a tarda notte e la gente si riuniva in cerca di una fuga dai pensieri, dove non ci si sorprenderebbe di veder comparire da un momento all’altro Humphrey Bogart e di vederlo bere un drink mentre, imbronciato, tortura la sua sigaretta stanca tra le labbra; le strade appaiono opacizzate dalla nebbia e dai misfatti che ogni famiglia di quartiere custodisce gelosamente dentro casa, ma la cui essenza filtra attraverso il vocio e le fessure delle finestre di chi ci vive; l’arredamento interno dei pochi appartamenti descritti – come quello di Crane o quello dell’avvocato dei Reed – rimanda l’immagine di un microcosmo frammentario e decentrato rispetto all’ambiente salottiero e altolocato della dimora di Marlene Tourneur, abituata al lusso e al “bel vivere”.

River guizza, come essere disincarnato, da una scena all’atra, portando con sé davvero ben poco di concreto: armi, strumenti del mestiere, abbigliamento per l’occasione son tutte cose a cui lo scrittore accenna soltanto e dà, forse, ben poca importanza. Due cose però non gli mancano mai: l’arguzia e le tracce del passato che lo tormentano, lo frustrano, ma tutto sommato lo guidano.

Il racconto in prima persona si biforca così in una parte “lucida” – in cui Crane è alle prese col delitto e con la sua risoluzione – e una parte assopita, sospesa nel dormiveglia in cui il protagonista penetra se stesso, si smembra, si scardina e si divora. E, così facendo, si narra, per quel poco che decide di farci sapere. Il linguaggio, di conseguenza, risente dello sdoppiamento: da un lato si fa veloce e istintivo, dall’altro si chiude in se stesso, s’intimizza e si lascia, per qualche frammento di secondo, sondare.

Sono questi i momenti del racconto che ho preferito, perché la lettura diventa ritmica, cadenzata, come se eseguisse le battute musicali di un pentagramma e creasse una musica costante. In fondo, perché no, queste righe potrebbero essere splendide rime di una poesia sciolta in prosa, o il testo di qualche canzone rock degli anni passati.

L’orologio di cenere è quindi noir a tutti gli effetti, del tipo, però, americano (quello originale) da cui i nostri scrittori europei hanno tratto ispirazione per i loro romanzi polizieschi, spesso ai limiti del sociale. Ciò che distingue, infatti, i due filoni del genere è che il primo, nato in America agli inizi del XX secolo, fondò i suoi tratti caratteristici su vicende fini a se stesse, che non avevano intenti etici di alcun tipo e che si snocciolavano attraverso un linguaggio innovativo, esternante e fluido, condito spesso da elementi caricaturali. L’accento veniva posto sulla realtà, cruda come le poche ed essenziali descrizioni finalizzate a contorcere gli eventi di un insieme di cui sfuggiva il filo conduttore. La versione europea del noir, invece, espande gli orizzonti e finisce col gettare luce su tematiche di interesse sociale, talvolta politico, coerenti con le preoccupazioni dell’epoca (parliamo degli anni ’50 del XX secolo). La criminalità emergente che crea nuovi filtri in Europa, ed espatria contemporaneamente in America, la drammaticità degli eventi e gli effetti del secondo dopoguerra permeano le pagine di scrittori che fanno della prospettiva dell’assassino “lo specchio per esaminare la società” (Mankell).

L’orologio di cenere, quindi, coincide perfettamente col noir di primo stampo, ed anzi, in certe sfumature, ricorda La morte paga doppio, capolavoro di colui che ha forse iniziato questo genere letterario così suggestivo: James Cain. I soldi, nel romanzo di Moscatelli, sono il perno attorno al quale si sviluppa l’intelaiatura del romanzo, alla stregua del romanzo di Cain; la dark lady del romanzo di Cain non manca nemmeno in quello di Moscatelli. La parsimonia di dettagli e di indizi, che lo scrittore-investigatore tiene per sé, appartiene all’uno e all’altro romanzo e fanno tenere il fiato sospeso fino all’ultima virgola del testo. Nel romanzo di Moscatelli, però, si aggiunge la densa eredità letteraria di un altro mondo e di un altro tempo: l’eco della rock music; le atmosfere gotiche di Edgar Allan Poe che ricorrono nelle scene ambientate nei cimiteri; il pragmatismo della classe sociale degli “arricchiti” che stride coi voli pindarici del protagonista; il linguaggio sferzante dei personaggi e i concetti che esso filtra appartengono alla nostra generazione, fatta di sogni e di speranze talvolta prematuramente frustrate.

L’oscurità del noir di Moscatelli imbeve ogni singola parola di una sensazione strana, che “perplime” (per dirla alla Guzzanti) il lettore e lo confonde. Ma questa è la sua cifra stilistica, l’ossigeno che dà vita a questo romanzo. E ce lo conferma lui stesso, lo scrittore, in una sua rara confessione quando scrive:

 

Le mie frequenti visite al cimitero rispondevano a questo secondo ordine di bisogni: individuavo la zona meno  affollata, aprivo un buon libro e mi immergevo in letture senza tempo. I protagonisti di quei romanzi diventavano miei alleati nella guerra alla realtà, travolgevano le regole del tempo con le loro avventure misteriose ed in quietanti, dipingevano di nero l’accecante candore del cole, che pian piano scompariva”.
 
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