2006
15
Ott

La memoria dell'acqua

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Antonio Messina è un inventore di mondi, nei quali ci trasporta con una prosa ricercatissima e densa, accortamente limata e lucidata come un oggetto d’argento, che nitido e brillante arrichisce una stanza.

Messina ci conduce non attraverso stanze, ma pianeti – Egretus, Silent, Sinfonia – sperduti negli angoli della galassia, ibridando l’ambientazione fantasy con il racconto filosofico e con un ragguardevole substrato di cultura classica. Sono viaggi immaginari in luoghi popolati da creature stravaganti e misteriose, addolciti da presenze femminili dagli occhi scuri, bellezze mediterranee, che spesso celano una segreta sofferenza o sanno leggere il cuore dell’inquieto io narrante.

La prosa raggiunge vette di alto lirismo e si fa poesia: “Il cielo sembrava una coperta di raso” .(p.41 “La piuma degli angeli”)

La sensibilità cromatica è quella di un pittore, specie ne “La piuma degli angeli”: “…l’erba intorno aveva il colore della porpora. […] alberi dalle grandi foglie azzurre e quasi trasparenti. […] Il nero danzava nel vento, a tratti macchiato da un bianco brillante che colava dal cielo”. (pp.42-43)

Come in una stravagante tavolozza i colori vengono mescolati, anzi traslati da un oggetto all’altro per dare vita e originalità a questi universi che paiono schiudersi di racconto in racconto in un infinito viaggio.

Invenzioni fantastiche s’alternano a considerazioni sui grandi temi esistenziali, cosicché il racconto filosofico si dilata e le immagini poetiche, schegge luminose, s’irradiano per lo spazio come i raggi di una stella.

Non è una prosa facile, è fitta, ci inonda di bellezza e d’incanto e può lasciarci ammutoliti. Diveniamo anche noi, come i protagonisti nei loro momenti felici un tutt’uno con il respiro dell’universo (una memoria ungarettiana è ipotizzabile) e ci facciamo trasportare dalla segreta armonia che da sempre ricerchiamo.

 

Il libro si articola in tre racconti lunghi, il primo dei quali dà il titolo alla raccolta, e in una serie di racconti brevi, giocati quasi del tutto sui dialoghi, che ci svelano gradualmente la situazione narrativa.

Caratteristica dell’io narrante di Messina è l’aver subito suo malgrado uno spostamento spazio-temporale. Senza aver capito come sia potuto accadere, il personaggio si ritrova catapultato su un altro pianeta sconosciuto.

L’incipit dei racconti è in medias res e la narrazione procede a ritroso, chiarendo eventi e personaggi.

Il primo impatto del protagonista consiste nel ritrovarsi all’interno di una situazione  quasi onirica o visionaria con conseguente senso di disorientamento e di paura e sospetto verso l’ignoto.

“Non ero in grado di appurare se quella che stavo vivendo era la realtà, o  se fosse frutto della parte malata della mia mente…” (p.22)

Nemici potenti e forze del male incombono o spiano il narratore: possono essere le onnipresenti Sentinelle a forma di petali metallici di margherita in “Polvere nel vento” o i Plageo, spietati assassini, esseri senza sangue, mostri capaci di modificare la realtà de “La memoria dell’acqua”.

La fuga s’impone e consiste nell’oltrepassare una soglia, che può chiamarsi Porta degli Angeli o Barriera delle Rose, ma è sorvegliata, misteriosa, lontana e diffcile da superare.

Attorno a questa struttura principale s’articolano soprattutto i primi tre racconti, che presentano sia leit-motiv tematici che varianti d’argomento esistenzial-filosofico. Le grandi domande sull’universo e sull’uomo costituiscono infatti il basso continuo della prosa di Messina e gli interrogativi sul senso ultimo della realtà, sul dolore, sulla morte, su Dio ritornano con costanza formulati diversamente, come se l’io vi si arrovellasse attorno in cerca della tanto sospirata armonia e conciliazione di tutte le voci contraddittorie che lo agitano.

 

Il primo racconto “La memoria dell’acqua”, costituisce una summa del pensiero dell’autore e sviluppa temi essenziali. Il protagonista Estasio –già il nome richiama uno stato d’alterazione psichica – si ritrova catapultato nel pianeta Egretus, appartenente alla galassia Socratea, in un anfiteatro gremito di gente dove, sotto una pioggia incessante, Melibeo arringa la folla. Il mondo in cui si trova somiglia molto a quello dei greci antichi e i richiami ai presocratici sono vari e numerosi, come spiega Elisabetta Blasi nella sua introduzione.

Il racconto è ricco di mistero e non sarebbe corretto svelarne tutti i dettagli, basti osservare che Estasio incontra Thana, una figura femminile bella e misteriosa, che sembra parlare per allusioni. Ella è in grado di comprendere il dolore del protagonista.

Caratteristica dell’io narrante – qui come altrove – è quella di aver molto sofferto “per i sogni non realizzati, per l’infanzia mutilata” (p.24).

Ancora: “Il dolore è parte dell’esistenza, e con esso si deve convivere. Il dolore somiglia all’uragano, cupo e devastante si scaglia contro la terra, ma è un segnale che spesso non comprendiamo. Dovevo imparare a convivere con il dolore, accarezzarlo, farlo entrare con delicatezza dentro di me. Non tutto è intriso di nero, l’esistenza trova il modo per regalarci attimi d’estrema bellezza, ma spesso noi restiamo lontani dalla felicità, presi solo dall’effimero e dalla materia”. (p.46 “La piuma degli angeli”)

“Ero stanco d’essere un numero, deluso dagli uomini, mortificato nel corpo e nell’anima”. (p.45 “La piuma degli angeli”)

Il disagio cui si allude è quello contemporaneo: insoddisfazione, frenesia del lavoro, anonimato.

Il desiderio principale di quest’io è l’armonia, “soffio di vento caldo”, “è ritrovare un sentimento d’appartenenza alle cose che mi circondavano”. (p.24 “La memoria dell’acqua”)

È l’esser compreso nella propria sofferenza, ruolo che spetta alla figura femminile.

In questo racconto elemento essenziale per il raggiungimento dell’armonia è la memoria dell’acqua.

“L’armonia è quella sensazioned’elevazione dello spirito che ci rende quasi invincibili; è una forma d’amore, la forma d’amore più completa e complessa che esista in tutto l’universo. […] Con l’armonia, invece, tramite la memoria dell’acqua, si poteva sondare un mondo che appariva lontano, quel mondo che la tua amica scrittrice aveva giustamente definito Ottembre: una realtà percepibile soltanto con l’immaginazione, l’unica che poteva sconfiggere il vostro materialismo, quello che sicuramente vi condurrà verso la distruzione”.  (pp.34-35)

Dove Ottembre è un omaggio a Monica Cito.

Su Egretus si vive in una sorta d’anarchia controllata, con poche regole basilari, si può amare liberamente, ma non si accetta chi vuole giudicare e chi pretende di avere la somma conoscenza. I suoi abitanti  hanno capito che con la sola ragione, col solo pragmatismo non si arriva da nessuna parte e dunque sono necessari istinto, armonia e sogno.

“La memoria dell’acqua, appunto, la vita che scorre lentamente, la vita che nella ragione a volte si confonde, la vita che ha bisogno di sogni e dell’immaginazione, la vita che non aspira alla perfezione, ma che da essa rifugge. La memoria dell’acqua, la nascita di tutte le cose, il trasformarsi, il divenire pensiero e turbamento, per poi ritornare nell’esatto punto di partenza, e da lì cominciare un altro percorso, fino alla fine. Istinto e armonia, con la ragione a equilibrare, laddove c’è necessità. La memoria dell’acqua, il fluire dei sogni, l’istinto che diviene legge: era quello il segreto dell’esistenza, era quello il segreto d’Egretus?” (pp.36-37)

L’io sognatore, sofferente nella società contemporanea, cerca altrove – e nei sogni e nello spostamento spazio-temporale –una soluzione ai propri mali, a volte oscilla tra sogno e realtà, dubita della propria stessa salute mentale, scivola nel dolore, esista, si confonde, in ogni caso non si stanca di fantasticare e di creare.

Il riferimento all’acqua è richiamo antico all’elemento primigenio, primordiale, ed  è proprio il mare una presenza costante nei racconti, mare colto nelle sue mille sfumature e colori.

“..le onde che scorrevano sembravano bighe trainate da cavalli d’argento, cavalli dalle lunghe criniere d’oro che galoppavano verso il pallido orizzonte”. (p.18)

In tempesta o calmo, movimentato da scogli, mare verso cui si distende un promontorio oppure percepito come una presenza sfumata, il mare è fonte di rigenerazione e di forza: “Ascoltare il tramestio delle onde era per me un’emozione smisurata”. (p.60 “La piuma degli angeli”)

“Le onde sprigionavano suoni arcani, il frangersi dei marosi sugli scogli evocava antiche e appassionate melodie…” (p.61)

 

Se “La memoria del’acqua è un racconto filosofico che decreta i concetti base del libro e cerca di vederli applicati nell’organizzazione della società, ne “La piuma degli angeli” è il tema religioso a venir affrontato attraverso il rapporto tra il narratore Amir e il monaco Ezachiel, amico e padre spirituale. Non viene chiarito se Ezachiel professi una religione cristiana, è un uomo pio e retto, rispettoso delle idee di Amir. “Se Dio è l’artefice di tutte le cose, vuol dire che la sua idea è dentro di noi fin dalla nascita. Arriverà anche per te il momento di trovare la pace”. (p.50)

Egli cerca di capirlo e di rispettare i suoi tempi e le sua non-fede.

Amir dal canto suo è un personaggio in ricerca, “desideravo qualcosa che mi era sfuggito durante l’infanzia” (p.50), ha un suo carico di dolore, ma soprattutto crede nel sogno e nell’amore come fonti di salvezza.

La sua concezione della religiosità lo avvicina alle correnti spirritualistiche contemporanee che guardano molto all’essere interiore e ricercano un modus vivendi semplice e naturale, in sintonia con l’ambiente e senza eccessi tecnologici.

Come nel racconto breve “La zona d’ombra” si raggiungono qui i confini del soprannaturale e viene esposto un universale concetto d’amore universale.

“Che l’amore possa decidere le sorti del mondo, è cosa risaputa, ma nel cercarlo gli uomini hanno paura di soffrire, perciò vi rinunciano, conducendo una vita infelice e misera”. (p.70)

È importante anche l’amore per un sogno, come quello di Amir per Erula, l’esile ballerina danzante tra due ali di fuoco freddo.

La parte finale di questo racconto con i suoi riferimenti a coloro che sono dotati di un vuoto interiore speciale – può venire chiamato talento, amore o sofferenza – e che per questo avranno in dono sogno e bellezza preclusi agli insensibili, apre già al leit-motiv del terzo racconto lungo “Polvere nel vento”: lo scrivere.

 

Ambientato a Silent, remoto pianeta semi deserto dalla sabbia rossa come Marte, “Polvere nel vento” vede il consueto io dedito alla scrittura. In un mondo silenzioso (nomen omen: è il silenzio delle emozioni a venire imposto), spazzato da un vento notturno implacabile, proprio la parola scritta assume importanza ed è affidata a un diario segreto, in una dimensione di solipsismo molto accentuata.

L’unica che pare comprendere il protagonista è una donna, Foglia di Luna, creatura dolce e sensibile, forse vittima di un vecchio dispotico.

“Spesso mi chiedo perché scrivo, quale forza mi spinga a liberare i segni, costruendo castelli e ponti di cristallo, luoghi immaginari; mi domando a volte che senso ha vivere, ma subito dopo, osservando le rondini saettare, mi vien voglia di riconsiderare la questione, e cerco razionalmente di dare un significato a ciò che osservo”. (p.80)

La scrittura è compressa tra due istanze: quella intima dell’io portato alla fantasticheria e al sogno e affidata al diario segreto e quella impostagli da Isipo il Vecchio, un pragmatico, che pretende da lui uno stile semplice e snello, vuole che lui osservi le cose senza passione, senza emozionarsi.

Tutta la narrazione scorre al limite della razionalità, poiché l’io non riesce a capacitarsi della propria situazione e ha smarrito la memoria, “sembra che qualcuno abbia svuotato la mia testa” (p.84) e si sente come sul set di un film dalla splendida scenografia. Percepisce di dover fuggire, si sente osservato (echi orwelliani qui). è confuso perché non ricorda il suo passato, non sa cosa sarà del suo futuro, vive del solo presente.

“C’è qualcosa d’oscuro nella mia vita, un passato che non riesco a ricordare…In realtà non voglio soffrire: ecco il vero motivo per il quale non desidero ricordare”. (p.92)

Sa solo di essersi smarrito in un mondo che privilegia la materialità  e non sa perdere tempo di fronte alla bellezza della natura o per ascoltare il “respiro dell’anima”.

Qui più che altrove l’io oscilla tra felicità/infelicità, ragione/follia, fuga/permanenza, è come se edificasse castelli di sabbia per poi sgretolarli e rifarli ancora, è un “nomade senza patria e senza passato”, è lo scrittore, anima inquieta, irrisolta, piena di aporie.

“Ho bisogno di scrivere in altro modo, liberare con somma leggiadria le frasi, cercare sempre parole appropriate e profonde per descrivere i moti del’animo, le emozioni che toccano il cuore”. (p.97)

“Vorei tanto respirare il profumo intenso della vita, ritornare ad accudire la mia anima, essere l’uomo di un tempo”. (p.98)

È una rivendicazione del proprio modo di essere, la cui importanza risuona anche nel racconto breve “Il suono violato”: ”Non so se sugli altri pianeti i poeti, gli scrittori, gli artisti amministrano il potere, ma se così non fosse sarebbe una vera catastrofe, perché solo gli uomini illuminati possono garantire pace e prosperità”. (p.131)

In tanti spostamenti, in tanta ricerca di spiritualità contrapposta al pragmatismo dilagante “la parola è verbo e può modificare il destino dell’universo” .(p.131 “La Mutazione”)

La raccolta è un viaggio tra mondi lontani e fantastici e nello stesso tempo un viaggio dentro l’uomo, nelle sue esigenze spirituali profonde, in un rifiuto del vivere ridotto a mero esistere biologico e alla ricerca di una dimensione più ricca e viva del nostro percorso terreno.

 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

 

Antonio Messina (Partanna,Trapani) vive a Padova. Ha pubblicato nel 2003 il romanzo “L’assurdo respiro delle cose tremule”. Racconti sono stati pubblicati sulle riviste cartacee Progetto Babele, Tam-Tam e Gemellae e su riviste telematiche internazionali: Casa da cultura e Isla Negra. Liriche sono state pubblicate in antologie.

 

Antonio Messina, La memoria dell’acqua, Piombino, Il Foglio 2006. Introduzione di Elisabetta Blasi.
 
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:: Marina Monego
Marina Monego (Venezia 1961), d'origini veneziane con antenati scesi col Piave dalla val Zoldana, si è laureata in Lettere all'Università di Ca'Foscari a Venezia con una tesi sul viaggiare settecentesco. Dopo qualche breve avventura nel mondo della scuola ha messo su famiglia e ha deciso di dedicarsi integralmente al marito e ai due figli, nonché al beneamato gatto Ulisse. Da molto tempo risiede in Terraferma, ma a Venezia è rimasta affezionata e vi ritorna sempre volentieri. Ama la montagna e i boschi, ma non disdegna il riposo sui lidi marini, possibilmente con qualche bel libro. Non ha mai dimenticato il mondo della letteratura, né ha mai perso il vizio di scrivere. Da qualche anno affida i suoi testi al web e suoi articoli sono apparsi su lankelot.com (sito del quale ha condiviso le vicissitudini, appartenendo alla redazione), piazzaliberazione.it; anpimagenta.it; giovaniemissione.it; homoweb.it. Attualmente collabora anche a lankelot.eu e transfinito.net. Durante il periodo universitario ha pubblicato sulla rivista ''Annali Veneti'', in collaborazione con Lauretta Novello, una ricerca demografica su un archivio parrocchiale della terraferma veneziana.
MAIL: marina.monego@libero.it
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