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2006
15
Ott

Elisabetta Bilei

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Elisabetta Bilei è una giovane e talentuosa scrittrice, che recentemente ha pubblicato, per i tipi de “Il Foglio Letterario” (Piombino), “Caffè valeriana vomito sigaretta”; un interessante romanzo breve, dalla struttura decisamente sperimentale.

Il flusso di coscienza dell’io narrante è infatti iper-scarnificato, e fa tralucere in filigrana la rabbia, che sovente diviene sarcasmo ed algida cattiveria, di una giovane donna vittima di violenze ed abusi.

 

Circola parecchia letteratura, soprattutto narrativa, nell’ambito dell’editoria indipendente, tesa ad un forte sperimentalismo. Il tuo libro pare accedere a pieno titolo a questa caratteristica.

Riusciranno mai gli “sperimentalisti” ad incontrarsi? E con quali prospettive?

Io spero che riescano ad incontrarsi e non a scontrarsi.

Che si siedano a un tavolo dei volenterosi – visto che in questo periodo vanno molto di moda – e che parlino di quello che per tutti loro mi auguro sia un punto di partenza: la scrittura. Perché da dove si comincia se non dall’inizio?

 

Restando nel campo “sperimentalista”: a differenza di quanto, ad esempio, è narrato nel romanzo di Monica Cito, nel quale la violenza alle donne assume carattere comunitario, nel tuo spicca il rapporto impari tra l’uomo e la donna. Quella del libro è solo un’opinione dell’io narrante od anche della scrittrice?

Un libro è come un figlio, nasce da me ma non sono io.

Eppure in questa cosa mi assomiglia molto.

Io credo che la violenza sia come il rumore dell’erba che cresce. La gente non sente, ama non farlo.

Ma credo che sia ancora peggio di così, perché ogni giorno in più di silenzio è un giorno in più per rinnovare la violenza. Quella verso il corpo finisce in tempi relativamente brevi, ma quando invade come un’epidemia il cuore e la mente è difficile da debellare.

E se chi la compie è una persona che si conosce, che si ama e che dovrebbe fare altrettanto si diffondono ancor di più come metastasi i sensi di colpa e la vergogna.

E qui, purtroppo, il tumore d’amore è assicurato.

Ma se ne esce, si guarisce. Basta trovare qualcuno che sappia ascoltare quel suono. Il rumore dell’erba che cresce.

 

C’è ancora spazio, secondo te – scusa la provocazione – per… l’amore eterosessuale?

Il problema, secondo me, è un altro.

C’è ancora spazio per l’amore? E soprattutto, che cos’è amore oggi?

Ci vuole tempo per i sentimenti, e il mondo sembra non concederlo.

Se il mondo corre, è solo l’amore “usa e getta” che può stargli dietro.

 

E quanto influisce, in quest’ottica e secondo l’immaginario femminile, il rapporto col padre?

Dal rapporto con il padre, secondo me, nasce quello con il resto del mondo.

Non si è genitori perché sono stati trasmessi a qualcuno metà dei propri geni, ma per molto di più.

E soprattutto un padre a una figlia le insegna a rapportarsi con un’altra persona, di un altro sesso e anche di un’altra generazione. Le fa imparare, insomma, a relazionarsi con l’altro dove l’altro è appunto tutto ciò che lei non è.
Un padre è un buon passepartout per il mondo: lei lo dovrà visitare con le sue gambe, ma fare un pezzo di strada con chi non solo ti ha messo al mondo ma ringrazia il cielo ogni giorno per averlo fatto è un gran bell’inizio.

 
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:: Elisabetta Blasi
Elisabetta Blasi è nata a Grottaglie (Taranto) nel 1968. Laureata in Scienze Politiche – indirizzo storico- politico – ha curato vari studi sull’applicazione della pari opportunità fra uomini e donne nel campo del disagio sociale (in Francia), nell’istruzione scolastica, universitaria e nella formazione professionale (in Italia). Ha collaborato colla rivista web www.lankelot.com come critica letteraria ed opinionista. Attualmente collabora con Giulio Perrone Editore.
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