2006
3
Ott

Gli inquilini di Dirt Street

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Lord Eylau è un nobile decaduto. Dell’antica ricchezza della sua famiglia non sono rimaste che le briciole. Lord Eylau ha trentanove anni e vive a Londra, siamo negli anni sessanta. Si viene a creare una strana atmosfera. Ricordi di una nobiltà perduta mischiati ai cambiamenti di una città (e di una generazione) che si sta evolvendo. Londra non è certo più quella degli aristocratici, adesso è piena di ragazzi che passano il loro tempo a drogarsi o più semplicemente a non fare nulla.

L’inizio è di quelli che non ti aspetti. Lord Eylau è a casa della madre (tre o quattro stanze sono quello che è rimasto di tutti i beni della loro famiglia) e il rapporto tra loro è morboso, stanco, ipocrita. La madre è ancora piena delle sue idee da nobile, guarda il mondo dalla distanza di quello che non è più e ancora crede di essere, in lei è la visione di un mondo morto trenta o quaranta anni prima a portarla avanti.

Ci troviamo in una dimensione nuova, descritta da pochi, questo mondo è distante, isolato, freddo e oscuro. Lord Eylau se ne va, passiamo al secondo capitolo, parte un lungo flashback. I ricordi di Lord Eylau sono tremendi, la morte del padre, i semi di quel nichilismo che contraddistinguerà la sua età adulta.

Derek Raymond ci immerge piano piano nel suo mondo, ce ne mostra squarci, ce ne rivela segreti. La figura di Lord Eylau prende sempre più consistenza. Affezionato alla bottiglia, ridotto a fare lavori di merda, una nobiltà perduta, ma l’animo rimane sempre quello di chi si sente un gradino al di sopra degli altri.

L’incontro con Helen, la moglie cieca di un vicario che aveva raccolto Lord Eylau, sbronzo marcio, nella sua chiesa, segna la svolta del libro. Tra i due si inizia ad instaurare un rapporto torbido, un gioco di dominio e sottomissione (psicologica), un’ossessione mascherata d’amore. La donna lascerà il vicario per andare a vivere con lord Eylau. Stanca di una vita fatta di devozione e noia, la donna butterà via la propria maschera di pacatezza per mostrare realmente ciò di cui è fatta. Bisogno di sesso (meglio se violento), di soldi, di imporre la propria personalità. Mr Aynsham (questo il nome del vicario) inizierà il proprio personale viaggio vero l’inferno (o forse verso la vera consapevolezza di se stesso). Mr Aynsham è il personaggio più bello del libro, è colui che affronterà la prova più dura. Su Mr Aynsham si sfogherà il destino, accanito e cinico, e sarà l’unico personaggio verso il quale la nostra pietà potrà muoversi.

Gli altri sono uomini e donne che hanno venduto l’anima al miglior offerente. Sia esso il denaro (rappresentato da Viper e Mandip, proprietari dell’Amalgamated Vice, una società specializzata nel trarre profitto dalle debolezze umane), il potere o il sesso, l’uomo rimane un burattino manovrato dai propri vizi e dalle proprie ambizioni. La morale sembra esistere solo nelle parole o nei sermoni di un uomo di chiesa che si avvicina velocemente verso la propria pazzia.

La negazione, quindi, di qualsiasi essere superiore (il Superuomo, invenzione letteraria di origine nietzschiana) ma anche di qualsiasi rispetto tra gli uomini è la base teorica sul quale l’intero romanzo si basa.

Derek Raymond affonda il mondo dei suoi ricordi e quello della sua contemporaneità ad un livello di cupo pessimismo dal quel è impossibile risollevarsi. Il noir trova la sua via filosofica ed esistenziale verso l’autodistruzione (se non fisica, sicuramente spirituale) di coloro che vi sono dentro. Rimangono immagini inquietanti come quelle del bordello in cui Lord Eylau e Helen si ritrovano a lavorare per Viper e Mendip. Vita che per lavoro si trasforma in spettacolo. Sadomasochismo come gioco per ricchi. Ci si sottomette, ci si frusta, ci si infligge dolore per uscire dalla quotidianità. Chi ha i soldi cerca sempre nuovi modi per divertirsi.

Rimane l’impossibilità di domare la tigre che abbiamo dentro e ci fa sbranare con i nostri simili. Il mondo è nero, cupo, affamato di potere. La consapevolezza di questo ordine delle cose è l’unica via di salvezza per chi non sa che farsene della propria anima. Sfruttare il mondo e le persone attraverso le loro debolezze. Rifiutare ogni morale, vendersi, sottomettersi al proprio padrone.
Quello che ci muove da dentro, impassibile davanti alla sofferenza dei nostri simili, duro, impenetrabile. Quello onnipresente, assoluto, che dovrebbe sorvegliarci dall’alto. Quel padrone, che alcuni chiamano dio, che in questo mondo  continua a sfotterci con la sua perenne assenza. Relegando solo ai pazzi o ai miseri il valore della propria parola.

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno del 1979. Nel 1998 mi sono diplomato presso il liceo scientifico Cavour. Nel 2003 ho conseguito la laurea triennale in Arti e Scienze dello Spettacolo curriculum Cinema presso la facoltà di Scienze Umanistiche della Sapienza. Mi è stata pubblicata una poesia nell' antologia poetica ''E il naufragar m'è dolce in questa radio'' a cura di G. Perrone e nelle raccolte di poesie ''Navigando tra le parole vol.2 e vol.7''. Inoltre altre poesie e racconti sono state pubblicati su alcuni siti internet (www.eptafuso.com e www.scrivendo.it) e sulla rivista ''Il Filo'' a cura del sito www.poesiacontemporanea.it. Nel 2004 mi è stato pubblicato un racconto all' interno dell' antologia narrativa ''Resept@'' a cura del sito www.eptafuso.com.
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