2006
10
Set

La leggenda dei pesci bambini

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(Francesco Bova - Giulio Perrone Editore)

 

 

“Canun è poco più di una macchia di case, ma quel lembo di terra, all’inizio della valle, è chiamato da tutti la collina di Canun”. (p.9)

“È un appendice di un più antico borgo delle alpi della Liguria, incuneato tra la valle Maremola e la valle dello Scarincio…”  (p.9).

Esiste una collina che somiglia alle Langhe pavesiane pur essendo situata in un paesaggio ligure d’ascendenza calviniana.

Questa collina è stata violata da un terribile fatto di sangue, un triplice omicidio d’efferata brutalità ed ora è inaridita, selvaggia, infestata da un odore di morte e dalle anime senza pace delle vittime.

Vi sono  poi le storie di due uomini: l’omicida Salva e Luca, il professore che ogni estate torna a Canun da sua madre per le vacanze e percorre solitario i sentieri, va a pesca nel canneto e crea la leggenda dei pesci bambini.

Attorno a questi tre poli e ad alcuni leit-motiv quasi ossessivi è costruito il romanzo di Bova, nel quale l’imprinting pavesiano è molto forte - come se l’Autore avesse voluto riassorbire e rielaborare su di sé temi e luoghi cari allo scrittore piemontese – ma vi sono dichiarate ascendenze di Calvino e Mastronardi e ricordi verso altri artisti che il protagonista, Luca, dice di aver visto o incontrato o studiato (Primo Levi, la beat generation, Alda Merini, Campana, Morselli).

A ogni capitolo è intervallata una nota dell’Autore, un architetto che si dichiara amico e coetaneo di Luca e pare conoscerlo molto bene.

Nel testo narrativo s’alternano le storie di Salva e Luca e, verso la fine, differenti personaggi parlano chiarendo il senso della vicenda è fornendo nuovi punti di vista su Luca.

Lo spirito di Pavese aleggia dall’inizio alla fine del romanzo sia per citazione diretta che attraverso ambientazione, riferimenti, simbologie, richiami ad un mito che non è più quello classico, ma quello stregonesco delle credenze popolari, della divinazione tramite i Tarocchi, delle anime incollerite dei morti senza pace che richiedono un sacrificio cruento.

La collina di Canun, dodici anni prima, è stata violata: in un raptus di violenza il guardiacaccia e contadino Salva ha ucciso a fucilate ben tre persone e ferito gravemente una quarta. Erano i suoi vicini cui aveva venduto la sua prima casa.

Da allora un persistente odore di morte – ed è forte in quest’opera la sensibilità per odori e sapori, l’Autore scrive con tutti i sensi ben tesi -  l’impregna e non se ne andrà finché non saranno stati compiuti dei riti sacrificali atti a placare le anime dei trapassati.

Officianti di questi riti sono due personaggi molto diversi: Salva e Luca.

 

Salva, l’assassino, era stato marinaio prima di esser contadino, si considera il custode della collina, il suo vicerè e fedele servitore ad un tempo, ritiene suo dovere difenderla da quegli estranei che lui stesso ha introdotto.

È una figura arcaica, selvaggia, d’una violenza cieca e bestiale. Condannato all’ergastolo, lontano dai ritmi naturali cui era abituato, s’inaridisce e si schianta fino a compiere il suo rito finale con gesti misurati e lucidi.

Ricorrenti le considerazioni sull’ergastolo e sulla sua sostanziale inutilità e pavesiane le osservazioni sul tempo-dolore:

“È il dolore che scandisce ogni minuto della nostra giornata o è la dimensione del tempo, in questo gioco del finito e dell’infinito, che materializza il dolore?

In carcere per tutta la vita, che è un tempo finito, significa dichiarare che la pena non avrà mai fine e che l’ergastolo è il tempo infinito della sofferenza”. (p.89)

Salva è inchiodato al momento del delitto, per lui il tempo si è fermato lì, vive un eterno presente, quello del carcere con il suo fine pena mai.

“La stessa solenne formula dell’ergastolo, fine pena mai, è una debole e ipocrita convenzione perché nessun giudice al mondo ha la certezza che la condanna all’ergastolo possa privare della libertà una persona per un congruo numero di anni”. (p.189)

Salva non è né vivo né morto, diventa un manichino indifferente, l’unica certezza è quella di non poter più rivedere i suoi luoghi d’origine e le voci che ode sono quelle delle sue vittime, dilaniate dai pallettoni del suo fucile.

 

Luca invece è un personaggio molto diverso, originario di Canun, ha vissuto in paese fino a vent’anni e poi è andato a Milano a insegnare Lettere e Filosofia in un liceo serale. Alla collina della sua infanzia è sempre rimasto legato, è un sognatore, un fantasioso. Il suo amico architetto riferisce che è comunista, è sposato ed ha un figlio.

Ogni estate Luca ritorna al suo paese natale e si sente rinascere nel ventre avvolgente della collina-madre, luogo simbolo della sua infanzia caratterizzata dalle scorribande al fiume con i coetanei.

Quella terra ha lasciato tracce indelebili in Luca – come le Langhe in Pavese – l’autore cui maggiormente Luca vorrebbe somigliare. La collina diventa un territorio nel quale fatti fondamentali, a valenza rituale, sono accaduti.

I ragazzi esplorano zone nascoste, compiono riti sacrificali cruenti su lucertole e girini, trovano ossa nel greto del torrente, sognano “di navigare sopra malconce e improbabili zattere quando la primavera lo gonfiava con le piogge di aprile come se fosse stato l’Adda, il Po, l’Hudson o il grande San Lorenzo degli indiani Irochesi”. (pp.11-12)

Evocano leggende del diavolo e delle streghe.

Luca ritorna, ricorda e ama ritrovare tutto com’era prima: la vecchia osteria della Pina, i contadini, il vecchio juke-box, le bottiglie dei liquori, le case, il paesaggio. Solo l’odore presso la Casa dei Morti, un tempo Villa Alice, lo inquieta con oscuri presentimenti.

A differenza di Anguilla de “La luna e i falò”, Luca ritorna e ritrova tutto al suo posto, se è presente Pavese nel testo, non manca qualche ammicco a Calvino e

alla dimensione favolistica nella figura del vecchio barbo e “nei rumori che il bosco liberava come se fossero voci di folletti” (p.16).

Luca ritrova anche l’anziana madre, che lui non riesce più a toccare, intenta a leggere i Tarocchi o a pregare, in una mescolanza di paganesimo e cristianesimo che si ripete nel romanzo come se i confini tra le due dimensioni non fossero ben delineati.

Luca è il creatore della leggenda dei pesci bambini, abitatori di una pozza del ruscello insieme al grande barbo guardiano. I pesci bambini sono gli amici d’infanzia, il loro ricordo eternato per sempre nel ventre della collina, un’intera classe elementare è contenuta in quella pozza e Luca è continuamente preoccupato che i suoi pesci possano scappare o morire, poiché il ricordo è tutto, è il cardine della poetica di Luca e del suo autore.

“Chi non ricorda perde se stesso. Il verbo ricordare, come tu sai, deriva dal latino recordari e significa rimettere nel cuore – cor cordis – che è la sede della memoria. Non ricordare è un dramma più grande di quello di perdere la vista. Un cieco può ricordare un volto. Se perdi l’udito puoi ancora ascoltare dentro di te un accordo di una chitarra, ma uno smemorato non ha più sensi e, dunque, perde anche la sua identità. Non è più una persona”. (pp.151.152)

Luca dunque torna e ricorda: gli amici, le sue donne, i suoi autori preferiti, i suoi allievi cui ha insegnato non solo a leggere, ma ad annusare i libri, perché anche da lì si coglie lo spirito di un artista “l’odore lasciato dalla fatica dell’autore” (p.147).

Lui stesso scrive e ama “ingravidare le parole” come fossero donne e queste stesse parole dà in pasto ai suoi pesci bambini, mescolando alle esche di mollica di pane pagine di libri.

La figura di Luca si delinea sempre più attraverso il ritratto che, verso la fine del libro, fanno di lui una serie di personaggi che ben lo conoscono: la madre Caterina, Tino un pesce bambino, l’amico architetto, la sua compagna Marianne, un altro pesce bambino molto piccolo, l’angelo custode.

Le affinità tra Luca e Pavese sono forti ed esplicite: anche un amico di Luca si è suicidato ragazzo (come Baraldi, il compagno di scuola di Pavese), vi è poi l’affinità politica, l’aver atteso per sei ore una donna sotto la pioggia, una sottile ansia autodistruttiva, i silenzi in cui si chiude, un dolore misterioso che lo logora e nel quale le sue donne non riescono a penetrare pur intuendone la presenza, l’amore per la collina-simbolo femminile, l’aver trascorso un’estate dai francescani nelle Langhe.

 

Particolare è il rapporto di Luca con le donne, che paiono poter esser considerate soltanto oggetti del desiderio e poi madri. Vi è tutta una catena di simboli ricorrenti che rinviano al mistero della maternità, al rito dell’immersione nelle acque come memoria del liquido amniotico e quindi come ritorno al ventre materno. L’immagine della pancia è ossessiva: la pancia della collina, quella della Lella, l’unica vittima sopravvissuta alla furia di Salva, una ragazza resa sterile dai pallettoni che il contadino le ha sparato all’addome, la pancia di Dio, quella della madre che, quand’era incinta di Luca, beveva un bottiglione d’acqua al giorno per far star bene e crescere il suo pesce bambino.

“Per non far boccheggiare mio figlio, aveva pensato. I pesci con poca acqua muoiono, si girano morenti mostrando la pancia argentata. Mentre mio figlio deve guizzare felice, scattante come i cavedani del torrente Scarinciu. La mia pancia, aveva pensato la madre di Luca, è una pozza d’acqua cristallina, riparata dall’ombra del canneto. La mia pancia è un otre e guai, se mai dovesse accadere, che qualcuno o qualcosa possa ferirmi, aprendo un pertugio e facendo uscire l’acqua dove cresce il mio bambino. Una pancia di donna deve essere tesa e senza buchi per contenere l’acqua divina”. (p.125)

E ancora la pancia della chiesa in cui Luca si distende in uno dei numerosi riti che compie nel suo peregrinare tra le colline e poi la pancia delle sue donne.

Salva stesso è coinvolto in questa catena simbolica: lui ha contemplato per un attimo la pancia della Lella prima di spararle ed ha pensato di possederla, di fecondarla con la violenza, poi l’istinto di morte ha prevalso, ma non è riuscito ad ucciderla. O forse l’ha fatto, ma in un modo diverso, togliendole quella capacità di dare la vita di cui le donne sembrano esser custodi, officianti, sacerdotesse in questo romanzo. L’impulso distruttivo e autodistruttivo è tipicamente maschile qui.

La donna è dunque ossessivamente madre. Così Luca delinea la sua, come farebbe un pittore:

“…dipingerei una donna con le braccia rivolte al cielo, disegnandola di spalle, ma con la testa girata per cogliere il profilo del volto”. (p.121)

Caterina è una donna-fontana, donna-acqua da cui scaturisce la vita. Lei, nelle sue premonizioni, capisce che “Salva aveva fatto un buco a quell’otre che conteneva i liquidi vitali di Canun”. (p.132)

Ora è necessario un sacrificio.

Diversa, ma pur sempre madre, è la compagna di Luca, a lei viene chiesto di accogliere e accettare i suoi silenzi e poi di essere disponibile sessualmente.

“Fare l’amore è la sua medicina per ritornare nel mondo e io sono l’unguento per lenire quel torace troppo magro che si è rotolato per giorni nella nebbia, trascinato sul fondo del fiume, sbattuto tra i sassi rotondi dove si nascondono le anguille”. (p.162)

Lei è solidità, punto d’approdo, mentre lui insegue i suoi sogni e le sue storie, cui deve dar vita attraverso quelle parole che ama tanto. Proprio il raccontare è il cardine dell’esperienza di Luca, insegnante-scrittore, capace di innalzare un singolo gesto caricandolo di significati.

“Il mito è importante. Un gesto, una semplice frase o un fatto mediocre possono dar senso ad un’intera esistenza se riusciamo ad esaltarne l’aspetto drammatico”. (p.149)

Così a Luca, spirito artistico, tocca in sorte raccontare l’epopea di Canun riempiendola di simboli e facendola diventare leggenda (e proprio nel finale i toni da leggenda s’accentueranno).

Il racconto – se ha un valore catartico per il protagonista – non basta da solo a placare le anime dei morti, sarà necessario ben altro e più cruento sacrificio, che nella logica del mito si configurerà come un ritorno al ventre materno attraverso la pancia della collina, nella quale è ospitato un luogo sotterraneo.

Acqua, liquido amniotico, pancia, ritorno: un cerchio che si chiude, tanti piccoli riti che preparano quello finale, supremo, in uno stringersi inesorabile attorno a Luca e a Salva, figure necessarie e consapevoli del loro destino finale.

 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

 

Francesco Bova (Pietra Ligure 1953),  giornalista, vive e lavora in provincia di Milano, occupandosi di ricerca e formazione a livello universitario. Negli anni Settanta ha pubblicato quattro piccoli libri di poesie: Amore di nano (1973); Il suicidio di Stato (1977); Il leone Giustino e l’indiana Manù (1979; Narciso e Autòs (1989).

 

Francesco Bova, La leggenda dei pesci bambini, Roma, Giulio Perrone Editore 2005.

 
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:: Marina Monego
Marina Monego (Venezia 1961), d'origini veneziane con antenati scesi col Piave dalla val Zoldana, si è laureata in Lettere all'Università di Ca'Foscari a Venezia con una tesi sul viaggiare settecentesco. Dopo qualche breve avventura nel mondo della scuola ha messo su famiglia e ha deciso di dedicarsi integralmente al marito e ai due figli, nonché al beneamato gatto Ulisse. Da molto tempo risiede in Terraferma, ma a Venezia è rimasta affezionata e vi ritorna sempre volentieri. Ama la montagna e i boschi, ma non disdegna il riposo sui lidi marini, possibilmente con qualche bel libro. Non ha mai dimenticato il mondo della letteratura, né ha mai perso il vizio di scrivere. Da qualche anno affida i suoi testi al web e suoi articoli sono apparsi su lankelot.com (sito del quale ha condiviso le vicissitudini, appartenendo alla redazione), piazzaliberazione.it; anpimagenta.it; giovaniemissione.it; homoweb.it. Attualmente collabora anche a lankelot.eu e transfinito.net. Durante il periodo universitario ha pubblicato sulla rivista ''Annali Veneti'', in collaborazione con Lauretta Novello, una ricerca demografica su un archivio parrocchiale della terraferma veneziana.
MAIL: marina.monego@libero.it
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