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2006
26
Giu

Versi pure, grazie

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(Giancarlo Tramutoli - Manni - Lecce, 2006)

 

Poesia giocosa, spensierata e pensierosa, quella di Giancarlo Tramutoli. La recente pubblicazione del poeta lucano Versi pure, grazie (Manni, Lecce, 2006) conferma uno stile perfettamente brioso, leggero quanto portatore di contenuti assai notevoli. Tramutoli è autore apprezzato a livello nazionale. Anche a quest’opera, non mancano le lusinghe giunte dal mondo della letterate e della stampa; il valido scrittore Sebastiano Vassalli ha definito il poeta della Basilicata “uno dei rari poeti giocosi che ci siano oggi in Italia”. E non è assolutamente un caso se a firmare una nota che presenta il recente volume è stato addirittura il noto e attento poeta, lungamente maltrattato dall’editoria, Attilio Lolini. L’opera arriva dopo altre diverse uscite degli scorsi anni e dopo la pubblicazione, avvenuta nel 2001, del primo e per ora unico romanzo edito La vasca da Bagno (per i tipi della ravennate Fernandel). Lolini, in sede di testo introduttivo (titolato comunque Il recidivo), s’incazza come una iena con la poesia seriosa e altezzosa, con quella messa sui piedistalli e intoccabile, ed esattamente allo stesso modo se la prende con un circuito definito addirittura “una specie di Cpm (Cupola poetica mafiosa) con tre o quattro capi mandamento che soprintendono alla poesia nazionale con varie cosche del verso libero sparse sul territorio; se uno non s’associ non esiste”. Allo stesso tempo Attilio Lolini esalta scelte stilistiche e contenuti del dire poetico in e fuori  Tramutoli. I territori di Giancarlo Tramutoli sembrano piccini ma sono molto vasti. Si va da una sorta d’insofferenza d’animo ammantata e maltrattata da una voglia d’anestetizzarla con la rima, alla dissacrazione di quel fare “posato” già definito anche da A. Lolini. Il gioco è motivo predominante della poetica di Tramutoli, un autore che se ne sbatte gentilmente di Arbasino, Luzi, Raboni e Zanzotto, con rispettoso scherno e gradevoli accenti. Assonanza e rime sono fulcro in un procedere senza intoppi, con calma e gaiezza. Si parte, per dirne una, con “Ho letto nel grande letto / tradotto dal lèttone / un piccolo libro sul sonno / di uno scrittore russo.”. Qui, tutta la grazia e bellezza dell’equivoco esaltato. Oppure, si va avanti con “Da sempre vivo nel presente / assente e silente / come era mio padre / che faceva il detestabile / in casa e l’amabile / fuori e lo dico in rima: / meglio così / che son cresciuto prima.” Estraniarsi, dopo aver preso il passato e vivendo con sobrietà in presente. Poi, la “richiesta” ad Alberto Arbasino: ma perché per forza devi farti sentire quotidianamente, non ti senti vivo? A un certo punto, tocca al guardarsi seriamente dentro: “Nessuno mi chiama. / Non chiamo nessuno / Al più faccio fare tre squilli / e abbassare la cornetta sul nulla.” Che ovviamente è anche un modo di provare ad ascoltare fuori, in mezzo alla normalità delle giornata da bancario e della fretta assopita della gente. Notevole tanto questa: “Chiedetelo ai saggi ai pazzi / se se non è vero che vivo al di sopra / dei miei mezzi. Chiedetelo pure ai miei vicini. / Vi diranno che vivo al di sopra / anche dei miei fini.”  Da riproporre pure questo componimento breve e “preciso”: “La famiglia / è quel luogo / così famigliare / dove non puoi mai dire / quello che ti pare.” Interessantissima anche “Notizie alla radio”. Il timbro di questo importante poeta accoglie le strombazzate del tempo, mettendo nella forza motrice del verso un ramo di spassosa voglia di presa in giro, acuta e riflessiva almeno quanto indimenticabile.

 
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