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2006
16
Giu

I tempi del tempo

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(Massimiliano Achille - Edizioni Lepisma)

L’età ci destina quasi sempre ad una sorta di presbiopia verso il presente mentre il passato, rivisitato attraverso la memoria, depurato dalle spigolosità e rinnovato dal rimpianto, diventa tempo metafisico e pertanto perfetto della vita.

Per M. A. la durata temporale non si scandisce nella sua entità oggettiva ma attraverso la concretezza dei corpi che l’attraversano e le storie che vi accadono, intanto che l’essere umano resta aggrappato all’atomo opaco che sostiene la propria vicenda e quella degli altri.

In certo modo, il tempo, trasformato in ricordo e successivamente rivisitato, acquisisce un’intangibilità d’acciaio e quando anche l’oggi ci elude, trasformandosi subito in ieri, unico luogo concreto dove è fruibile la storia di ciascuno, diventa appunto lo spazio della memoria, che si impegna a riportare davanti agli occhi ciò che ha reso la propria vita quella che è stata. Difatti la ricognizione nei labirinti del ricordo è il solo mezzo in grado di ridestare dalla morte luoghi, circostanze e persone, rinate ad un’esistenza anche più vera della precedente e sempre nuova perché tutto si muta negli scenari della mente, per i quali la poesia è in grado di innalzare il monumento eterno dell’arte.

…rammentati,/ ha più tempi ogni tempo, viene esso replicato,/ nuovo ogni volta,/come una diversa storia,/inesorabilmente mutata/ nel teatro della memoria.

La rimembranza è dunque il fulcro della nuova raccolta poetica di Massimiliano Achille, I tempi del tempo, edizioni Lepisma e in essa il poeta per sua propria ammissione riprende il discorso interrotto dopo l’altra pubblicazione di Topas.

Luoghi, incontri, piccole utilitarie, persone che hanno raccolto e condiviso emozioni e i primi brividi d’amore, accennati in una soffice sensualità, si affacciano alla pulitissima pagina, talvolta presenti come interlocutori, ammorbiditi dalla distanza, cesellati nel tempo assoluto della rivisitazione, consistenza solida della memoria.

Con velata malinconia prende vita un raccontare, con toni pacati, di luoghi percorsi, della madre a cui l’età ha sottratto il brio dell’intelletto, delle compagne dei primi impulsi dell’amore, cantati con la delicatezza che li sostenne allora.

Il ritorno da pellegrino nel passato, l’omaggio dei nostri sentimenti immutati a chi non c’è più ha quasi i tratti foscoliani della corrispondenza d’amorosi sensi, che lasciano il poeta molto emozionato per la carica evocativa dei suoi pensieri che, a questo punto, appaiono davvero sospesi fuori dal tempo convenzionale.

Ma se il nostro ricordare / un semplice moto è/ d’affetto, esso per loro un breve/ fiato della perduta vita/ forse diviene.

Si tratta di un palese diario dell’anima che comincia dagli anni della scuola, ripreso attraverso scorci e figure emblematiche di un’età scomparsa: la propria ma anche quella della natura che, come l’essere umano, ha dovuto subire soprusi. Il rimpianto tocca allora anche la perdita di un ambiente incontaminato, dissipato negli stravolgimenti del cosiddetto progresso. Tutto ciò è anche più triste se avanza con passo pesante la vecchiaia, quando dell’inverno della vita/ lenta ci imbianca l’impalpabile neve, che toglie energie e propositi e il giorno si riduce ad attimi parcellizzati da assaporare, avulsi dalla naturale propensione in avanti che l’uomo possiede.

…un Lazio lontano/ e perduto, quasi umbro,/ormai cancellato/ dal tempo,/ dall’asfalto e la folla/ vociante e volgare.

Oppure, altrove:

Tout a changé depuis/ Rome n’est plus la même…

Il persistere della disillusione è legato all’insistenza del male di vivere che rinuncia al sollievo, perché la ragione non riesce ad assicurare assetto duraturo all’esperienza.

Ma non è per l’animo ferito/il trascorrere degli anni/sempre quel gran dottore/che tanti dicono.

In verità, di tanto in tanto, il poeta dà spazio a casi di eclatanti recenti tragedie, come lo tsunami in oriente e prima ancora l’attacco alle torri gemelle a N.Y. Anche di fronte all’inesprimibile, il tono resta composto, come in tutta la silloge, in una lirica severa classicità.

Merita dunque attenzione lo stile, nella dolente pagina di M. A., apparentemente colloquiale e invece sorvegliatissimo. Pur senza ricorrere a fossili linguistici, la costruzione del periodo ha andamento antico. Il rifugio nel privato della propria vicenda, dagli evidenti tratti crepuscolari, si assiepa in una cadenza da nenia mesta, in versi lunghi e molto lunghi, di conio lessicale elegante.

Tale sensazione è anche tangibile nella rituale anticipazione dell’aggettivo sul sostantivo, tutte strategie che indicano il lavorio, che rimanda all’austerità formale di un Giudici.

Ugualmente è notevole la capacità paesaggistica, che riporta alla memoria Montale o il forte impressionismo lirico di Caproni, come in Mediterraneo.

Echi da Baudelaire nelle quartine rimanti di Notti senza luna, che rivelano la padronanza sicura del poeta di un’altra lingua e quindi di un’altra cultura.

Roma, 16 giugno ’06

 
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:: Fortuna Della Porta
Fortuna Della Porta nasce in provincia di Salerno e lì ha vissuto per molti anni. Dopo la laurea in lettere per quasi un ventennio si è dedicata all’insegnamento, trasferendo nella professione l’amore per la classicità e la parola poetica. Ha pubblicato due volumetti di versi: Rosso di sera, ed. Il Calamaio e Diario di minima quiete, ed. LietoColle. Un poemetto di circa 1000 versi, Canto Primo, è apparso sul periodico letterario Poiesis. Recensioni, articoli, racconti e il dramma Scacco al re sono stati pubblicati in siti specifici della rete, mentre alcune raccolte inedite, e Rosso di sera, si sono segnalate tra i vincitori o i finalisti in alcuni premi (J. Prévert, E. Morante, G.Lorca.)
Collabora a numerose riviste sia cartacee che on line. Vive ormai stabilmente a Roma.
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