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2006
28
Mag

Ciliegio forestiero

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(Rita Pacilio - Lieto Colle)

 

 

Poesia finalmente d’amore. Rime amorose e sensuali vie di fuga si leggono nelle pagine di Ciliegio Forestiero. Sensualità fatta presente e domani. Estrose e intime sensazioni, grumi o grappoli di tentazione. Sorrisi dell’intimità. Quasi tutti i componimenti di questa raccolta della Pacilio devono qualche cosa alla longevità del desiderio intenso. Non è un caso, infatti, che il volume sia dedicato “alle radici di un amore”.

In pochissimi casi, si possono condividere le affermazioni che gli editori rilasciano per presentare al meglio i testi delle loro autrici o dei loro autori. Ecco l’eccezione che conferma la regola, un dono di Camilliti, condivisibile al massimo: “La sua animalità ha bisogno di galoppare carnalmente. Mentre le sua poesia di perdere cromatismi densi, provocatoriamente. Il tempo e il galoppo la nuderanno. E’ questo sarà un bene per la sua poesia. Meno per il suo cuore.” Senza fronzoli di vario genere e varia natura, un editore esperto, con poche righe, riesce a definire bene l’esigenza che un’autrice da in pasto a lettrice e lettore, parlando (ora) dell’autrice di Benevento.

A poesia fieramente d’amore, siamo davanti. Tratti di “matita grassa” che sanno di pulsazioni e fervore dello spirito. “Vedessi come affonda / il coltello feroce / nella mia carne / trasfigurata. / Penetra / giunge / dietro la pupilla, / ai desideri in ombra.”

Le radici di Rita Pacilio, quindi, pulsano. Versi liberi e sminuzzati. Parole incastonate nelle pagine e nel corpo. “Doveri tacere / i respiri della natiche / e le parole.” Oppure, con tocco meno vergato da termini spumeggianti, “Le mie venti lentiggini / cambiano forma / sul naso che gocciola.” Per scendere (infine), o salire, verso un destino macchiato e solcato dalla malinconia: “Non ho letto la sorte: / quella che guarda / mille caffé / nella tazza grande / (che non preparerò mai io).” Dopo questo intermezzo, ritorna la “coda che inghiotte” e che Vuole atrocemente. E viene con una chiusa di questa intensità: “Ora sei qui / e mi masturbi / la perla inanellata.”   

Tracce di respiri naturali quanto “animaleschi”, per riprendere M. Camilliti, si possono scegliere in quasi tutto il libro. Pure in un breve e non troppo riuscito componimento, che arriva circa a metà libro, si raccolgono minuti validi. Il testo integrale dice “Si respirano nostalgie / sui finestrini / di un treno in corsa. / Le cose / mi vengono incontro / e non mi toccano. / Traballa il seno, / come il budino tiepido. / Senza difese / nell’ultima carrozza / Ĺnon fumatori’.” Mentre a pagina 36 e 37 si riaffaccia una spirale di confessione Estrema. Fibre di tormenti interiori dettati dallo sconvolgimento che giunge dall’esterno, certamente.     

Poi, a qualcuno o a tanti o a tante è detto “E della schiena / non saprai / l’arco / quando si dona.” Un finale, come si suol dire, pungente e che mozza il fiato.

In questo “ultimo” passaggio, invece, si riceve un pizzico di questione necessariamente significativa: “ (…) Non importa il tempo / delle radici in terra feconda, / non sarà lì che torneremo amanti. (…)” 
 
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