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2006
21
Apr

Strappami il cuore

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(Chiara Palazzolo - Piemme)

Come nei film horror che segnano le sere estive d’infanzia, sfumando i sogni in incubo. Una lapide divelta e luce azzurrina di una luna che irradia il nuovo mondo di una fanciulla infreddolita nell’abito bianco di crinolina. Sposa della morte amorevolmente agghindata per l’ultima festa e dalla morte orridamente rigettata a camminare tra i vivi. Senza respiro, poiché lei viva non è più. Senza pace, poiché una nuova rabbia la brucia dentro e la spinge alla distruzione.
Come in una canzone dei Cramps, sbuca dalle pagine di “Strappami il cuore” una ragazzina dallo sguardo fiero e provocante, la bocca famelica ad ispirare pensieri lubrici, subito incrinati dal sinistro balenio dei denti. Una sexy zombie - o sopramorta, per utilizzare la terminologia scelta da Chiara Palazzolo, autrice del libro - così glam, così violenta ed inconsapevole da mettere a ferro e fuoco la stolida e pingue provincia che la vede risorgere, senza registrare minimamente la gravità degli eventi. Ribelle e grottesca.
A volte ritornano. Più arrabbiati che mai, ogni precedente vincolo sciolto, ogni compromesso ormai inutile. L’eternità di fronte ai loro occhi, e la fame, nello stomaco sotto la pelle nella mente, quale perpetua condanna. Come il vento che scuote e trascina inesorabile Paolo e Francesca nell’inferno dantesco, la fame qui rappresenta quasi una sorta di contrappasso per quanti in vita hanno nutrito passioni senza pensare a null’altro ed in esse sono morti. Quanto all’inferno, esso non giace nelle viscere della terra, ma tra i vivi. Nel loro odore e nella consapevolezza di non poter più godere dei loro stessi semplici piaceri. Sapendo che per nutrirsi e sopravvivere bisognerà commettere crimini atroci, apprendendone il disgusto.
Intrise di sangue e fluidi corporei, le pagine di questo romanzo sembrano riflettere, nei punti più alti della narrazione, la forma mentis della protagonista. Non solo per il fatto di essere scritte in prima persona, ma soprattutto per la profondità psicologica che rivelano e che le porta ad eccedere il limite della narrativa horror. Opera transgender che illustra una nuova ricchezza di prospettive, “Strappami il cuore” in effetti gronda rabbia, nichilismo, confusione, martirio. Le vicende sono viste da dentro, seguendo il flusso dei pensieri di Mirta/ Luna talora convulsi come ciò che sta vivendo. Non c’è condanna, né pietismo nei suoi riguardi. Qui i valori si confondono nel lirismo cupo di certi momenti o nella furia purpurea della caccia, per il resto tutto è mutevole, così come l’io narrante lo vede e lo vive. Né buoni né cattivi, in assoluto.
Siamo parecchio lontani in effetti dal manicheismo proprio di certa letteratura horror americana, sebbene le atmosfere che l’autrice dipinge ricordino a tratti “Io sono leggenda” di Richard Matheson. Il trait d’union è senza dubbio quella solitudine, l’isolamento che trafigge sia la mente di Robert Neville, l’ultimo dei viventi, sia quella di chi, tornando dalla morte, pensa di essere il solo condannato all’eternità. Una disperazione sorda, ricordi vividi ma ormai irraggiungibili, l’angoscia di essere braccati in un mondo avulso ed antagonista. Oltre a questo, ovviamente la caccia, strumento necessario di sopravvivenza e sfogo, che vede contrapporsi ed alternarsi vivi e non-morti, in entrambe le opere.
Vittima perduta dell’amore, torniamo dunque ora alla storia di Mirta/ Luna: una ragazza innamorata, tanto da morire per un buco, poi divenuta assassina sanguinaria e senza rimorsi, che si scoprirà d’un tratto guerriera prescelta da un valente cavaliere medievale. Un’assassina immemore e redenta, addestrata per essere la paladina dei sopramorti, difendendoli dai benandanti.
Tutta la rabbia e la forza di una morte prematura, incanalate verso obiettivi razionali e precisi, evitando dispersioni emotive. Passi che potrebbero ricordare la sceneggiatura di “Kill Bill“, come la memorabile scena orgiastica nell’ambito di un rave divenuto territorio di caccia, popolato di prede facili e succulente. O ancora come i brani in cui vediamo la protagonista affannarsi e distruggersi nell’apprendistato delle arti marziali.
Quasi un romanzo di formazione a tematica orrorifica, insomma, in cui si infiltra persino uno spunto giallistico: gli atroci delitti commessi dalla nostra zombie vengono infatti attribuiti dalla stampa al presunto serial killer del Subasio. Quasi un voler ulteriormente rimarcare, da parte della scrittrice, l’ambientazione estremamente realistica ed attuale di questo romanzo. Un romanzo horror da leggere d’un fiato come la migliore narrativa d’intrattenimento, ma che inoltre acquisisce, come valore aggiunto, il lusso di far riflettere i lettori sulle infinite declinazioni dell’orrore e dell’inquietudine. Quell’orrore che rivendica per sé lo spazio della provincia italiana, coi suoi vizi e vuoti d’aria ed i piccoli inferni privati, forse di gran lunga più spaventosi di qualunque scenario fantastico ed apocalittico.

 
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:: Chiara Del Bianco
Chiara Del Bianco vive e lavora a Bologna, città che ha incontrato durante il periodo universitario e che non ha più lasciato, sebbene porti il mare sempre dentro. Una tesi su J. G. Ballard le è valsa una laurea in Lingue e Letterature Straniere, che al momento giace impolverata di malinconia crepuscolare in un angolo di casa. Attende tempi migliori, “trafitta e trapassata dal futuro”.
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