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2006
8
Apr

Il secolo cinese

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(Federico Rampini - Mondadori)

 

 

BEN SVEGLIATO, DRAGONE!

 

Un saggio, o meglio, un réportage scritto, quest’ultima fatica del valente Federico Rampini, che mira a fornire un’idea più precisa di un fenomeno storico- politico- economico- sociale, destinato a mutare drasticamente la geopolitica, fino a farci apparire preistoria l’assetto disegnato a partire dal secondo dopoguerra.

Dopo la fine dei regimi stalinisti sovietico ed est- europei, le cui conseguenze ancor oggi s’impongono (non ultima, l’attuale guerra d’Iraq), ecco a noi tutti un altro evento- spartiacque di portata planetaria: il risveglio della Cina.

 

In un poderoso volume di 343 pagine, scandito per argomenti, il Rampini ci dipinge un documentario a tutto tondo sulla Cina odierna, donandoci deliziosi ed esaustivi bozzetti, che colgono le grandi linee dell’evoluzione cinese da una società chiusa all’attuale neocapitalismo, in cui l’ideologia comunista ha lasciato il posto a un miscuglio di darwinismo sociale e nazionalismo (pag. 247).

Neocapitalismo che ha come soggetti e protagonisti grossi aggregati socioeconomici paternalisti (i burocrati- manager del Partito Comunista ricordano infatti molto poco i dinosauri stalinisti spazzati via dalla Perestroika gorbacioviana e tutto quel che ne è seguito) molto simili alle Gentes romane; e sappiamo quale macchina imperiale si generò allora… Non a caso l’autore intitola “Ambizioni imperiali” la parte ottava del suo saggio.

 

Neocapitalismo che, in modo del tutto atipico e stupefacente, nell’arco di poco più di un decennio ha posto e pone in essere tutte e tre quelle che i manuali di storia chiamano:

- prima rivoluzione industriale (o della macchina a vapore, da cui deriva l’odierno “vecchio” comparto industriale tessile manifatturiero. Data d’inizio: tardo Settecento);

- seconda rivoluzione industriale (o dell’acciaio, da cui deriva l’odierna industria pesante. Data d’inizio: fine Ottocento);

- terza rivoluzione (non industriale, però, bensì “dei servizi”, ossia la diffusione su vasta scala della tecnologia informatica. Data d’inizio: primi anni Ottanta del Novecento).

Dov’è la novità?, mi direte.

Semplicissimo: le tre rivoluzioni dei mezzi di produzione hanno avuto ed hanno luogo CONTEMPORANEAMENTE e nell’arco di poco più di un decennio, dacché il leader del Partito Comunista Cinese Deng Xiaoping proclamò solennemente, resuscitando secoli di confucianesimo in pochi secondi, lo slogan: «Arricchirsi è glorioso». E lo fece nei primi anni Novanta, quando ancora piazza Tienanmen era calda del sangue della repressione dei moti studenteschi, “rei” di aver chiesto pacificamente l’unica parola ancora tabù in questa nazione sconvolgente: democrazia.

 

Qual è dunque il collante ideologico, l’architrave del consenso, che regge questo colosso neoimperiale? Ci risponde Rampini: un curioso mix di socialdemocrazia, nazionalismo e neoautoritarismo, insieme con la riscoperta del confucianesimo e di tutte le tradizioni cinesi, compresa la religione, (soprattutto buddista), come strumenti di coesione, puntelli all’ordine costituito e al rispetto dell’autorità (pag. 139).

A proposito di religione, ecco come e perché il pragmatismo dei tecnocrati al potere (i due leaders Hu Jintao e Wen Jabao, rispettivamente segretario e presidente del Partito Comunista Cinese, di mestiere facevano gli ingegneri) manda in pensione l’ateismo maoista: Rispetto a Mao Zedong i leader di oggi sembrano convinti che la religione può essere un alleato. E non solo per riempire il vuoto ideologico creato da un comunismo a cui non crede più nessuno, ma anche per motivi più pratici. Nel libro ufficiale Buddismo in Cina […] si ricorda che «il piacere della beneficenza è una tradizione antica». In un paese che smantella lo statalismo senza sostituirlo con un Welfare moderno per assistere i più deboli, la carità dei fedeli si rivela un prezioso surrogato. È la variante post- maoista del compassionate conservatism di George W. Bush (pag. 312)

 

Sarà perché il Welfare occidentale costituisce la risultanza di secoli di lotte sindacali?

Lotte depauperate dal famigerato neoliberismo, bibbia di neoconservatori anglosassoni d’infausta memoria, le cui politiche di smantellamento della tutela sociale sono ben continuate da neolaburisti alla Tony Blair; ma pur sempre presenti nel DNA dei lavoratori occidentali: basti pensare all’odierna protesta dei giovani francesi contro la precarizzazione del loro primo impiego voluta dal governo neogollista di Chirac e De Villepin.

Lotte che invece in Cina sono purtroppo ancora embrionalissime. Del resto, non poteva essere altrimenti laddove Tra i peggiori lasciti del socialismo spicca la mancanza di un vero sindacato che difenda gli interessi dei lavoratori. La Federazione unica del lavoro è un docile strumento del governo la cui funzione principale, spesso, è quella di garantire disciplina e obbedienza al management (pag. 225)

Socialismo, giova ricordarlo, assolutamente non endogeno, così come l’omofobia, giacché la condanna e la correlativa repressione sociale e giuridica dell’omosessualità, guarda guarda, ha avuto inizio con l’arrivo dei primi missionari cattolici dall’Italia […] nel XV e nel XVI secolo. […] Infine è arrivato il comunismo, un’altra ideologia importata dall’Occidente con il suo puritanesimo ufficiale che condannava ogni devianza sessuale (pag. 254)

Endogena però è l’ideologia patriarcale rigidissima, che da secoli ha conculcato l’identità e i diritti della donna, fino agli infanticidi delle neonate di sesso femminile (ancor oggi praticati nelle più remote ed arretrate zone dell’entroterra agricolo di questo mastodonte, nonostante le politiche “femministe” che il partito pone in essere per ragioni puramente economiche e di tranquillità sociale) e la spinta alla creazione, nei secoli, di un idioma tutto e solo femminile (il Nushu) da parte delle donne oppresse, che prestavano tra loro il cosiddetto jiebai zimei (giuramento di sorellanza). Una specie di quel tiaso fondato a Lesbo da Saffo. Ma mette i brividi constatare che l’ultima delle Sorelle a far uso dello struggente Nushu sul proprio personalissimo cahier de doléance sia nata nel 1940!

 

Mancanza di democrazia (con tanto di corruzione economica elevata a tacita norma) ed emergenza ambientale (l’equilibrio idrogeologico cinese è messo a durissima prova da opere ingegneristiche drammaticamente irrispettose dell’ambiente: avete presente il Vajont, ad esempio? Bene, moltiplicatelo almeno per diecimila…ed otterrete quanto rischiano gli abitanti delle zone limitrofe alla “madre di tutte le dighe”, costruita sullo Yangtze e tanto mastodontica da meritare l’appellativo summenzionato. Viene anche detta la Grande Muraglia del XXI secolo) risultano essere le incognite, e forse i limiti, della sfrenata ed irrefrenabile riscossa della versione moderna del Celeste Impero.

 

Emblematiche e sintetiche di cos’è il boom cinese, le seguenti parole di un noto intellettuale di Shangai – tal Zhu Xue Qin – profferite meno di due anni fa (settembre 2004): «Da anni viaggiamo liberamente in Occidente. Navighiamo su Internet come voi. Un terzo dei miei studenti ha una tale preparazione da conquistarsi delle scholarship americane, borse di studio per un master o un dottorato negli Stati Uniti. Eppure se vogliamo sapere che cosa stanno discutendo in queste ore i nostri governanti dobbiamo andare a cercare voci e indiscrezioni sui siti on- line dei mass media stranieri. È umiliante». (pag. 279)

Laddove Le e- mail, Internet e i telefonini riducono la possibilità di controllo dell’informazione (pag. 294), i magnati della comunicazione, che nelle metropoli cinesi hanno colonizzato i mass media vecchi e nuovi, non esitano ad autocensurarsi per compiacere i potenti committenti: Si sospetta la complicità di alcune multinazionali occidentali di Internet e del software con la censura cinese (ibidem). Censura che ancora può far sì che le immagini televisive della CNN a Pechino non arrivino veramente in diretta, bensì con una sfasatura di cinque minuti, il tempo necessario agli operatori della censura per «staccare la presa» quando sentono affrontare i temi tabù (pag. 285)

 

Tuttavia, bene fa l’autore ad evidenziare come le cose si muovano piano piano nonostante tutti questi imbavagliamenti.

Ad esempio, ad Hong Kong, certamente più occidentalizzata della sua nuova madrepatria (essendo l’isola stata restituita alla sovranità cinese dalla Gran Bretagna solo nel 1997), si assiste ad un proliferare, nel corso di fiere campionarie, di stand di embrionali partiti politici.

E, nell’ambito di inchieste televisive volte a stanare sbugiardare e denunciare concussori (i pesci piccoli, ovviamente!) di tutte le risme, che godono dell’approvazione dell’establishment governativo, si assiste ad uno slittamento progressivo dei confini di ciò che è lecito dire, un CAMBIAMENTO MILLIMETRICO E GRADUALE delle regole della comunicazione. (pag. 307; stampatello mio).

 

Cosa ciò porterà, assieme ad i germi di protesta endogeni, spontaneamente nascenti nello squallido pauperismo rurale, che altrettanto se non più millimetricamente si sviluppano…lo scopriremo solo vivendo (per dirla col povero Lucio Battisti)

Per ora, rendo merito all’editoria maggiorente italica per far ancora girare qualcosa di buono del made in Italy editoriale; ma solo nell’ambito della saggistica.

Quanto durerà?

 

 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.

Federico Rampini, editorialista, corrispondente estero e saggista italiano.

Ha esordito come giornalista nel 1979. Attualmente è il corrispondente del quotidiano “Repubblica” a Pechino.

 

Federico Rampini “Il secolo cinese. Storie di uomini, città, e denaro dalla fabbrica del mondo”, Edizione Mondolibri s.p.a., Milano, 2005 su licenza Arnoldo Mondadori Editore s.p.a., Milano, 2005.
 
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:: Elisabetta Blasi
Elisabetta Blasi è nata a Grottaglie (Taranto) nel 1968. Laureata in Scienze Politiche – indirizzo storico- politico – ha curato vari studi sull’applicazione della pari opportunità fra uomini e donne nel campo del disagio sociale (in Francia), nell’istruzione scolastica, universitaria e nella formazione professionale (in Italia). Ha collaborato colla rivista web www.lankelot.com come critica letteraria ed opinionista. Attualmente collabora con Giulio Perrone Editore.
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