2006
12
Feb

Prima la panna poi il cioccolato

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(Elena Invernizzi e Stefano Paolocci - Editrice effequ)

La malattia, intesa quale tormento del fisico e dell’anima, in tante opere letterarie è elemento portante della narrazione. Rappresenta il materiale dal quale nascono vicende o che la storia fa nascere. In Prima la panna poi il cioccolato, invece, vive una malattia che diventa elemento a sé, personaggio, in pratica. Soggettività in grado di dettare i ritmi e le scelte dei “veri” protagonisti del romanzo. Il diabete tiene sotto scacco la quotidianità di due persone. Chi conosce i sacrifici e le consuetudini acquisite dalle persone diabetiche riuscirà meglio a rendersi conto dell’estremo realismo di gesti, movimenti, riti, linguette per le misurazioni e cosi via. Un uomo e una donna, come lo sono anche autore e autrice del volume, regolano i tempi delle loro esigenze rispetto alle necessità di questa piaga occidentale. Elena Invernizzi è Stefano Poalocci danno gambe a un discorso parallelo che propone le voci di Daniele e Giulia; lungo un percorso toccante, poggiato su quarantasei capitoletti. L’invenzione dell’incontro, quale fattore sconvolgente e, allo stesso tempo, coinvolgente della scrittura e quindi della lettura, è posizionata abilmente in alcuni punti strategici del lungo racconto. Intanto, due trentenni (appunto, Giulia e Daniele) si trovano. S’incrociano casualmente in una gelateria, dove erano entrati per rispondere alle bizze della loro malattia, dopo essersi appena sfiorati con lo sguardo in un aeroporto. Anche in questo luogo pubblico, tutt’altro che sensibile alle passioni vitali di gente affetta da una malattia che mai l’abbandonerà, Daniele Berretta, per esempio, deve sottostare alle elucubrazioni mentali e non solo d’agenti impressionati dalle siringhe per l’insulina. Giulia svolge le sue attività giornaliere con un aggeggio attaccato al corpo. E, anche durante i suoi frequenti viaggi in Oriente, deve considerare d’essere portatrice involontaria d’un demone moderno, proprio questo maledetto diabete. Il tema dell’incontro caratterizza le pagine di questa opera, occorre ripetere. Quello più importante fa sbocciare l’amore, o la tensione emotiva o qualcosa di diverso, fra i due personaggi centrali del romanzo. Però, di nuovo, il diabete che praticamente (e per una sola volta) ha assolto a una missione positiva facendoli conoscere, mette i propri artigli sul rapporto di coppia degli amanti. Ragazza e ragazzo non si frequentano più, forse perché nei loro occhi vedano riflessi la malattia “condivisa”. La fuga sta nell’ultimo atto di questa avventura letteraria a quattro mani. La fuga chiude gli eventi inseriti in questa fatica. Comunque, il finale presenta un colpo di teatro, una sorpresa. Paolocci e Invernicci raccontano con piglio deciso, ma senza farsi prendere la mano dallo scorrere delle immagini. Riescono, in diversi momenti del testo, ha svolgere un lavoro davvero grazioso. Nonostante le numerose citazioni contenute nel romanzo, complessivamente le scene non risultano caricate di manierismo, né tanto meno di commenti langosi. Forse qualche luogo comune di troppo è da segnalare oppure un’eccessiva stilizzazione del vecchietto che scrive poesie. Il contenuto è di valore, sia per l’originalità, sia per le buone capacità espressive d’Invernizzi e Paolocci. L’autrice è alla sua prova d’esordio, mentre Stefano Paolocci aveva pubblicato qualche racconto in antologie (per l’edizioni Pendragon e per Edup).

 
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